Franz Werfel, un canto al Mistero

di Maria Amata Di Lorenzo

 

“François Soubirous si alza al buio. Sono le sei precise. Il suo orologio d’argento, regalo di nozze dell’avveduta cognata Bernarde Casterot, non l’ha più già da molto tempo. La bolletta di pegno dell’orologio e di qualche altra cosuccia preziosa è scaduta ormai dall’autunno scorso. Ma Soubirous sa che sono le sei in punto, benché le campane della chiesa di Saint-Pierre non abbiano ancora suonato per la prima Messa. I poveri hanno il tempo nel sangue; anche senza quadranti e senza tocchi di campane, sanno che cosa segna l’orologio. I poveri hanno sempre paura di arrivare in ritardo. L’uomo cerca a tasto i suoi zoccoli, li prende, ma li trattiene in mano per non far rumore. Rimane in piedi, scalzo, sull’impiantito freddo come ghiaccio, e ascolta i diversi respiri della sua famiglia che dorme: una musica strana che gli opprime il cuore. Sono in sei a dividere la stanza…”

È il folgorante, bellissimo inizio del romanzo Il poema di Bernadette di Franz Werfel, che noi conosciamo soprattutto col titolo La canzone di Bernadette, un’opera da cui il regista Henry King trasse un film di eccezionale impatto emotivo che vinse vari premi Oscar negli Anni Quaranta, di cui uno, meritatissimo, andò alla protagonista della pellicola, l’attrice Jennifer Jones, che impersonava la giovanissima veggente di Lourdes.

“Ho osato cantare la canzone di Bernadette, io che non sono cattolico ma ebreo”. Così scrive Franz Werfel nell’introduzione alla prima edizione del romanzo, uscito nel 1941. Soltanto un anno prima, lo scrittore si trovava assieme alla moglie Alma Mahler in Francia. A giugno le truppe tedesche erano entrate a Parigi con Hitler in testa. I due coniugi avrebbero voluto fuggire negli Stati Uniti, ma non avevano i visti necessari. Decisero allora di provare a far perdere le proprie tracce fra i Pirenei, mischiandosi ai tanti sbandati in fuga dall’esercito invasore.

“A Pau, una famiglia del luogo ci disse che Lourdes era l’unico posto dove qualche beniamino della Fortuna poteva forse trovare ancora alloggio”, racconta Werfel. “Poiché la famosa città era appena a trenta chilometri, ci venne consigliato di tentare e picchiare alle sue porte”.

E le porte di Lourdes si aprirono ai due fuggitivi, che trovarono in essa accoglienza e alloggio. “In questo modo la Provvidenza mi condusse a Lourdes, della cui storia prodigiosa non avevo fino ad allora la più superficiale nozione”. Ma durante le sette settimane di permanenza nella cittadina pirenaica lo scrittore ebreo ebbe modo di conoscere da vicino la vicenda “della giovanetta Bernadette Soubirous e i fatti meravigliosi delle guarigioni di Lourdes”.

“Un giorno”, lui racconta, “tribolato com’ero, feci un voto. Se fossi uscito da quella situazione disperata e avessi raggiunto la costa americana – questo fu il voto che feci – avrei prima di ogni altro lavoro cantato la canzone di Bernadette come meglio avessi potuto”.

Il Canto di Bernadette, scritto per voto e per necessità interiore, diventò un successo mondiale. La riduzione cinematografica, diretta da Henry King fu premiata da ben quattro Oscar ed è entrata a buon diritto nella storia mondiale del cinema.

 

 

Franz Werfel era nato a Praga il 10 settembre 1890, al tempo dell’impero austro-ungarico, in una famiglia ebraica. Contemporaneo e collega di altri intellettuali ebrei e autori come Franz Kafka, Max Brod e Martin Buber, nel 1929 aveva sposato la vedova del compositore Gustav Mahler, e nel 1933 aveva ottenuto la fama letteraria con la pubblicazione dell’opera I quaranta giorni del Mussa Dagh, un grande racconto epico sulla resistenza armena e il feroce genocidio di quel popolo perpetrato ad opera dei Turchi.

Fra le altre sue opere scritte sono da ricordare i romanzi Il colpevole non è l’assassino, ma la vittima (1920), Nel crepuscolo di un mondo (1937), Una scrittura femminile azzurro pallido (1955), e inoltre i drammi storici Juarez e Massimiliano (del 1924) e Jacobowsky ed il colonnello, scritto poco prima della morte, che lo colse a Los Angeles nell’agosto del 1945.

Esponente di spicco del movimento espressionista tedesco e convinto pacifista, Werfel fu tra quegli uomini di letteratura che nella prima metà del Novecento seppero esprimere con il loro ingegno artistico una straordinaria ed appassionata partecipazione ai problemi del proprio tempo. Come ha scritto di lui il germanista Claudio Magris: “Werfel cercava l’umanità e la grazia ovunque. E come i suoi romanzi, anche le sue idee hanno un denominatore comune, una calda pietà per gli uomini e per la vita”.

Nella sua produzione letteraria, infatti, sono racchiusi i temi di fondo che l’apparentano a quelli più avvertiti dalla sensibilità popolare: il sentimento religioso, la condanna delle brutalità del mondo, la speranza in un futuro migliore, la fede nell’invisibile. “Sin dal giorno nel quale scrissi i miei primi ver­si – dice Werfel –, giurai a me stesso che avrei re­so onore sempre e dovunque, at­traverso i miei scritti, al segreto divino e alla santità umana”. E, ancora, lo scrittore sosteneva con grande convinzione: “La fede nel divino non è altro che il sostanziale riconoscimento che il mondo ha un senso, che cioè è un mondo spirituale”.

 

 

Il 16 luglio 1940, un articolo del «New York Post» annunciava che il famoso scrittore Franz Werfel era stato ucciso dai nazisti. La notizia era del tutto infondata, ma Werfel stava comunque vivendo giorni durissimi e di grande pericolo. Da un po’ di tempo, infatti, con la moglie Alma, era costretto a nascondersi nel sud della Francia, tra carovane di sbandati e profughi in fuga dall’esercito di occupazione tedesco.

Dopo aver lasciato l’Austria a seguito dell’annessione del 1938, la coppia aveva vissuto in Svizzera, a Parigi e infine in Provenza, dove si era raccolta una colonia di espatriati tedeschi. Ma pure lì la pace era durata poco. Sotto la minaccia delle truppe di Hitler, sempre più vicine, Franz e Alma si erano dati a una fuga febbrile, nel tentativo di raggiungere il confine spagnolo. Avevano fatto tappa a Bordeaux e poi, attraverso Pau, erano giunti a Lourdes.

Confusi tra pellegrini e sfollati, erano rimasti lì circa due mesi, condividendo angoscia e speranza. Senza documenti validi per espatriare, era impossibile passare la frontiera e così lo scrittore e la moglie furono costretti a tornare a Marsiglia dove, miracolosamente, ottennero l’agognato visto per gli Stati Uniti.

Werfel fece il voto, se fosse sopravvissuto, di raccontare la storia di Bernadette. Ed è così che nasce questo romanzo bellissimo, che l’autore presenta al “lettore diffidente” precisando che “tutti gli avvenimenti notevoli che formano il contenuto del libro sono in realtà accaduti”. E, puntualizza lo scrittore, “ho usato del diritto della libertà concesso al poeta solo dove bisognava far scoccare scintille di vita dalla materia trattata”.

Il libro, pubblicato in e­dizione originale nel 1941, arriva in Italia alla fine della guerra, nella prestigiosa collana mondadoriana della “Medusa”; nel 2011 è uscita in Italia una nuova edizione curata dall’editore Gallucci. Un romanzo evergreen, scritto in una prosa calda e raffinata, con punte di virtuosismo stilistico, che si snoda per oltre settecento pagine nel racconto limpido e commovente delle apparizioni di Lourdes.

Ho osato cantare la canzone di Bernardette, io che sono ebreo. Il coraggio per questa impresa mi è venuto da un voto molto più antico e inconscio. Sin dal giorno nel quale scrissi i miei primi ver­si, giurai a me stesso che avrei re­so onore sempre e dovunque, at­traverso i miei scritti, al segreto divino e alla santità umana: no­nostante che l’epoca nostra, con scherno, ferocia e indifferenza, rinneghi questi valori supremi della nostra vita”.

© Maria Amata Di Lorenzo – all rights reserved

[articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – maggio 2012]

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Terapeuta naturale, counselor e scrittrice, le mie passioni fin da bambina sono la psicologia e le stelle e la scoperta dei misteri racchiusi nell’aldilà.
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Cristina Campo, anacoreta di Dio

 

di Maria Amata Di Lorenzo

 

Nel cuore dell’antica Roma, in cima all’Aventino, c’è una piazza assolata e una chiesa, la chiesa di Sant’Anselmo. Le strade intorno salgono come calvari e il silenzio ricopre ogni cosa come un sudario. Ogni tanto il suono delle campane, cauti riverberi gregoriani, e voci qua e là: non di bambini, ma di monaci assorti e di pellegrini venuti da ogni dove, lievi mormorii in molteplici lingue.

La Roma dei salotti, dei palazzi del potere, della compromissione, è laggiù, oltre le rovine del Circo Massimo, oltre il Tevere. Dalla terrazza del Giardino degli aranci si può abbracciarla tutta con lo sguardo, fumida di vento e di splendore decaduto. L’Aventino è invece la città mistica, la città santa.

Qui il pane è cibo quotidiano, ma non ha la fragranza dei forni, bensì il biancore larvale dell’ostia, particola che trasmuta il corpo e il sangue di Cristo.

Non si può cominciare a parlare della poetessa Cristina Campo senza partire da qui, da questo luogo dell’anima dove lei scelse di vivere gli ultimi dieci anni della sua vita, anacoreta della parola, in perfetta solitudine.

Mai luogo fu più intimamente legato al destino di un essere umano.

Al civico 3 di piazza S. Anselmo, Cristina Campo (pseudonimo di Vittoria Guerrini, nata a Bologna nel 1923 e morta il 10 gennaio 1977 a Roma) compì il suo percorso letterario nelle forme di un vero e proprio itinerario ascetico, che oggi possiamo contemplare nei due volumi editi entrambi da Adelphi, Gli imperdonabili (con tutte le prose) e La Tigre Assenza (tutte le poesie e alcuni traduzioni), usciti postumi rispettivamente nel 1987 e nel 1991.

 

 

Ma chi era Cristina Campo

e che cosa rimane oggi della sua poesia?

 

La nascita, con una malformazione cardiaca che la renderà fragile e delicata tutta la vita, l’infanzia, vissuta nel parco dell’ospedale Rizzoli di Bologna dove lo zio Putti era primario, le letture sterminate coltivate nell’isolamento e nell’immobilità a cui la malattia la costringeva, senza peraltro spegnere la sua natura indomita, vivace, piena di arguzia e di gaiezza, ma tracciandovi, né poteva essere diversamente, il segno di una “ferita” indelebile: nella precoce passione della Bellezza, sempre in fuga, senza illusoria, “a doppia lama”, c’è già, tutto intero, il senso della precarietà della vita, il necessario educarsi a essa attraverso la dura disciplina del dolore.

Negli anni della guerra si trasferisce a Firenze, entrando in contatto con la società culturale fiorentina, particolarmente vivace, legandosi a Leone Traverso, frequentando Mario Luzi, Gianfranco Draghi, Padre Vannucci.

“La sua prima formazione”, ricorda appunto Luzi, “è stata estetico-letteraria, ma di tale rigore e intensità che divenne una verità etica. Poi la conoscenza di Elémire Zolla, il trasferimento a Roma e la frequentazione di ambienti religiosi spostarono il tema fondamentale della sua ricerca, che prima fu ricerca della verità detta poeticamente e poi si espresse nella pratica religiosa, nel mondo ascetico della contemplazione”.

Tale distinzione è importante per riuscire a capire in che modo e perché Vittoria Guerrini divenne a un certo punto Cristina Campo.

Nessuno ha mai saputo come dal mazzo dei tanti eteronimi usati, ubbidendo sempre a un’esigenza di riserbo, di nascondimento, di non-autoaffermazione (per cui era stata di volta in volta la Pisana, e Puccio Quaratesi, e Benedetto P. d’Angelo, e Bernardo Trevisano) nacque il profetico nome Cristina Campo.

Profetico nel senso, assai probabile, di una scelta quasi sacerdotale: Cristina da Cristo, Campo dall’immagine del Signore lavoratore delle messi.

Una sorta di investitura, umana e letteraria, e insieme il segno di un destino (“così io debbo amare questa lama fredda, che venne un giorno a incastrarsi fra i cardini della mia anima per mantenerla bene aperta…”, scrive in una lettera del 1956).

Lo spartiacque è posto agli inizi degli anni Cinquanta, quando un amico le porta da Parigi La pesanteur et la grace di Simone Weil; poi il trasferimento a Roma nel 1956 e due anni dopo l’incontro con Elémire Zolla, che divenne suo compagno, dovettero fare il resto, fino alla decisione presa nel 1965 di vivere all’Aventino, accanto ai benedettini di S. Anselmo, ultimi cultori di quel gregoriano che lei tanto amava, come amava la liturgia della chiesa d’oriente, i suoi riti, le cerimonie solenni al Russicum che frequentava, la ricchezza profonda di certe pratiche come la Preghiera del Nome, fulcro dei Racconti del pellegrino russo (per cui scrisse l’introduzione nell’edizione rusconiana del 1973).

“Oggi siamo entrati nella costellazione del cane. Roma respira greve ed enorme, nella caligine ardente. Supremamente bella, a volte, nelle sue tremende basiliche vuote, nelle sue piazze di sangue coagulato che pare liquefarsi, fumando… La notte, il solito odore di Basso Impero in putrefazione, ma anche profondi, puri mutamenti nei quali la città pare chiusa in uno smeraldo. Io non faccio che andare in giro per questo immenso labirinto di misteri concentrici…” (scrive il 21 luglio 1964).

Erano appunto i “profondi, puri mutamenti” quelli che la interessavano, che la coinvolgevano, su cui fissare il fuoco della mente aprendo le porte al regno dell’attenzione (“il solo cammino verso l’inesprimibile, la sola strada al mistero”).

E l’attenzione è sorella della memoria, veicolo alla perfezione, la sola meta possibile. “Quante volte / raccoglieremo questa nostra vita /nella pietà di un verso”. In questo modo la poesia diventa il crogiuolo in cui si lasciano bruciare tutte le scorie per poter far posto a ciò che resta, e ciò che resta è oro puro; “il luogo della poesia”, ben ha detto Mario Luzi, “è la cella dove brucia senza consumarsi la fiamma fissa della meditazione” (Vicissitudine e forma, Milano, 1974).

Poche le opere pubblicate dalla Campo quand’era in vita: un’esile raccolta di versi, Passo d’addio (del 1956, edita da Scheiwiller), il volumetto Fiaba e mistero (Vallecchi, 1962), i saggi di Il flauto e il tappeto (Rusconi, 1971), accolti tutti dal silenzio della critica dell’epoca, fondamentalmente ostile alla sua personalità poliedrica, fuori dagli schemi e dalle mode.

La maggior parte delle poesie che oggi compongono La Tigre Assenza uscirono di volta in volta sulla rivista fiorentina “Conoscenza religiosa” diretta da Elémire Zolla, il quale così ha raccontato l’esclusione tributata dall’establishment culturale italiano al genio della Campo: “Durante la vita Vittoria non fu menzionata da nessuno di coloro che oggi si sentono liberi di parlarne. Non desidero valutare i loro criteri di silenzio. Fino al 1980 c’era comunque un sistema di divieti, instaurati nel 1968, e rientrava in essi la proibizione di menzionare Vittoria. Fece eccezione Calasso che osò scriverne un necrologio per il “Corriere della Sera” (“Paese Sera”, 10 settembre 1989).

E sarà proprio Calasso a pubblicare, con la sua Adelphi, l’opera omnia di questa grande scrittrice europea, con la cura amorevole di Margherita Pieracci Harwell.

Ma l’emarginazione subita dalla Campo era in qualche modo da lei stessa alimentata, nel suo perpetuo nascondersi, prendere le distanze da ciò che non amava: la volgarità del mondo, sempre più grande, sempre più insopportabile, lo scempio della bellezza, la profanazione del rito, la totale e dolorosa eclissi del sacro.

Di sé aveva affermato lapidariamente: “Scrisse poco, e le piacerebbe aver scritto meno“.

La sua vita già cominciava a spostarsi oltre, prendeva i contorni dell’attenzione, della pazienza, dell’ascesi. Nel giro di alcuni anni perfetti era passata dalla letteratura come principio etico, passione per la bellezza, alla letteratura come religione, come domanda sul destino e la salvezza degli uomini.

La ricerca inesausta della perfezione, volgendo in direzione della liturgia, ovvero l’incarnazione della Bellezza, sempre in fuga, nel mondo visibile, portava alla macerazione dello spirito in direzione di Dio, “la Tigre Assenza“, che ama i suoi eletti di un amore esigente, esclusivo, geloso (“Oh quanto ci sei duro / Maestro e Signore! Con quanti denti il tuo amore / ci morde”).

Un percorso non difficile da capire, se rammentiamo Pascal: “Un po’ di sapere può allontanare da Dio, ma molto sapere vi può ricondurre…”

Così, fra il 1964 e il 1965, periodo cruciale in cui nel volgere di pochi mesi la Campo perde sia il padre che la madre (è per loro che scrive La Tigre Assenza, la lirica che dà il titolo alla sua opera postuma), decide di trasferirsi all’Aventino, dapprima in una stanza della pensione Sant’Anselmo, poi in un vicino appartamento, diradando via via ogni presenza attorno a sé.

La vita diventa attesa del Mistero che si svela, segreto cerchio di espiazione. La Tigre Assenza ha tutto divorato, lasciando intatta soltanto la bocca, lo spazio di una preghiera.

Margherita Pieracci Harwell che la incontra a Nervi l’estate precedente alla sua morte, trova una giovane donna invecchiata, che oramai si nutre di niente, un pugnetto di riso: “Dava l’idea di una terribile sofferenza interiore. L’evoluzione verso una religiosità preconciliare, un passato che sembrava impossibile rivivere, la spinsero verso una forma di consunzione.”

Della giovane donna piena di fascino, di grazia squisita, dalla conversazione brillante e accesa, non era rimasto più nulla: una “esile morente”, come scrisse Ceronetti, una creatura affaticata, dolente. Ormai vicinissima. Ormai pronta all’Incontro atteso lungamente, e temuto, per tutta la vita.

[© articolo pubblicato per la prima volta su “Il nostro tempo”, Torino, 2 Marzo 1997 – riproduzione vietata]

 


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Gesualdo Bufalino: scrivere per resistere ai venti contrari del mondo

 

Gesualdo Bufalino

di Maria Amata Di Lorenzo

 

In alto a sinistra, sul foglio, un’incisione riproduce un mare in tempesta, cavalloni alti fino al cielo, attraversato quest’ultimo da nuvole basse e dense; all’orizzonte una nave, un vecchio bastimento, che il vento di procella ha già inclinato su un fianco, sta affondando, ma in mezzo alle onde ecco apparire una mano che, in un gesto di estrema resistenza, solleva da sotto le acque un libretto con le pagine aperte, ancora tutte bianche…

La frase più sotto, all’interno della sua lettera, mi dice nella calligrafia nervosa e svolazzante che gli era propria: “Guardi l’incisione stampata al sommo di questa lettera. Anche lei, come ogni naufrago (tutti lo siamo), sollevi finché è possibile, il suo libretto sopra le onde…

Il sacerdozio della parola

Scrivere per resistere ai venti contrari del mondo, scrivere per scongiurare il presente ormai minacciato dall’afasia.

Lo scrittore siciliano Gesualdo Bufalino credeva ancora, nonostante tutto, nella scrittura, nel sacerdozio della parola, nel suo potere salvifico. Come pochi. “In lui”, scrisse Renato Minore su “Il Messaggero” all’indomani della sua scomparsa, avvenuta il 14 giugno 1996, “c’era una dedizione sacerdotale alla scrittura, unica fonte legittima per conoscere l’inconoscibilità del mondo”.

Non a caso aveva posto l’immagine del mare in tempesta e della mano che regge un libro fra i flutti sul frontespizio della sua carta da lettera: un monito, e al tempo stesso un invito a sperare. La traccia di una improbabile, eppure necessaria, salvezza.

Chi era Gesualdo Bufalino

Gesualdo Bufalino era nato a Comiso, in provincia di Ragusa, nel 1920. Insegnante di liceo per tutta la vita, esordisce in letteratura poco più che sessantenne, nel 1981, con il romanzo “Diceria dell’untore” (Sellerio), scoperto da Leonardo Sciascia e presto portato alla ribalta nazionale come il caso letterario degli anni Ottanta.

Raccontato in prima persona, in una lingua articolatissima, fra elegia e pathos, tutto racchiuso e lavorato dentro l’ossessione della malattia (evidente metafora della vita), narra la storia di un amore sui generis sbocciato in un sanatorio della Conca d’Oro, in Sicilia, fra personaggi appassionati e dolenti che la morte, per un verso o per l’altro, finirà per ghermire.

Il successo raggiunto in età avanzata non cambia il coltissimo professore, lettore onnivoro, finissimo traduttore dal francese, dal temperamento timido e schivo, ingenuo e disincantato al tempo stesso come ogni siciliano che si rispetti.

Legatissimo alla città natale, aveva chiuso volontariamente il proprio orizzonte “fra due zolle” per poter così viaggiare da fermo, nei territori sconfinati della sua immaginazione barocca, nella realtà degli universi cartacei, zeppi di esistenze “vicarie”, impalpabili e vive più della stessa realtà.

Un solo mutamento aveva registrato la sua esistenza dopo l’exploit letterario: nel 1981, l’anno in cui uscì “Diceria dell’untore”, vincendo il Campiello e assicurandosi i favori del pubblico e della critica, Bufalino sposò Giovanna Leggio, che erstata sua allieva al liceo. La fama improvvisa aveva finito per spezzare il cerchio antico della solitudine e forzare così il blocco apparentemente irriducibile della sua misoginia.

 

Al primo fortunato romanzo erano seguite altre prove narrative, come “Museo d’ombre” (ancora per Sellerio, nel 1982) e poi, dopo il passaggio a Bompiani, opere quali “L’uomo invaso”, “Le menzogne della notte”, passando per i versi di “L’amaro miele” (Einaudi, 1982) e per i saggi, notevolissimi, fra cui sono da ricordare “La luce e il lutto”, “Il tempo in posa” (dedicati alla “sua” Sicilia, di cui è stato profondo conoscitore come pochi, in grado di decifrarne l’indecifrabile “sicilitudine” nel solco di Sciascia).

L’ultima prova narrativa, poco prima della morte, è stata “Tommaso e il fotografo cieco“, lucida e intelligente allegoria (venata di pessimismo) dell’Italia dei nostri giorni.

La vita che tradisce tutti i sogni

La vita che tradisce tutti i sogni. Il tempo che la memoria non redime. Gesualdo Bufalino non faceva mistero di sentirsi un “intruso” nell’odierna civiltà dei computer, lui che non era neppure capace di cambiare il nastro della sua Olivetti 35, peraltro usata soltanto per trascrivere “in bella” quanto veniva vergando sui fogli di carta di ogni risma, una biro rossa e una nera, nella poltrona accanto alla finestra.

Scriveva e riscriveva, tutto a mano, un’infinità di volte, mai contento, mai pago del suo lavoro.

Sacerdote della scrittura, la sua perfezione era maniacale, la scelta accurata delle parole (quelle che insieme poi facevano la cifra irripetibile della sua lingua densa, allusiva, sedimentata, sapiente) era il frutto di un processo mentale sorvegliatissimo.

Metodico e appartato, le sue giornate erano scandite da rituali pressoché ferrei: al mattino, appena sveglio, accendeva la radio per ascoltare i notiziari, a volume alto perché le voci gli giungessero in ogni angolo della casa in cui si muoveva; poi a un certo punto la radio taceva, lui si immergeva nelle scartoffie: progetti di libri, articoli, lettere (tantissime, da tutt’Italia) a cui rispondere; poi c’erano le letture, sterminate; e le passeggiate lungo il Corso, il circolo con gli amici, la vecchia madre Maria, ultranovantenne, a cui pensare (era arrivato persino a strapparsi i bottoni delle camicie per poterla tenere, amorevolmente, occupata).

E le visite alla moglie Giovanna, poco fuori Vittoria, dove risiedeva da qualche anno dopo essere stata colpita da un ictus cerebrale. Tornava proprio da una visita fatta alla moglie la sera del 14 giugno 1996: un banale incidente automobilistico metteva fine alla sua esistenza, a 76 anni.

Non era mai voluto andare via dalla sua terra, da quella remota, polverosa provincia della Sicilia “babba”, in cui la vita poteva essere ancora vissuta senza affanni, a misura d’uomo, in sintonia con il creato, consapevole che al lavoro dell’anima occorrono due cose soltanto: solitudine e silenzio.

Viaggiatore senza bagaglio, ha oltrepassato quel giorno il muro fasciato d’ombra, fino in fondo al mistero, aspettando di sentire la voce, finalmente, di Colui che sempre tace.

© Maria Amata Di Lorenzo – all rights reserved

[pubblicato per la prima volta su “Il nostro tempo”, Torino, settembre 1997 – tutti i diritti sono riservati]

 


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Andrea Longega, il pudore dei sentimenti

Andrea Longega

di Maria Amata Di Lorenzo

 

Ho scoperto questo poeta nella tarda primavera del 2013.

Non ne avevo mai sentito parlare fino ad allora, fino a quando cioè apparve questo articolo, il 30 aprile 2013, sul “Corriere della Sera”.

Un articolo che annunciava il suo ultimo lavoro letterario: “Caterina (come le cóe dei cardelini)” pubblicato dalle Edizioni L’Obliquo.

Caterina è una cameriera che lavora in un albergo di Venezia ed è suo lo sguardo che fotografa la realtà della vita quotidiana e la racconta nei versi di questa raccolta, scritta – come tutte le altre – in dialetto veneziano. Un punto di vista inusuale, ed una lingua molto feriale, di uso comune quasi, però al tempo stesso intensamente lirica.

 

Per me fu una autentica rivelazione. Cominciai allora a leggere le altre poesie di Andrea Longega, a cercarle sul web, a scoprire tutto quello che si diceva di lui.

Andrea Longega è nato a Venezia nel 1967 e vive a Murano.

Di lui amo molte poesie, ma ad occupare un posto molto particolare nel mio cuore sono quelle dedicate alla madre morta. Quelle hanno scavato un solco profondo dentro di me e in quel solco io trovo una specie di consolazione, quella che nasce da una fratellanza di pensieri, di emozioni, di dolori taciuti, vissuti intimamente e mai rivelati.

Quello che in una parola sola potrei definire così: il pudore dei sentimenti.

Vi presento alcune di queste poesie:

*

Forse da picolo
i me tirava su par el còlo
invense che par sóto i scagi
forse xe sta tuto quel umido
le matine presto a pescar
gambe e brassi
a mògie nei ghèbi

ma me so messo a girar
de nòte par l’isola
(sóra i ponti me fermo
un poco a vardar)

«ti farà la fine
de un can senza parón»
me ga dito un pèr de volte
mia mama a oci bassi
prima de star mal.

Forse da piccolo | mi tiravan su tenendomi per il collo | invece che per sotto le ascelle | forse è stato tutto quell’umido | le mattine presto a pescare | gambe e braccia | immerse nei canali || ma mi sono messo a girare | di notte per l’isola | (sopra i ponti mi fermo | un poco a guardare) || «farai la fine | di un cane senza padrone» | mi ha detto mia mamma | un paio di volte a occhi bassi | prima di star male.

*
*

Te vardo venir vanti
to marìo a brasso
sul pavimento lustro de linoleum
la vestaglia grigia
i cavéi mèzi
senza tinta.
A ogni porta
ti buti l’ocio dentro
fin quando ti te inacorzi de mi
in fondo al coridoio
e ti me ridi
come par strada.

Ti guardo venire avanti | tuo marito a braccio | sul pavimento lucido di linoleum | la vestaglia grigia | i capelli per metà | senza tinta. | Ad ogni porta | guardi dentro | fino a quando ti accorgi di me | in fondo al corridoio | e mi sorridi | come per strada.

*
*

Ti che par telefono ti sigavi
desso ti me disi ciao amore
co un filo de vóse.

Tu che al telefono gridavi | adesso mi dici ciao amore | con un filo di voce.

*

Gavé mai visto
i oseléti quando mor
che la testina tuta piume
no ghe sta più su?

Avete mai visto | gli uccellini quando muoiono | che la testina tutta piume | non gli sta più su?

*

31 dicembre 2007
31 dicembre 2008

Ma serviva andar a Roma
par ricordar quel giorno
el mondo fermo
intorno a le spale de mio papà
a na tòla za spareciada
e desso un ano dopo
a Palasso Barberini
l’ora precisa
davanti a Giuditta che taglia
la testa a Oloferne
la pretesa falsa
de un stesso stòrzerse
de l’ànema.

Ma serviva andare a Roma | per ricordare quel giorno | il mondo fermo | intorno alle spalle di mio padre | ad una tavola già sparecchiata | e adesso un anno dopo | a Palazzo Barberini | l’ora precisa | davanti a Giuditta che taglia | la testa a Oloferne | la pretesa falsa | di uno stesso torcersi | dell’anima.

*

Roma Termini/Venezia S. Lucia

Dopo tuti queli sanpierini
che me incaéna i oci
finalmente tornar
al respiro largo dei maségni!

Dopo tutti quei sampietrini | che mi incatenano gli occhi | tornare finalmente | al respiro largo dei masegni!

 

© Andrea Longega – tutti i diritti riservati

 


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