Haruki Murakami: le parole creano ponti

*

Haruki Murakami: le parole creano ponti 

di Maria Amata Di Lorenzo

*

*

“Shimamoto, ci rivedremo ancora?”
“Forse” disse lei. Sulle sue labbra apparve un lieve sorriso, come un fumo sottile che si leva in una tranquilla giornata senza vento. “Forse.”

*

Haruki Murakami mi riconcilia col mondo.

Ogni volta che prendo in mano un suo libro, come al solito letto e riletto tante volte, mi riprometto di andare avanti solo per due o tre pagine e poi invece sono lì a divorarlo per ore, e mi sembra di non averlo letto mai, e non mangio, non bevo, e non vado neppure al bagno… ma, soprattutto, mi viene una gran voglia di scrivere, mi accende dentro il motore della scrittura, e le parole si affollano tutte assieme, vogliono uscire, avere corpo e sostanza, diventare storie.

Perché le parole che lui scrive creano ponti, su cui passano le emozioni, i dolori condivisi e i pensieri, una geografia di sentimenti, impalpabile e universale.

Oggi ho riletto “A sud del confine, a ovest del sole“.

*

 

Hajime aveva vissuto in un universo abitato solo da lui: figlio unico quando, nel Giappone degli anni Cinquanta, era rarissimo non avere fratelli o sorelle, aveva fatto della propria eccezionalità una fortezza in cui nascondersi, un modo per zittire quella sensazione costante di non essere mai lì dove si vorrebbe veramente. Invece un giorno scopre che la solitudine è solo un’abitudine, non un destino: lo capisce quando, a dodici anni, stringe la mano di Shimamoto, una compagna di classe sola quanto lui, forse di più: a distinguerla non c’è solo la condizione di figlia unica, ma anche il suo incedere zoppicante, come se in quel passo faticoso e incerto ci fosse tutta la sua difficoltà a essere una creatura di questo mondo.

Quando capisci che non sei destinato alla solitudine, che il tuo posto nel mondo è solo là dove è lei, capisci anche un’altra cosa: che sei innamorato. Ma Hajime se ne rende conto troppo tardi – è uno di quegli insegnamenti che si imparano solo con l’esperienza – quando ormai la vita l’ha separato da lei. Come il dolore di un arto fantasma, come una leggera zoppia esistenziale, Hajime diventerà uomo e accumulerà amori, esperienze, dolori, errori, ma sempre con la consapevolezza che la vita, la vita vera, non è quella che sta dissipando, ma quell’altra, quella che sarebbe potuta essere con Shimamoto, quella in un altrove indefinito, a sud del confine, a ovest del sole.

“Le illusioni di un tempo non mi avrebbero più aiutato, non avrebbero più creato sogni per me. Non rimaneva che il vuoto, quel semplice vuoto che mi aveva accompagnato per anni e al quale avevo cercato di adattarmi. Ero tornato al punto di partenza, pensai, e dovevo abituarmici. Adesso toccava a me creare sogni per gli altri, sarebbe stato questo il mio nuovo compito. Non conoscevo il potere di questi sogni, ma se la mia vita aveva un significato, era quello di continuare con tutte le mie forze quest’opera. Forse”.

È una storia che afferra il cuore, e che soprattutto fa riflettere.

Se ne esce molto cambiati, perché ciascuno di noi ha avuto un’infanzia e dei sogni, dei sentimenti e delle aspettative che non si sono realizzate. E sono lì, in un angolo oscuro della nostra anima, e ne portiamo le ferite, e dove un tempo c’erano delle ferite adesso ci sono delle cicatrici, che ogni tanto sanguinano.

 

 

****


CHI SONO

Mi chiamo Maria Amata Di Lorenzo: scrivo, insegno, aiuto le anime sensibili ad esprimere se stesse nella vita.

Ho scritto testi radiofonici e teatrali e pubblicato libri diffusi fino ad oggi in otto lingue; ho lavorato per più di vent’anni come giornalista e come autrice e consulente editoriale, e ho diretto corsi di scrittura creativa. Contemporaneamente ho studiato per divenire una professionista della relazione d’aiuto, specializzandomi in counseling umanistico esistenziale, terapie naturali, formazione e life coaching a indirizzo psicobiologico.

Aiuto le persone “ad aiutarsi” e per questo mi considero una coltivatrice di esistenze felici.

Aiuto infatti le persone a scoprire e a mettere in pratica il loro potenziale creativo e la saggezza interiore per la loro crescita personale e il benessere, la guarigione e l’autorealizzazione. Se desideri una consulenza con me puoi scrivere a: dottoressa.amata@gmail.com

Andrea Longega, il pudore dei sentimenti

Andrea Longega

di Maria Amata Di Lorenzo

 

Ho scoperto questo poeta nella tarda primavera del 2013.

Non ne avevo mai sentito parlare fino ad allora, fino a quando cioè apparve questo articolo, il 30 aprile 2013, sul “Corriere della Sera”.

Un articolo che annunciava il suo ultimo lavoro letterario: “Caterina (come le cóe dei cardelini)” pubblicato dalle Edizioni L’Obliquo.

Caterina è una cameriera che lavora in un albergo di Venezia ed è suo lo sguardo che fotografa la realtà della vita quotidiana e la racconta nei versi di questa raccolta, scritta – come tutte le altre – in dialetto veneziano. Un punto di vista inusuale, ed una lingua molto feriale, di uso comune quasi, però al tempo stesso intensamente lirica.

 

Per me fu una autentica rivelazione. Cominciai allora a leggere le altre poesie di Andrea Longega, a cercarle sul web, a scoprire tutto quello che si diceva di lui.

Andrea Longega è nato a Venezia nel 1967 e vive a Murano.

Di lui amo molte poesie, ma ad occupare un posto molto particolare nel mio cuore sono quelle dedicate alla madre morta. Quelle hanno scavato un solco profondo dentro di me e in quel solco io trovo una specie di consolazione, quella che nasce da una fratellanza di pensieri, di emozioni, di dolori taciuti, vissuti intimamente e mai rivelati.

Quello che in una parola sola potrei definire così: il pudore dei sentimenti.

Vi presento alcune di queste poesie:

*

Forse da picolo
i me tirava su par el còlo
invense che par sóto i scagi
forse xe sta tuto quel umido
le matine presto a pescar
gambe e brassi
a mògie nei ghèbi

ma me so messo a girar
de nòte par l’isola
(sóra i ponti me fermo
un poco a vardar)

«ti farà la fine
de un can senza parón»
me ga dito un pèr de volte
mia mama a oci bassi
prima de star mal.

Forse da piccolo | mi tiravan su tenendomi per il collo | invece che per sotto le ascelle | forse è stato tutto quell’umido | le mattine presto a pescare | gambe e braccia | immerse nei canali || ma mi sono messo a girare | di notte per l’isola | (sopra i ponti mi fermo | un poco a guardare) || «farai la fine | di un cane senza padrone» | mi ha detto mia mamma | un paio di volte a occhi bassi | prima di star male.

*
*

Te vardo venir vanti
to marìo a brasso
sul pavimento lustro de linoleum
la vestaglia grigia
i cavéi mèzi
senza tinta.
A ogni porta
ti buti l’ocio dentro
fin quando ti te inacorzi de mi
in fondo al coridoio
e ti me ridi
come par strada.

Ti guardo venire avanti | tuo marito a braccio | sul pavimento lucido di linoleum | la vestaglia grigia | i capelli per metà | senza tinta. | Ad ogni porta | guardi dentro | fino a quando ti accorgi di me | in fondo al corridoio | e mi sorridi | come per strada.

*
*

Ti che par telefono ti sigavi
desso ti me disi ciao amore
co un filo de vóse.

Tu che al telefono gridavi | adesso mi dici ciao amore | con un filo di voce.

*

Gavé mai visto
i oseléti quando mor
che la testina tuta piume
no ghe sta più su?

Avete mai visto | gli uccellini quando muoiono | che la testina tutta piume | non gli sta più su?

*

31 dicembre 2007
31 dicembre 2008

Ma serviva andar a Roma
par ricordar quel giorno
el mondo fermo
intorno a le spale de mio papà
a na tòla za spareciada
e desso un ano dopo
a Palasso Barberini
l’ora precisa
davanti a Giuditta che taglia
la testa a Oloferne
la pretesa falsa
de un stesso stòrzerse
de l’ànema.

Ma serviva andare a Roma | per ricordare quel giorno | il mondo fermo | intorno alle spalle di mio padre | ad una tavola già sparecchiata | e adesso un anno dopo | a Palazzo Barberini | l’ora precisa | davanti a Giuditta che taglia | la testa a Oloferne | la pretesa falsa | di uno stesso torcersi | dell’anima.

*

Roma Termini/Venezia S. Lucia

Dopo tuti queli sanpierini
che me incaéna i oci
finalmente tornar
al respiro largo dei maségni!

Dopo tutti quei sampietrini | che mi incatenano gli occhi | tornare finalmente | al respiro largo dei masegni!

 

© Andrea Longega – tutti i diritti riservati

 


CHI SONO

Mi chiamo Maria Amata Di Lorenzo: scrivo, insegno, aiuto le anime sensibili ad esprimere se stesse nella vita.

Ho scritto testi radiofonici e teatrali e pubblicato libri diffusi fino ad oggi in otto lingue; ho lavorato per più di vent’anni come giornalista e come autrice e consulente editoriale, e ho diretto corsi di scrittura creativa. Contemporaneamente ho studiato per divenire una professionista della relazione d’aiuto, specializzandomi in counseling umanistico esistenziale, terapie naturali, formazione e life coaching a indirizzo psicobiologico.

Aiuto le persone “ad aiutarsi” e per questo mi considero una coltivatrice di esistenze felici.

Aiuto infatti le persone a scoprire e a mettere in pratica il loro potenziale creativo e la saggezza interiore per la loro crescita personale e il benessere, la guarigione e l’autorealizzazione. Se desideri una consulenza con me puoi scrivere a: dottoressa.amata@gmail.com


 

 

****

Luigi Pirandello: “c’è un oltre in tutto”

di Maria Amata Di Lorenzo

 

“Sono caduto, non so di dove né come né perché, caduto una notte di giugno in un’arida campagna di secolari olivi saraceni, di mandorli e di viti affacciata sotto l’ondata azzurra del cielo, sul nero mare africano…”

Questa notte così poeticamente evocata era quella del 28 giugno 1867 ed il luogo era il “Caos”, una contrada a 4 km da Agrigento dove nacque il grande drammaturgo Luigi Pirandello, l’autore che forse più di ogni altro ha impresso un segno forte, agli albori del Novecento, alla letteratura non solo italiana ma europea, con le sue innovazioni stilistiche, il suo ricco immaginario, i suoi romanzi e soprattutto le sue commedie, ancora oggi rappresentate in tutto il mondo.

“Tre scrittori hanno attraversato questo secolo dando nome – il loro nome – alle nostre inquietudini, ai nostri smarrimenti, alle nostre paure e al tempo stesso, per quella catarsi o misura di contemplazione che è nelle rivelazioni dell’arte, permettendoci di viverle con temperata ansietà e disperazione. Sono, questi tre scrittori, Pirandello, Kafka, Borges.”

Lo sosteneva Leonardo Sciascia, profondo conoscitore della letteratura, e in modo particolare dell’opera del suo più illustre conterraneo.

Luigi Pirandello, secondo di sei figli, era nato il 28 giugno 1867 ad Agrigento (l’antica colonia greca di Akragas che si chiamerà Girgenti fino al 1927) da Stefano Pirandello e da Caterina Ricci-Gramitto, in una casa colonica che si trovava nella tenuta paterna denominata “Caos”, qualche chilometro fuori dalla città, sulla strada che conduce verso Porto Empedocle, in una contrada suggestiva che dall’alto di un costone da un lato guarda verso il mare e dall’altro è delimitata da un ripido e piccolo valloncello che porta direttamente alla spiaggia.

Assai precoce nella scrittura, pubblica la sua prima raccolta di poesie, “Mal giocondo”, nel 1889. Il 1892, invece, è l’anno delle sue prime novelle, appena conseguita la laurea in Germania, e in cui incomincia pure a comporre quello che sarà il suo primo romanzo, “L’esclusa”.

Due anni più tardi, nel 1894, il definitivo trasferimento a Roma a seguito del matrimonio con Antonietta Portulano, figlia di un socio in affari del padre, da cui avrà tre figli: Stefano, Fausto e Lietta.

Nel 1903 l’allagamento di una miniera di zolfo causa alla famiglia Pirandello un grave dissesto economico: il padre Stefano perde insieme al proprio capitale anche la dote della nuora.

In seguito alla notizia dell’improvviso disastro finanziario, Antonietta, già sofferente di nervi, cade in una gravissima crisi che durerà per tutta la vita sotto la forma di una grave paranoia.

Vani saranno i tentativi di Pirandello di dimostrare che la realtà non è come invece pare alla moglie. Abbandonata la tentazione del suicidio, che sublimerà nel romanzo “Il fu Mattia Pascal”, lo scrittore cerca di fronteggiare la disperata situazione, assistendo la moglie Antonietta (che verrà internata in una casa di cura soltanto vari anni dopo, nel 1919) e per arrotondare il magro stipendio di professore, impartisce lezioni private ed intensifica la sua collaborazione a riviste e a giornali.

Sono anni molto difficili, che mettono a dura prova il suo spirito e durante i quali elabora quella sua personale poetica letteraria che riverserà in poesie, saggi, romanzi e novelle, ma soprattutto nelle opere teatrali, affermandosi come massimo drammaturgo negli anni successivi alla prima guerra mondiale.

Liolà”, “La giara”, “Il berretto a sonagli”, “Pensaci, Giacomino!”, “Così è (se vi pare)”, “Il piacere dell’onestà” sono i lavori più significativi del periodo 1915-20, mentre è del 1921 la prima rappresentazione dei “Sei personaggi in cerca d’autore” con cui la fama del drammaturgo siciliano varca i confini dell’Italia, acquisendo il consenso unanime di pubblico e di critica.

 

Pirandello ritratto da Primo Conti

Un’arcana voce profonda

 

Batte nel cuor di tutti una campana; / ma della vita nel vario frastuono / il dolce suono / nessuno ascolta. / Pure, talvolta, d’un tratto giunge come un’arcana / voce profonda, non udita mai. / È la lontana / chiesetta antica dell’abbandonata / nostra città… / “Ave Maria… Ave Maria…” – Che fai, / anima sconsolata? / Lagrime amare ha chi pregar non sa”.

Sono versi limpidi e accorati di una sua poesia intitolata “Che fai?

Versi che esprimono quella interrogazione metafisica che permea tutta l’opera pirandelliana. La dialettica dell’Oltre è infatti al cuore della sua potente espressione artistica.

Pirandello non è un nichilista, perché conosce la pietà, è un autore ma prima ancora un uomo che dalla constatazione dell’assurdo del vivere trae motivo di dolorosa fraternità con l’uomo.

Il problema religioso allora è il problema centrale della sua opera perché tutta la sua opera è un’interrogazione metafisica, è una domanda di senso sull’esistenza che fuori da una fede si percepisce solo come assurda.

Personaggi che si dibattono nel carcere della loro solitudine, con l’angoscia di non poter sapere perché si debba amare, perché si debba morire, con la sofferenza di non poter comunicare e di non poter dare il proprio amore perché non c’è nessuno pronto a riceverlo e a capirlo. Sono i temi, a ben vedere universali, della sua scrittura.

Il contrasto tra apparenza e realtà, lo sfaccettarsi della verità (tante verità quanti sono coloro che presumono di possederla), l’assurdità della condizione dell’uomo, fissato – pur nella molteplicità del suo sentire e del suo agire – nel letto di Procuste della catalogazione (adultero, innocente, ladro ecc.) in una forma che impastoia e soffoca la vita, come nota il critico letterario Salvatore Guglielmino.

Sono i cardini dell’espressione letteraria pirandelliana, coniugata drammaticamente in una ricerca continua di senso, che viene sempre delusa o illusa, in un tormento che genera una sete inestinguibile che poi, scavando ogni giorno negli abissi di solitudine degli uomini, altro non è se non sete, sete ardente, seppur misconosciuta, di Dio.

Ne “I quaderni di Serafino Gubbio operatore”, Pirandello scrive: “C’è un oltre in tutto. Voi non volete o non sapete vederlo”.

C’è un oltre in tutto. Lo comprende anche il protagonista di “Dono della Vergine Maria”, e il dolce colloquio di Nuccio con la Madonna è fra i suoi testi più belli e più toccanti:

“Tanto ho penato, tante ne ho viste, e ancora non ho finito… Vergine Santa, e sempre V’ho lodata! Morire io prima, no, Voi non avete voluto: sia fatta la Vostra santa volontà! Comandatemi, e sempre, fino all’ultimo, V’ubbidirò! Ecco io stesso, con le mie mani sono venuto a offrire l’ultima mia figlia, l’ultimo sangue mio: prendetevela presto, Madre degli afflitti; non me la fate penare più. Lo so, né soli né abbandonati: abbiamo l’aiuto Vostro prezioso, e a codeste mani pietose e benedette ci raccomandiamo. O sante mani, o dolci mani, mani che sanano ogni piaga: beato il capo su cui si posano in cielo!”

Il testamento

La fama del drammaturgo siciliano si consolida sempre di più e negli ultimi anni Pirandello gira per il mondo, al seguito delle sue opere che vengono rappresentate con grande successo nei più importanti teatri.

Nel 1934 riceve il premio Nobel per la letteratura. Due anni dopo, nel dicembre del 1936 si ammala di polmonite e muore nella sua casa romana: non ha ancora compiuto settant’anni.

Il regime fascista avrebbe voluto per lui le esequie di Stato. Invece vennero rispettate le sue volontà così come le aveva espresse nel suo testamento: essere avvolto nudo in un lenzuolo e messo in una cassa sul carro dei poveri.

Lui, un premio Nobel, uno scrittore di fama internazionale, morire alla stregua dei più derelitti della terra.

Ma questo era il suo sentire, ciò che esprimeva il suo stare religiosamente dentro la vita del mondo, la sua incessante ansia di assoluto, che finalmente adesso trovava un approdo.

© Maria Amata Di Lorenzo – all rights reserved  (articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio di luglio 2014 – tutti i diritti riservati)

 

 


CHI SONO

Mi chiamo Maria Amata Di Lorenzo: scrivo, insegno, aiuto le anime sensibili ad esprimere se stesse nella vita.

Ho scritto testi radiofonici e teatrali e pubblicato libri diffusi fino ad oggi in otto lingue; ho lavorato per più di vent’anni come giornalista e come autrice e consulente editoriale, e ho diretto corsi di scrittura creativa. Contemporaneamente ho studiato per divenire una professionista della relazione d’aiuto, specializzandomi in counseling umanistico esistenziale, terapie naturali, formazione e life coaching a indirizzo psicobiologico.

Aiuto le persone “ad aiutarsi” e per questo mi considero una coltivatrice di esistenze felici.

Aiuto infatti le persone a scoprire e a mettere in pratica il loro potenziale creativo e la saggezza interiore per la loro crescita personale e il benessere, la guarigione e l’autorealizzazione. Se desideri una consulenza con me puoi scrivere a: dottoressa.amata@gmail.com


Gesualdo Bufalino: scrivere per resistere ai venti contrari del mondo

 

Gesualdo Bufalino

di Maria Amata Di Lorenzo

 

In alto a sinistra, sul foglio, un’incisione riproduce un mare in tempesta, cavalloni alti fino al cielo, attraversato quest’ultimo da nuvole basse e dense; all’orizzonte una nave, un vecchio bastimento, che il vento di procella ha già inclinato su un fianco, sta affondando, ma in mezzo alle onde ecco apparire una mano che, in un gesto di estrema resistenza, solleva da sotto le acque un libretto con le pagine aperte, ancora tutte bianche…

La frase più sotto, all’interno della sua lettera, mi dice nella calligrafia nervosa e svolazzante che gli era propria: “Guardi l’incisione stampata al sommo di questa lettera. Anche lei, come ogni naufrago (tutti lo siamo), sollevi finché è possibile, il suo libretto sopra le onde…

Il sacerdozio della parola

Scrivere per resistere ai venti contrari del mondo, scrivere per scongiurare il presente ormai minacciato dall’afasia.

Lo scrittore siciliano Gesualdo Bufalino credeva ancora, nonostante tutto, nella scrittura, nel sacerdozio della parola, nel suo potere salvifico. Come pochi. “In lui”, scrisse Renato Minore su “Il Messaggero” all’indomani della sua scomparsa, avvenuta il 14 giugno 1996, “c’era una dedizione sacerdotale alla scrittura, unica fonte legittima per conoscere l’inconoscibilità del mondo”.

Non a caso aveva posto l’immagine del mare in tempesta e della mano che regge un libro fra i flutti sul frontespizio della sua carta da lettera: un monito, e al tempo stesso un invito a sperare. La traccia di una improbabile, eppure necessaria, salvezza.

Gesualdo Bufalino

Chi era Gesualdo Bufalino

Gesualdo Bufalino era nato a Comiso, in provincia di Ragusa, nel 1920. Insegnante di liceo per tutta la vita, esordisce in letteratura poco più che sessantenne, nel 1981, con il romanzo “Diceria dell’untore” (Sellerio), scoperto da Leonardo Sciascia e presto portato alla ribalta nazionale come il caso letterario degli anni Ottanta.

Gesualdo Bufalino

Raccontato in prima persona, in una lingua articolatissima, fra elegia e pathos, tutto racchiuso e lavorato dentro l’ossessione della malattia (evidente metafora della vita), narra la storia di un amore sui generis sbocciato in un sanatorio della Conca d’Oro, in Sicilia, fra personaggi appassionati e dolenti che la morte, per un verso o per l’altro, finirà per ghermire.

Il successo raggiunto in età avanzata non cambia il coltissimo professore, lettore onnivoro, finissimo traduttore dal francese, dal temperamento timido e schivo, ingenuo e disincantato al tempo stesso come ogni siciliano che si rispetti.

Legatissimo alla città natale, aveva chiuso volontariamente il proprio orizzonte “fra due zolle” per poter così viaggiare da fermo, nei territori sconfinati della sua immaginazione barocca, nella realtà degli universi cartacei, zeppi di esistenze “vicarie”, impalpabili e vive più della stessa realtà.

Un solo mutamento aveva registrato la sua esistenza dopo l’exploit letterario: nel 1981, l’anno in cui uscì “Diceria dell’untore”, vincendo il Campiello e assicurandosi i favori del pubblico e della critica, Bufalino sposò Giovanna Leggio, che erstata sua allieva al liceo. La fama improvvisa aveva finito per spezzare il cerchio antico della solitudine e forzare così il blocco apparentemente irriducibile della sua misoginia.

 

Gesualdo Bufalino

Al primo fortunato romanzo erano seguite altre prove narrative, come “Museo d’ombre” (ancora per Sellerio, nel 1982) e poi, dopo il passaggio a Bompiani, opere quali “L’uomo invaso”, “Le menzogne della notte”, passando per i versi di “L’amaro miele” (Einaudi, 1982) e per i saggi, notevolissimi, fra cui sono da ricordare “La luce e il lutto”, “Il tempo in posa” (dedicati alla “sua” Sicilia, di cui è stato profondo conoscitore come pochi, in grado di decifrarne l’indecifrabile “sicilitudine” nel solco di Sciascia).

L’ultima prova narrativa, poco prima della morte, è stata “Tommaso e il fotografo cieco“, lucida e intelligente allegoria (venata di pessimismo) dell’Italia dei nostri giorni.

La vita che tradisce tutti i sogni

Gesualdo BufalinoLa vita che tradisce tutti i sogni. Il tempo che la memoria non redime. Gesualdo Bufalino non faceva mistero di sentirsi un “intruso” nell’odierna civiltà dei computer, lui che non era neppure capace di cambiare il nastro della sua Olivetti 35, peraltro usata soltanto per trascrivere “in bella” quanto veniva vergando sui fogli di carta di ogni risma, una biro rossa e una nera, nella poltrona accanto alla finestra.

Scriveva e riscriveva, tutto a mano, un’infinità di volte, mai contento, mai pago del suo lavoro.

Sacerdote della scrittura, la sua perfezione era maniacale, la scelta accurata delle parole (quelle che insieme poi facevano la cifra irripetibile della sua lingua densa, allusiva, sedimentata, sapiente) era il frutto di un processo mentale sorvegliatissimo.

Metodico e appartato, le sue giornate erano scandite da rituali pressoché ferrei: al mattino, appena sveglio, accendeva la radio per ascoltare i notiziari, a volume alto perché le voci gli giungessero in ogni angolo della casa in cui si muoveva; poi a un certo punto la radio taceva, lui si immergeva nelle scartoffie: progetti di libri, articoli, lettere (tantissime, da tutt’Italia) a cui rispondere; poi c’erano le letture, sterminate; e le passeggiate lungo il Corso, il circolo con gli amici, la vecchia madre Maria, ultranovantenne, a cui pensare (era arrivato persino a strapparsi i bottoni delle camicie per poterla tenere, amorevolmente, occupata).

Gesualdo BufalinoE le visite alla moglie Giovanna, poco fuori Vittoria, dove risiedeva da qualche anno dopo essere stata colpita da un ictus cerebrale. Tornava proprio da una visita fatta alla moglie la sera del 14 giugno 1996: un banale incidente automobilistico metteva fine alla sua esistenza, a 76 anni.

Non era mai voluto andare via dalla sua terra, da quella remota, polverosa provincia della Sicilia “babba”, in cui la vita poteva essere ancora vissuta senza affanni, a misura d’uomo, in sintonia con il creato, consapevole che al lavoro dell’anima occorrono due cose soltanto: solitudine e silenzio.

Viaggiatore senza bagaglio, ha oltrepassato quel giorno il muro fasciato d’ombra, fino in fondo al mistero, aspettando di sentire la voce, finalmente, di Colui che sempre tace.

© Maria Amata Di Lorenzo – all rights reserved

[pubblicato per la prima volta su “Il nostro tempo”, Torino, settembre 1997 – tutti i diritti sono riservati]

 

newsletter

 


CHI SONO

Mi chiamo Maria Amata Di Lorenzo: scrivo, insegno, aiuto le anime sensibili ad esprimere se stesse nella vita.

Ho scritto testi radiofonici e teatrali e pubblicato libri diffusi fino ad oggi in otto lingue; ho lavorato per più di vent’anni come giornalista e come autrice e consulente editoriale, e ho diretto corsi di scrittura creativa. Contemporaneamente ho studiato per divenire una professionista della relazione d’aiuto, specializzandomi in counseling umanistico esistenziale, terapie naturali, formazione e life coaching a indirizzo psicobiologico.

Aiuto le persone “ad aiutarsi” e per questo mi considero una coltivatrice di esistenze felici.

Aiuto infatti le persone a scoprire e a mettere in pratica il loro potenziale creativo e la saggezza interiore per la loro crescita personale e il benessere, la guarigione e l’autorealizzazione. Se desideri una consulenza con me puoi scrivere a: dottoressa.amata@gmail.com


 

“Sono nata il ventuno a primavera…” – Alda Merini

di Maria Amata Di Lorenzo

*

Alda Merini, voce poetica tra le più intense del Novecento italiano, morta il primo novembre 2009 a Milano, ci ha lasciato splendidi versi di carattere spirituale, muovendo dall’esperienza che aveva segnato fortemente la sua vita, vale a dire la lunga permanenza in manicomio, oltre dieci anni, che furono per lei l’incubatoio di tanti dolori, e di tanti orrori, che l’arte, insieme alla fede, seppe trasfigurare in versi di rara bellezza, rimasti a noi in dono per sempre.

Sì, perché la Merini aveva una fortissima fede, dai toni quasi mistici, che mai le venne meno, nonostante le tribolazioni della sua vita, e che anzi è stata il collante di tutto il suo cammino esistenziale.

Una fede che le ha ispirato bellissimi versi dedicati a Cristo e ai santi, come pure a Maria, cui dedicò tante pagine della sua produzione ed in particolare un libro, Magnificat. Un incontro con Maria, uscito nel 2002 per l’editore Frassinelli.

“Maria, / ci sono dei venti / che ardono e gemono in noi, / e dividono / le nostre intime parti / in tanti flagelli / e ci rompono le ossa / e sono le tentazioni, / i progetti sbagliati, / le orme indisciplinate, / i feretri dei morti / che secondo noi / non hanno resurrezione. / Quanto è immodesto l’uomo / che pensa che l’inverno congeli tutto / e non spera nella primavera. / L’uomo beve il proprio odio / come un buon vino, / e più odia e più si sente ebbro, / e più si sente ebbro / più abbandona / le rive della tua giovinezza.”

Come restare indifferenti davanti a versi così sinceri e profondi?

Quando il cielo baciò la terra nacque Maria. / Che vuol dire la semplice, / la buona, la colma di grazia. / Maria è il respiro dell’anima, / è l’ultimo soffio dell’uomo. / Maria discende in noi, / è come l’acqua che si diffonde / in tutte le membra e le anima, / e da carne inerte che siamo noi / diventiamo viva potenza”.

Versi semplici, e al tempo stesso molto intensi. “Sei la povertà e la ricchezza – scrive ancora la poetessa rivolgendosi alla Madre di Dio – , / il sogno e la contraddizione, / la volontà di Dio e la volontà dell’uomo, / che tu educhi alla contemplazione. / Il dolore è la tua casa, è la casa del mondo, / eppure tu sei la regina degli angeli, / la regina nostra, la regina di tutti i tempi”.

 

Nascere “folle”

Alda Merini vide la luce a Milano il 21 marzo 1931. Della sua nascita diceva: “Sono nata il ventuno a primavera / ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta…”

Aveva iniziato a comporre le prime liriche già all’età di quindici anni e non ne aveva neppure venti quando Giacinto Spagnoletti pubblicò nell’antologia “Poesia italiana contemporanea 1909-1949” le sue due liriche “Il gobbo” e “Luce”.

Nel ’51, queste liriche insieme ad altre due vengono incluse da Vanni Scheiwiller nel volume “Poetesse del Novecento”, su consiglio di Eugenio Montale e Maria Luisa Spaziani.

Si prefigurava già un grande ed insolito talento. In questi primi versi, seppur giovanili ed acerbi, si intuiscono i motivi ricorrenti della sua poesia, quell’intreccio di temi mistici e sensuali, di luce e di ombra, amalgamati da una concentrazione stilistica potente, che nell’arco degli anni lascerà spazio a un dettato più immediato e intuitivo.

Nel 1953 la poetessa sposò Ettore Carniti, da cui avrà le figlie Emanuela, Flavia, Simona e Barbara. Lo stesso anno del matrimonio esce la sua prima raccolta poetica, La presenza di Orfeo, seguita nel ’55 da Paura di Dio Nozze romane.

Ma dopo la silloge Tu sei Pietro, pubblicata nel 1961 dall’editore Scheiwiller, seguì un silenzio lunghissimo, quasi vent’anni, la maggior parte dei quali la Merini li trascorse nell’ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano (“Per me è stato un miracolo di Dio essere uscita viva da lì. Ho visto morire tanti ragazzi…”).

Nel 1979 il lungo silenzio editoriale è spezzato dalla stesura di quell’opera che tutti considerano il capolavoro della Merini, la raccolta intitolata La Terra Santa, che nel ’93 vince il prestigioso Premio Librex Montale. Sono liriche di un’intensità molto potente, dove la realtà lascia il posto all’idea del reale, sublimata e deformata dal delirio della follia. “Le più belle poesie”, dice la poetessa dei Navigli, – “si scrivono sopra le pietre / coi ginocchi piagati / e le menti aguzzate dal mistero”.

La Terra Santa segna l’inizio di una poetica nuova, impregnata della devastante esperienza manicomiale (“il manicomio è il monte Sinai, / maledetto, su cui tu ricevi / le tavole di una legge / agli uomini sconosciuta”), ma il suo valore all’inizio non venne recepito dal mondo editoriale. La prima proposta di stampa dell’opera, infatti, fu accolta da un’indifferenza assoluta. Solo Paola Mauri accettò di pubblicare trenta liriche, scelte su un dattiloscritto di oltre un centinaio di testi composti dalla Merini durante l’internamento, e lo fece nell’82 sul n.4 della rivista «Il cavallo di Troia».

Due anni più tardi Scheiwiller riprese quelle trenta liriche e, con l’aggiunta di altre dieci, diede alle stampe la prima edizione de La Terra Santa, decretando di fatto la fine dell’ostracismo editoriale verso l’artista milanese.

 

Mistero di misericordia

Quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita”, diceva sovente la poetessa, con la lucidità e la sincerità che le erano proprie.

Tornata a vivere, nella seconda metà degli anni Ottanta, nella sua amatissima Milano, dopo una parentesi di alcuni anni a Taranto, la Merini ricominciò a scrivere con assiduità, alternando testi in versi e in prosa, dentro una casa piena di libri, quadri e fotografie, in Ripa di Porta Ticinese, sulle rive del “suo” Naviglio.

Questi sono per lei anni molto fecondi, dove si contano sempre maggiori pubblicazioni ed interventi pubblici, e in cui le vengono assegnati diversi premi letterari come pure una laurea honoris causa dall’Università di Messina.

Escono Delirio amoroso (1989), Ipotenusa d’amore (1992) e il volume in prosa La pazza della porta accanto (1993).

Nel ’95 viene data alle stampe la raccolta Ballate non pagate e nel ’96 le viene assegnato il Premio Viareggio per la Poesia. Lo stesso anno la Merini viene proposta per il Premio Nobel per la Letteratura dall’Academie française.

Del ’97 è la raccolta La volpe e il sipario, che è forse la più alta dimostrazione del suo originale stile poetico: una poesia che nasce dall’emozione, sull’onda del pensiero che si fa man mano sempre più astratto e simbolico. E poi, nel 2002, esce per Frassinelli quel bellissimo libro che è Magnificat. Un incontro con Maria, dove la Merini evoca la Vergine Madre indagandone soprattutto l’aspetto umano e femminile, opera che, nel settembre dello stesso anno, le fa vincere il Premio Dessì per la Poesia.

In questi versi la Madre di Dio ci viene presentata come una giovinetta, rivisitata soprattutto nella sua interiorità, nel suo smarrimento, nel suo materno stupore.

Sigillo della cristianità e al tempo stesso icona di amore e di fede, Maria introduce al mistero della grande misericordia di Dio: “Se Tu sei la mia mano, / il mio dito, / la mia voce, / se Tu sei il vento / che mi scompiglia i capelli, / se Tu sei la mia adolescenza / io ho il diritto di servirti / e il dovere, / perché l’adolescenza / non ha mai chiesto nulla / alle sue stagioni. / Tu mi hai presa / perché io non ero una donna / ma solo una bambina. / E le bambine si accolgono / e si avvolgono di mistero. / Tu mi hai resa donna, Signore, / e la donna è soltanto / un pugno di dolore. / Ma questo pugno / io non lo batterò / verso il mio petto,/ lo allargherò verso di Te / come una mano / che chiede misericordia”.

 

*


CHI SONO

Mi chiamo Maria Amata Di Lorenzo: scrivo, insegno, aiuto le anime sensibili ad esprimere se stesse nella vita.

Ho scritto testi radiofonici e teatrali e pubblicato libri diffusi fino ad oggi in otto lingue; ho lavorato per più di vent’anni come giornalista e come autrice e consulente editoriale, e ho diretto corsi di scrittura creativa. Contemporaneamente ho studiato per divenire una professionista della relazione d’aiuto, specializzandomi in counseling umanistico esistenziale, terapie naturali, formazione e life coaching a indirizzo psicobiologico.

Aiuto le persone “ad aiutarsi” e per questo mi considero una coltivatrice di esistenze felici.

Aiuto infatti le persone a scoprire e a mettere in pratica il loro potenziale creativo e la saggezza interiore per la loro crescita personale e il benessere, la guarigione e l’autorealizzazione. Se desideri una consulenza con me puoi scrivere a: dottoressa.amata@gmail.com


 

***

Franz Werfel, un canto al Mistero

di Maria Amata Di Lorenzo

 

“François Soubirous si alza al buio. Sono le sei precise. Il suo orologio d’argento, regalo di nozze dell’avveduta cognata Bernarde Casterot, non l’ha più già da molto tempo. La bolletta di pegno dell’orologio e di qualche altra cosuccia preziosa è scaduta ormai dall’autunno scorso. Ma Soubirous sa che sono le sei in punto, benché le campane della chiesa di Saint-Pierre non abbiano ancora suonato per la prima Messa. I poveri hanno il tempo nel sangue; anche senza quadranti e senza tocchi di campane, sanno che cosa segna l’orologio. I poveri hanno sempre paura di arrivare in ritardo. L’uomo cerca a tasto i suoi zoccoli, li prende, ma li trattiene in mano per non far rumore. Rimane in piedi, scalzo, sull’impiantito freddo come ghiaccio, e ascolta i diversi respiri della sua famiglia che dorme: una musica strana che gli opprime il cuore. Sono in sei a dividere la stanza…”

È il folgorante, bellissimo inizio del romanzo Il poema di Bernadette di Franz Werfel, che noi conosciamo soprattutto col titolo La canzone di Bernadette, un’opera da cui il regista Henry King trasse un film di eccezionale impatto emotivo che vinse vari premi Oscar negli Anni Quaranta, di cui uno, meritatissimo, andò alla protagonista della pellicola, l’attrice Jennifer Jones, che impersonava la giovanissima veggente di Lourdes.

“Ho osato cantare la canzone di Bernadette, io che non sono cattolico ma ebreo”. Così scrive Franz Werfel nell’introduzione alla prima edizione del romanzo, uscito nel 1941. Soltanto un anno prima, lo scrittore si trovava assieme alla moglie Alma Mahler in Francia. A giugno le truppe tedesche erano entrate a Parigi con Hitler in testa. I due coniugi avrebbero voluto fuggire negli Stati Uniti, ma non avevano i visti necessari. Decisero allora di provare a far perdere le proprie tracce fra i Pirenei, mischiandosi ai tanti sbandati in fuga dall’esercito invasore.

“A Pau, una famiglia del luogo ci disse che Lourdes era l’unico posto dove qualche beniamino della Fortuna poteva forse trovare ancora alloggio”, racconta Werfel. “Poiché la famosa città era appena a trenta chilometri, ci venne consigliato di tentare e picchiare alle sue porte”.

E le porte di Lourdes si aprirono ai due fuggitivi, che trovarono in essa accoglienza e alloggio. “In questo modo la Provvidenza mi condusse a Lourdes, della cui storia prodigiosa non avevo fino ad allora la più superficiale nozione”. Ma durante le sette settimane di permanenza nella cittadina pirenaica lo scrittore ebreo ebbe modo di conoscere da vicino la vicenda “della giovanetta Bernadette Soubirous e i fatti meravigliosi delle guarigioni di Lourdes”.

“Un giorno”, lui racconta, “tribolato com’ero, feci un voto. Se fossi uscito da quella situazione disperata e avessi raggiunto la costa americana – questo fu il voto che feci – avrei prima di ogni altro lavoro cantato la canzone di Bernadette come meglio avessi potuto”.

Il Canto di Bernadette, scritto per voto e per necessità interiore, diventò un successo mondiale. La riduzione cinematografica, diretta da Henry King fu premiata da ben quattro Oscar ed è entrata a buon diritto nella storia mondiale del cinema.

 

 

Franz Werfel era nato a Praga il 10 settembre 1890, al tempo dell’impero austro-ungarico, in una famiglia ebraica. Contemporaneo e collega di altri intellettuali ebrei e autori come Franz Kafka, Max Brod e Martin Buber, nel 1929 aveva sposato la vedova del compositore Gustav Mahler, e nel 1933 aveva ottenuto la fama letteraria con la pubblicazione dell’opera I quaranta giorni del Mussa Dagh, un grande racconto epico sulla resistenza armena e il feroce genocidio di quel popolo perpetrato ad opera dei Turchi.

Fra le altre sue opere scritte sono da ricordare i romanzi Il colpevole non è l’assassino, ma la vittima (1920), Nel crepuscolo di un mondo (1937), Una scrittura femminile azzurro pallido (1955), e inoltre i drammi storici Juarez e Massimiliano (del 1924) e Jacobowsky ed il colonnello, scritto poco prima della morte, che lo colse a Los Angeles nell’agosto del 1945.

Esponente di spicco del movimento espressionista tedesco e convinto pacifista, Werfel fu tra quegli uomini di letteratura che nella prima metà del Novecento seppero esprimere con il loro ingegno artistico una straordinaria ed appassionata partecipazione ai problemi del proprio tempo. Come ha scritto di lui il germanista Claudio Magris: “Werfel cercava l’umanità e la grazia ovunque. E come i suoi romanzi, anche le sue idee hanno un denominatore comune, una calda pietà per gli uomini e per la vita”.

Nella sua produzione letteraria, infatti, sono racchiusi i temi di fondo che l’apparentano a quelli più avvertiti dalla sensibilità popolare: il sentimento religioso, la condanna delle brutalità del mondo, la speranza in un futuro migliore, la fede nell’invisibile. “Sin dal giorno nel quale scrissi i miei primi ver­si – dice Werfel –, giurai a me stesso che avrei re­so onore sempre e dovunque, at­traverso i miei scritti, al segreto divino e alla santità umana”. E, ancora, lo scrittore sosteneva con grande convinzione: “La fede nel divino non è altro che il sostanziale riconoscimento che il mondo ha un senso, che cioè è un mondo spirituale”.

 

 

Il 16 luglio 1940, un articolo del «New York Post» annunciava che il famoso scrittore Franz Werfel era stato ucciso dai nazisti. La notizia era del tutto infondata, ma Werfel stava comunque vivendo giorni durissimi e di grande pericolo. Da un po’ di tempo, infatti, con la moglie Alma, era costretto a nascondersi nel sud della Francia, tra carovane di sbandati e profughi in fuga dall’esercito di occupazione tedesco.

Dopo aver lasciato l’Austria a seguito dell’annessione del 1938, la coppia aveva vissuto in Svizzera, a Parigi e infine in Provenza, dove si era raccolta una colonia di espatriati tedeschi. Ma pure lì la pace era durata poco. Sotto la minaccia delle truppe di Hitler, sempre più vicine, Franz e Alma si erano dati a una fuga febbrile, nel tentativo di raggiungere il confine spagnolo. Avevano fatto tappa a Bordeaux e poi, attraverso Pau, erano giunti a Lourdes.

Confusi tra pellegrini e sfollati, erano rimasti lì circa due mesi, condividendo angoscia e speranza. Senza documenti validi per espatriare, era impossibile passare la frontiera e così lo scrittore e la moglie furono costretti a tornare a Marsiglia dove, miracolosamente, ottennero l’agognato visto per gli Stati Uniti.

Werfel fece il voto, se fosse sopravvissuto, di raccontare la storia di Bernadette. Ed è così che nasce questo romanzo bellissimo, che l’autore presenta al “lettore diffidente” precisando che “tutti gli avvenimenti notevoli che formano il contenuto del libro sono in realtà accaduti”. E, puntualizza lo scrittore, “ho usato del diritto della libertà concesso al poeta solo dove bisognava far scoccare scintille di vita dalla materia trattata”.

Il libro, pubblicato in e­dizione originale nel 1941, arriva in Italia alla fine della guerra, nella prestigiosa collana mondadoriana della “Medusa”; nel 2011 è uscita in Italia una nuova edizione curata dall’editore Gallucci. Un romanzo evergreen, scritto in una prosa calda e raffinata, con punte di virtuosismo stilistico, che si snoda per oltre settecento pagine nel racconto limpido e commovente delle apparizioni di Lourdes.

Ho osato cantare la canzone di Bernardette, io che sono ebreo. Il coraggio per questa impresa mi è venuto da un voto molto più antico e inconscio. Sin dal giorno nel quale scrissi i miei primi ver­si, giurai a me stesso che avrei re­so onore sempre e dovunque, at­traverso i miei scritti, al segreto divino e alla santità umana: no­nostante che l’epoca nostra, con scherno, ferocia e indifferenza, rinneghi questi valori supremi della nostra vita”.

© Maria Amata Di Lorenzo – all rights reserved

[articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – maggio 2012]

**

 


CHI SONO

Mi chiamo Maria Amata Di Lorenzo: scrivo, insegno, aiuto le anime sensibili ad esprimere se stesse nella vita.

Ho scritto testi radiofonici e teatrali e pubblicato libri diffusi fino ad oggi in otto lingue; ho lavorato per più di vent’anni come giornalista e come autrice e consulente editoriale, e ho diretto corsi di scrittura creativa. Contemporaneamente ho studiato per divenire una professionista della relazione d’aiuto, specializzandomi in counseling umanistico esistenziale, terapie naturali, formazione e life coaching a indirizzo psicobiologico.

Aiuto le persone “ad aiutarsi” e per questo mi considero una coltivatrice di esistenze felici.

Aiuto infatti le persone a scoprire e a mettere in pratica il loro potenziale creativo e la saggezza interiore per la loro crescita personale e il benessere, la guarigione e l’autorealizzazione. Se desideri una consulenza con me puoi scrivere a: dottoressa.amata@gmail.com


 

 

Cristina Campo, anacoreta di Dio

 

di Maria Amata Di Lorenzo

 

Nel cuore dell’antica Roma, in cima all’Aventino, c’è una piazza assolata e una chiesa, la chiesa di Sant’Anselmo. Le strade intorno salgono come calvari e il silenzio ricopre ogni cosa come un sudario. Ogni tanto il suono delle campane, cauti riverberi gregoriani, e voci qua e là: non di bambini, ma di monaci assorti e di pellegrini venuti da ogni dove, lievi mormorii in molteplici lingue.

La Roma dei salotti, dei palazzi del potere, della compromissione, è laggiù, oltre le rovine del Circo Massimo, oltre il Tevere. Dalla terrazza del Giardino degli aranci si può abbracciarla tutta con lo sguardo, fumida di vento e di splendore decaduto. L’Aventino è invece la città mistica, la città santa.

Qui il pane è cibo quotidiano, ma non ha la fragranza dei forni, bensì il biancore larvale dell’ostia, particola che trasmuta il corpo e il sangue di Cristo.

Non si può cominciare a parlare della poetessa Cristina Campo senza partire da qui, da questo luogo dell’anima dove lei scelse di vivere gli ultimi dieci anni della sua vita, anacoreta della parola, in perfetta solitudine.

Mai luogo fu più intimamente legato al destino di un essere umano.

Al civico 3 di piazza S. Anselmo, Cristina Campo (pseudonimo di Vittoria Guerrini, nata a Bologna nel 1923 e morta il 10 gennaio 1977 a Roma) compì il suo percorso letterario nelle forme di un vero e proprio itinerario ascetico, che oggi possiamo contemplare nei due volumi editi entrambi da Adelphi, Gli imperdonabili (con tutte le prose) e La Tigre Assenza (tutte le poesie e alcuni traduzioni), usciti postumi rispettivamente nel 1987 e nel 1991.

 

 

Ma chi era Cristina Campo

e che cosa rimane oggi della sua poesia?

 

La nascita, con una malformazione cardiaca che la renderà fragile e delicata tutta la vita, l’infanzia, vissuta nel parco dell’ospedale Rizzoli di Bologna dove lo zio Putti era primario, le letture sterminate coltivate nell’isolamento e nell’immobilità a cui la malattia la costringeva, senza peraltro spegnere la sua natura indomita, vivace, piena di arguzia e di gaiezza, ma tracciandovi, né poteva essere diversamente, il segno di una “ferita” indelebile: nella precoce passione della Bellezza, sempre in fuga, senza illusoria, “a doppia lama”, c’è già, tutto intero, il senso della precarietà della vita, il necessario educarsi a essa attraverso la dura disciplina del dolore.

Negli anni della guerra si trasferisce a Firenze, entrando in contatto con la società culturale fiorentina, particolarmente vivace, legandosi a Leone Traverso, frequentando Mario Luzi, Gianfranco Draghi, Padre Vannucci.

“La sua prima formazione”, ricorda appunto Luzi, “è stata estetico-letteraria, ma di tale rigore e intensità che divenne una verità etica. Poi la conoscenza di Elémire Zolla, il trasferimento a Roma e la frequentazione di ambienti religiosi spostarono il tema fondamentale della sua ricerca, che prima fu ricerca della verità detta poeticamente e poi si espresse nella pratica religiosa, nel mondo ascetico della contemplazione”.

Tale distinzione è importante per riuscire a capire in che modo e perché Vittoria Guerrini divenne a un certo punto Cristina Campo.

Nessuno ha mai saputo come dal mazzo dei tanti eteronimi usati, ubbidendo sempre a un’esigenza di riserbo, di nascondimento, di non-autoaffermazione (per cui era stata di volta in volta la Pisana, e Puccio Quaratesi, e Benedetto P. d’Angelo, e Bernardo Trevisano) nacque il profetico nome Cristina Campo.

Profetico nel senso, assai probabile, di una scelta quasi sacerdotale: Cristina da Cristo, Campo dall’immagine del Signore lavoratore delle messi.

Una sorta di investitura, umana e letteraria, e insieme il segno di un destino (“così io debbo amare questa lama fredda, che venne un giorno a incastrarsi fra i cardini della mia anima per mantenerla bene aperta…”, scrive in una lettera del 1956).

Lo spartiacque è posto agli inizi degli anni Cinquanta, quando un amico le porta da Parigi La pesanteur et la grace di Simone Weil; poi il trasferimento a Roma nel 1956 e due anni dopo l’incontro con Elémire Zolla, che divenne suo compagno, dovettero fare il resto, fino alla decisione presa nel 1965 di vivere all’Aventino, accanto ai benedettini di S. Anselmo, ultimi cultori di quel gregoriano che lei tanto amava, come amava la liturgia della chiesa d’oriente, i suoi riti, le cerimonie solenni al Russicum che frequentava, la ricchezza profonda di certe pratiche come la Preghiera del Nome, fulcro dei Racconti del pellegrino russo (per cui scrisse l’introduzione nell’edizione rusconiana del 1973).

“Oggi siamo entrati nella costellazione del cane. Roma respira greve ed enorme, nella caligine ardente. Supremamente bella, a volte, nelle sue tremende basiliche vuote, nelle sue piazze di sangue coagulato che pare liquefarsi, fumando… La notte, il solito odore di Basso Impero in putrefazione, ma anche profondi, puri mutamenti nei quali la città pare chiusa in uno smeraldo. Io non faccio che andare in giro per questo immenso labirinto di misteri concentrici…” (scrive il 21 luglio 1964).

Erano appunto i “profondi, puri mutamenti” quelli che la interessavano, che la coinvolgevano, su cui fissare il fuoco della mente aprendo le porte al regno dell’attenzione (“il solo cammino verso l’inesprimibile, la sola strada al mistero”).

E l’attenzione è sorella della memoria, veicolo alla perfezione, la sola meta possibile. “Quante volte / raccoglieremo questa nostra vita /nella pietà di un verso”. In questo modo la poesia diventa il crogiuolo in cui si lasciano bruciare tutte le scorie per poter far posto a ciò che resta, e ciò che resta è oro puro; “il luogo della poesia”, ben ha detto Mario Luzi, “è la cella dove brucia senza consumarsi la fiamma fissa della meditazione” (Vicissitudine e forma, Milano, 1974).

Poche le opere pubblicate dalla Campo quand’era in vita: un’esile raccolta di versi, Passo d’addio (del 1956, edita da Scheiwiller), il volumetto Fiaba e mistero (Vallecchi, 1962), i saggi di Il flauto e il tappeto (Rusconi, 1971), accolti tutti dal silenzio della critica dell’epoca, fondamentalmente ostile alla sua personalità poliedrica, fuori dagli schemi e dalle mode.

La maggior parte delle poesie che oggi compongono La Tigre Assenza uscirono di volta in volta sulla rivista fiorentina “Conoscenza religiosa” diretta da Elémire Zolla, il quale così ha raccontato l’esclusione tributata dall’establishment culturale italiano al genio della Campo: “Durante la vita Vittoria non fu menzionata da nessuno di coloro che oggi si sentono liberi di parlarne. Non desidero valutare i loro criteri di silenzio. Fino al 1980 c’era comunque un sistema di divieti, instaurati nel 1968, e rientrava in essi la proibizione di menzionare Vittoria. Fece eccezione Calasso che osò scriverne un necrologio per il “Corriere della Sera” (“Paese Sera”, 10 settembre 1989).

E sarà proprio Calasso a pubblicare, con la sua Adelphi, l’opera omnia di questa grande scrittrice europea, con la cura amorevole di Margherita Pieracci Harwell.

Ma l’emarginazione subita dalla Campo era in qualche modo da lei stessa alimentata, nel suo perpetuo nascondersi, prendere le distanze da ciò che non amava: la volgarità del mondo, sempre più grande, sempre più insopportabile, lo scempio della bellezza, la profanazione del rito, la totale e dolorosa eclissi del sacro.

Di sé aveva affermato lapidariamente: “Scrisse poco, e le piacerebbe aver scritto meno“.

La sua vita già cominciava a spostarsi oltre, prendeva i contorni dell’attenzione, della pazienza, dell’ascesi. Nel giro di alcuni anni perfetti era passata dalla letteratura come principio etico, passione per la bellezza, alla letteratura come religione, come domanda sul destino e la salvezza degli uomini.

La ricerca inesausta della perfezione, volgendo in direzione della liturgia, ovvero l’incarnazione della Bellezza, sempre in fuga, nel mondo visibile, portava alla macerazione dello spirito in direzione di Dio, “la Tigre Assenza“, che ama i suoi eletti di un amore esigente, esclusivo, geloso (“Oh quanto ci sei duro / Maestro e Signore! Con quanti denti il tuo amore / ci morde”).

Un percorso non difficile da capire, se rammentiamo Pascal: “Un po’ di sapere può allontanare da Dio, ma molto sapere vi può ricondurre…”

Così, fra il 1964 e il 1965, periodo cruciale in cui nel volgere di pochi mesi la Campo perde sia il padre che la madre (è per loro che scrive La Tigre Assenza, la lirica che dà il titolo alla sua opera postuma), decide di trasferirsi all’Aventino, dapprima in una stanza della pensione Sant’Anselmo, poi in un vicino appartamento, diradando via via ogni presenza attorno a sé.

La vita diventa attesa del Mistero che si svela, segreto cerchio di espiazione. La Tigre Assenza ha tutto divorato, lasciando intatta soltanto la bocca, lo spazio di una preghiera.

Margherita Pieracci Harwell che la incontra a Nervi l’estate precedente alla sua morte, trova una giovane donna invecchiata, che oramai si nutre di niente, un pugnetto di riso: “Dava l’idea di una terribile sofferenza interiore. L’evoluzione verso una religiosità preconciliare, un passato che sembrava impossibile rivivere, la spinsero verso una forma di consunzione.”

Della giovane donna piena di fascino, di grazia squisita, dalla conversazione brillante e accesa, non era rimasto più nulla: una “esile morente”, come scrisse Ceronetti, una creatura affaticata, dolente. Ormai vicinissima. Ormai pronta all’Incontro atteso lungamente, e temuto, per tutta la vita.

[© articolo pubblicato per la prima volta su “Il nostro tempo”, Torino, 2 Marzo 1997 – riproduzione vietata]

 

 


CHI SONO

Mi chiamo Maria Amata Di Lorenzo: scrivo, insegno, aiuto le anime sensibili ad esprimere se stesse nella vita.

Ho scritto testi radiofonici e teatrali e pubblicato libri diffusi fino ad oggi in otto lingue; ho lavorato per più di vent’anni come giornalista e come autrice e consulente editoriale, e ho diretto corsi di scrittura creativa. Contemporaneamente ho studiato per divenire una professionista della relazione d’aiuto, specializzandomi in counseling umanistico esistenziale, terapie naturali, formazione e life coaching a indirizzo psicobiologico.

Aiuto le persone “ad aiutarsi” e per questo mi considero una coltivatrice di esistenze felici.

Aiuto infatti le persone a scoprire e a mettere in pratica il loro potenziale creativo e la saggezza interiore per la loro crescita personale e il benessere, la guarigione e l’autorealizzazione. Se desideri una consulenza con me puoi scrivere a: dottoressa.amata@gmail.com