Come la singola voce di un coro muto

 

La regista Liliana Cavani ha scritto su Elio Fiore:

“Il poeta è un fine lettore della realtà e Fiore legge tutti i 7 strati della realtà, anzi i suoi sette volte sette strati.

È consueto che il poeta oggi sia un biografo di se stesso, un enfatizzatore della personalità propria, che sia cioè un narciso sia pure favoloso e incantatore, che faccia cioè personaggio così come la moda lo desidera. Fiore si propone invece come poeta civile, come testimone-vate di accadimenti quotidiani e storici, come la singola voce di un coro muto.

La storia è muta e morta se nessuno sa più evocarla o non vuole farlo e i volumi del raziocinio dei quali sono pieni le nostre biblioteche sono lettera morta se nessuno è disposto a rivivere le vicende con la propria voce dell’esistenza presente, con la passione viva di chi è disposto a soffrire ciò che fu sofferto.

È solo da questo sforzo, secondo Elio Fiore, che può nascere la sola possibile gioia del presente…”

[Liliana Cavani su “Belfagor”, luglio 1986]

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Cari Amici,

nel 2002 il poeta Elio Fiore ci diceva il suo ‘arrivederci all’eternità’. Sono trascorsi vent’anni ma la sua voce poetica non si è spenta. Vive ancora. Vive nei suoi versi. Vive nella memoria di chi lo ha conosciuto, lo ha apprezzato e gli ha voluto bene.

Fra poco uscirà un mio libro a lui dedicato, proprio nel ventennale della sua morte. Ve ne parlerò più avanti, quando sarà in libreria. Ora invece voglio proporvi alcune delle sue poesie e i pensieri dei critici che hanno scritto su di lui.

🌷 «Essere poeta, per Elio, significava custodire un piccolo spazio di luce e di bellezza in un mondo altrimenti dominato dalle tenebre e dall’orrore», ha detto di lui Alessandro Zaccuri.

👉 Se vi siete persi i post precedenti cercateli su questo blog.

📚 L’Opera Poetica di Elio Fiore è pubblicata dalle Edizioni Ares (a cura di Silvia Cavalli, con prefazione di Alessandro Zaccuri)

CHI SONO

Mi chiamo Maria Amata Di Lorenzo e sono un’autrice di romanzi e di storie per il teatro e il cinema. Ho scritto anche biografie, testi di saggistica e poesie. I miei libri fino a oggi sono stati tradotti in numerose lingue: inglese, francese, portoghese, spagnolo, polacco, turco, ceco e sloveno.

Ho lavorato per più di vent’anni come giornalista e come autrice e consulente editoriale, e ho diretto corsi di scrittura creativa. Laureata in Lettere Moderne, dopo aver studiato presso la Scuola di Giornalismo di Urbino, mi sono specializzata in Marketing e Comunicazione e successivamente ho approfondito il campo della cosiddetta “relazione d’aiuto”, studiando psicologia e counseling, medicina naturale, psicobiologia e psicosomatica, arteterapia e scrittura creativa.

Mi occupo di spiritualità e crescita personale integrale. Per regalare alla tua anima spazi di riflessione e di bellezza ho aperto il mio blog: si chiama “Il posto delle anime sensibili”. Ho aperto questo luogo nel web per costruire ponti di amicizia, e per questo ho voluto creare anche la mia newsletter: ti accompagnerà lungo il cammino – bello e difficile – della vita con piccoli semi di felicità, consigli, novità, riflessioni sempre in punta di penna. Ti iscrivi qui.

Luigi Pirandello: “c’è un oltre in tutto”

di MARIA AMATA DI LORENZO

 

“Sono caduto, non so di dove né come né perché, caduto una notte di giugno in un’arida campagna di secolari olivi saraceni, di mandorli e di viti affacciata sotto l’ondata azzurra del cielo, sul nero mare africano…”

Questa notte così poeticamente evocata era quella del 28 giugno 1867 ed il luogo era il “Caos”, una contrada a 4 km da Agrigento dove nacque il grande drammaturgo Luigi Pirandello, l’autore che forse più di ogni altro ha impresso un segno forte, agli albori del Novecento, alla letteratura non solo italiana ma europea, con le sue innovazioni stilistiche, il suo ricco immaginario, i suoi romanzi e soprattutto le sue commedie, ancora oggi rappresentate in tutto il mondo.

“Tre scrittori hanno attraversato questo secolo dando nome – il loro nome – alle nostre inquietudini, ai nostri smarrimenti, alle nostre paure e al tempo stesso, per quella catarsi o misura di contemplazione che è nelle rivelazioni dell’arte, permettendoci di viverle con temperata ansietà e disperazione. Sono, questi tre scrittori, Pirandello, Kafka, Borges.”

Lo sosteneva Leonardo Sciascia, profondo conoscitore della letteratura, e in modo particolare dell’opera del suo più illustre conterraneo.

Luigi Pirandello, secondo di sei figli, era nato il 28 giugno 1867 ad Agrigento (l’antica colonia greca di Akragas che si chiamerà Girgenti fino al 1927) da Stefano Pirandello e da Caterina Ricci-Gramitto, in una casa colonica che si trovava nella tenuta paterna denominata “Caos”, qualche chilometro fuori dalla città, sulla strada che conduce verso Porto Empedocle, in una contrada suggestiva che dall’alto di un costone da un lato guarda verso il mare e dall’altro è delimitata da un ripido e piccolo valloncello che porta direttamente alla spiaggia.

Assai precoce nella scrittura, pubblica la sua prima raccolta di poesie, “Mal giocondo”, nel 1889. Il 1892, invece, è l’anno delle sue prime novelle, appena conseguita la laurea in Germania, e in cui incomincia pure a comporre quello che sarà il suo primo romanzo, “L’esclusa”.

Due anni più tardi, nel 1894, il definitivo trasferimento a Roma a seguito del matrimonio con Antonietta Portulano, figlia di un socio in affari del padre, da cui avrà tre figli: Stefano, Fausto e Lietta.

Nel 1903 l’allagamento di una miniera di zolfo causa alla famiglia Pirandello un grave dissesto economico: il padre Stefano perde insieme al proprio capitale anche la dote della nuora.

In seguito alla notizia dell’improvviso disastro finanziario, Antonietta, già sofferente di nervi, cade in una gravissima crisi che durerà per tutta la vita sotto la forma di una grave paranoia.

Vani saranno i tentativi di Pirandello di dimostrare che la realtà non è come invece pare alla moglie. Abbandonata la tentazione del suicidio, che sublimerà nel romanzo “Il fu Mattia Pascal”, lo scrittore cerca di fronteggiare la disperata situazione, assistendo la moglie Antonietta (che verrà internata in una casa di cura soltanto vari anni dopo, nel 1919) e per arrotondare il magro stipendio di professore, impartisce lezioni private ed intensifica la sua collaborazione a riviste e a giornali.

Sono anni molto difficili, che mettono a dura prova il suo spirito e durante i quali elabora quella sua personale poetica letteraria che riverserà in poesie, saggi, romanzi e novelle, ma soprattutto nelle opere teatrali, affermandosi come massimo drammaturgo negli anni successivi alla prima guerra mondiale.

Liolà”, “La giara”, “Il berretto a sonagli”, “Pensaci, Giacomino!”, “Così è (se vi pare)”, “Il piacere dell’onestà” sono i lavori più significativi del periodo 1915-20, mentre è del 1921 la prima rappresentazione dei “Sei personaggi in cerca d’autore” con cui la fama del drammaturgo siciliano varca i confini dell’Italia, acquisendo il consenso unanime di pubblico e di critica.

 

Pirandello ritratto da Primo Conti

Un’arcana voce profonda

 

Batte nel cuor di tutti una campana; / ma della vita nel vario frastuono / il dolce suono / nessuno ascolta. / Pure, talvolta, d’un tratto giunge come un’arcana / voce profonda, non udita mai. / È la lontana / chiesetta antica dell’abbandonata / nostra città… / “Ave Maria… Ave Maria…” – Che fai, / anima sconsolata? / Lagrime amare ha chi pregar non sa”.

Sono versi limpidi e accorati di una sua poesia intitolata “Che fai?

Versi che esprimono quella interrogazione metafisica che permea tutta l’opera pirandelliana. La dialettica dell’Oltre è infatti al cuore della sua potente espressione artistica.

Pirandello non è un nichilista, perché conosce la pietà, è un autore ma prima ancora un uomo che dalla constatazione dell’assurdo del vivere trae motivo di dolorosa fraternità con l’uomo.

Il problema religioso allora è il problema centrale della sua opera perché tutta la sua opera è un’interrogazione metafisica, è una domanda di senso sull’esistenza che fuori da una fede si percepisce solo come assurda.

Personaggi che si dibattono nel carcere della loro solitudine, con l’angoscia di non poter sapere perché si debba amare, perché si debba morire, con la sofferenza di non poter comunicare e di non poter dare il proprio amore perché non c’è nessuno pronto a riceverlo e a capirlo. Sono i temi, a ben vedere universali, della sua scrittura.

Il contrasto tra apparenza e realtà, lo sfaccettarsi della verità (tante verità quanti sono coloro che presumono di possederla), l’assurdità della condizione dell’uomo, fissato – pur nella molteplicità del suo sentire e del suo agire – nel letto di Procuste della catalogazione (adultero, innocente, ladro ecc.) in una forma che impastoia e soffoca la vita, come nota il critico letterario Salvatore Guglielmino.

Sono i cardini dell’espressione letteraria pirandelliana, coniugata drammaticamente in una ricerca continua di senso, che viene sempre delusa o illusa, in un tormento che genera una sete inestinguibile che poi, scavando ogni giorno negli abissi di solitudine degli uomini, altro non è se non sete, sete ardente, seppur misconosciuta, di Dio.

Ne “I quaderni di Serafino Gubbio operatore”, Pirandello scrive: “C’è un oltre in tutto. Voi non volete o non sapete vederlo”.

C’è un oltre in tutto. Lo comprende anche il protagonista di “Dono della Vergine Maria”, e il dolce colloquio di Nuccio con la Madonna è fra i suoi testi più belli e più toccanti:

“Tanto ho penato, tante ne ho viste, e ancora non ho finito… Vergine Santa, e sempre V’ho lodata! Morire io prima, no, Voi non avete voluto: sia fatta la Vostra santa volontà! Comandatemi, e sempre, fino all’ultimo, V’ubbidirò! Ecco io stesso, con le mie mani sono venuto a offrire l’ultima mia figlia, l’ultimo sangue mio: prendetevela presto, Madre degli afflitti; non me la fate penare più. Lo so, né soli né abbandonati: abbiamo l’aiuto Vostro prezioso, e a codeste mani pietose e benedette ci raccomandiamo. O sante mani, o dolci mani, mani che sanano ogni piaga: beato il capo su cui si posano in cielo!”

Il testamento

La fama del drammaturgo siciliano si consolida sempre di più e negli ultimi anni Pirandello gira per il mondo, al seguito delle sue opere che vengono rappresentate con grande successo nei più importanti teatri.

Nel 1934 riceve il premio Nobel per la letteratura. Due anni dopo, nel dicembre del 1936 si ammala di polmonite e muore nella sua casa romana: non ha ancora compiuto settant’anni.

Il regime fascista avrebbe voluto per lui le esequie di Stato. Invece vennero rispettate le sue volontà così come le aveva espresse nel suo testamento: essere avvolto nudo in un lenzuolo e messo in una cassa sul carro dei poveri.

Lui, un premio Nobel, uno scrittore di fama internazionale, morire alla stregua dei più derelitti della terra.

Ma questo era il suo sentire, ciò che esprimeva il suo stare religiosamente dentro la vita del mondo, la sua incessante ansia di assoluto, che finalmente adesso trovava un approdo.

© Maria Amata Di Lorenzo – all rights reserved  (articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio di luglio 2014 – tutti i diritti riservati)

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Mi chiamo Maria Amata Di Lorenzo e sono un’autrice di romanzi e di storie per il teatro e il cinema. Ho scritto anche biografie, testi di saggistica e poesie. I miei libri fino a oggi sono stati tradotti in numerose lingue: inglese, francese, portoghese, spagnolo, polacco, turco, ceco e sloveno.

Ho lavorato per più di vent’anni come giornalista e come autrice e consulente editoriale, e ho diretto corsi di scrittura creativa. Laureata in Lettere Moderne, dopo aver studiato presso la Scuola di Giornalismo di Urbino, mi sono specializzata in Marketing e Comunicazione e successivamente ho approfondito il campo della cosiddetta “relazione d’aiuto”, studiando psicologia e counseling, medicina naturale, psicobiologia e psicosomatica, arteterapia e scrittura creativa.

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Gesualdo Bufalino: scrivere per resistere ai venti contrari del mondo

Gesualdo Bufalino

 

di MARIA AMATA DI LORENZO

 

In alto a sinistra, sul foglio, un’incisione riproduce un mare in tempesta, cavalloni alti fino al cielo, attraversato quest’ultimo da nuvole basse e dense; all’orizzonte una nave, un vecchio bastimento, che il vento di procella ha già inclinato su un fianco, sta affondando, ma in mezzo alle onde ecco apparire una mano che, in un gesto di estrema resistenza, solleva da sotto le acque un libretto con le pagine aperte, ancora tutte bianche…

La frase più sotto, all’interno della sua lettera, mi dice nella calligrafia nervosa e svolazzante che gli era propria: “Guardi l’incisione stampata al sommo di questa lettera. Anche lei, come ogni naufrago (tutti lo siamo), sollevi finché è possibile, il suo libretto sopra le onde…

Il sacerdozio della parola

Scrivere per resistere ai venti contrari del mondo, scrivere per scongiurare il presente ormai minacciato dall’afasia.

Lo scrittore siciliano Gesualdo Bufalino credeva ancora, nonostante tutto, nella scrittura, nel sacerdozio della parola, nel suo potere salvifico. Come pochi. “In lui”, scrisse Renato Minore su “Il Messaggero” all’indomani della sua scomparsa, avvenuta il 14 giugno 1996, “c’era una dedizione sacerdotale alla scrittura, unica fonte legittima per conoscere l’inconoscibilità del mondo”.

Non a caso aveva posto l’immagine del mare in tempesta e della mano che regge un libro fra i flutti sul frontespizio della sua carta da lettera: un monito, e al tempo stesso un invito a sperare. La traccia di una improbabile, eppure necessaria, salvezza.

Chi era Gesualdo Bufalino

Gesualdo Bufalino

Gesualdo Bufalino era nato a Comiso, in provincia di Ragusa, nel 1920. Insegnante di liceo per tutta la vita, esordisce in letteratura poco più che sessantenne, nel 1981, con il romanzo “Diceria dell’untore” (Sellerio), scoperto da Leonardo Sciascia e presto portato alla ribalta nazionale come il caso letterario degli anni Ottanta.

Raccontato in prima persona, in una lingua articolatissima, fra elegia e pathos, tutto racchiuso e lavorato dentro l’ossessione della malattia (evidente metafora della vita), narra la storia di un amore sui generis sbocciato in un sanatorio della Conca d’Oro, in Sicilia, fra personaggi appassionati e dolenti che la morte, per un verso o per l’altro, finirà per ghermire.

Il successo raggiunto in età avanzata non cambia il coltissimo professore, lettore onnivoro, finissimo traduttore dal francese, dal temperamento timido e schivo, ingenuo e disincantato al tempo stesso come ogni siciliano che si rispetti.

Legatissimo alla città natale, aveva chiuso volontariamente il proprio orizzonte “fra due zolle” per poter così viaggiare da fermo, nei territori sconfinati della sua immaginazione barocca, nella realtà degli universi cartacei, zeppi di esistenze “vicarie”, impalpabili e vive più della stessa realtà.

Un solo mutamento aveva registrato la sua esistenza dopo l’exploit letterario: nel 1981, l’anno in cui uscì “Diceria dell’untore”, vincendo il Campiello e assicurandosi i favori del pubblico e della critica, Bufalino sposò Giovanna Leggio, che erstata sua allieva al liceo. La fama improvvisa aveva finito per spezzare il cerchio antico della solitudine e forzare così il blocco apparentemente irriducibile della sua misoginia.

 

Gesualdo Bufalino

Al primo fortunato romanzo erano seguite altre prove narrative, come “Museo d’ombre” (ancora per Sellerio, nel 1982) e poi, dopo il passaggio a Bompiani, opere quali “L’uomo invaso”, “Le menzogne della notte”, passando per i versi di “L’amaro miele” (Einaudi, 1982) e per i saggi, notevolissimi, fra cui sono da ricordare “La luce e il lutto”, “Il tempo in posa” (dedicati alla “sua” Sicilia, di cui è stato profondo conoscitore come pochi, in grado di decifrarne l’indecifrabile “sicilitudine” nel solco di Sciascia).

L’ultima prova narrativa, poco prima della morte, è stata “Tommaso e il fotografo cieco“, lucida e intelligente allegoria (venata di pessimismo) dell’Italia dei nostri giorni.

La vita che tradisce tutti i sogni

Gesualdo BufalinoLa vita che tradisce tutti i sogni. Il tempo che la memoria non redime. Gesualdo Bufalino non faceva mistero di sentirsi un “intruso” nell’odierna civiltà dei computer, lui che non era neppure capace di cambiare il nastro della sua Olivetti 35, peraltro usata soltanto per trascrivere “in bella” quanto veniva vergando sui fogli di carta di ogni risma, una biro rossa e una nera, nella poltrona accanto alla finestra.

Scriveva e riscriveva, tutto a mano, un’infinità di volte, mai contento, mai pago del suo lavoro.

Sacerdote della scrittura, la sua perfezione era maniacale, la scelta accurata delle parole (quelle che insieme poi facevano la cifra irripetibile della sua lingua densa, allusiva, sedimentata, sapiente) era il frutto di un processo mentale sorvegliatissimo.

Metodico e appartato, le sue giornate erano scandite da rituali pressoché ferrei: al mattino, appena sveglio, accendeva la radio per ascoltare i notiziari, a volume alto perché le voci gli giungessero in ogni angolo della casa in cui si muoveva; poi a un certo punto la radio taceva, lui si immergeva nelle scartoffie: progetti di libri, articoli, lettere (tantissime, da tutt’Italia) a cui rispondere; poi c’erano le letture, sterminate; e le passeggiate lungo il Corso, il circolo con gli amici, la vecchia madre Maria, ultranovantenne, a cui pensare (era arrivato persino a strapparsi i bottoni delle camicie per poterla tenere, amorevolmente, occupata).

E le visite alla moglie Giovanna, poco fuori Vittoria, dove risiedeva da qualche anno dopo essere stata colpita da un ictus cerebrale. Tornava proprio da una visita fatta alla moglie la sera del 14 giugno 1996: un banale incidente automobilistico metteva fine alla sua esistenza, a 76 anni.

Non era mai voluto andare via dalla sua terra, da quella remota, polverosa provincia della Sicilia “babba”, in cui la vita poteva essere ancora vissuta senza affanni, a misura d’uomo, in sintonia con il creato, consapevole che al lavoro dell’anima occorrono due cose soltanto: solitudine e silenzio.

Viaggiatore senza bagaglio, ha oltrepassato quel giorno il muro fasciato d’ombra, fino in fondo al mistero, aspettando di sentire la voce, finalmente, di Colui che sempre tace.

© Maria Amata Di Lorenzo – all rights reserved

[pubblicato per la prima volta su “Il nostro tempo”, Torino, settembre 1997 – tutti i diritti sono riservati]

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La leggerezza e la fatica di un superstite

 

“La mia speranza è nel Messia, / che attendo e m’addormenterò sulla pietra, / che sarà scoperchiata, in attesa dell’alba”.

Sono versi di Elio Fiore, dalla raccolta inedita Quaderno greco, ora nel volume L’opera poetica, a cura di Silvia Cavalli e Prefazione di Alessandro Zaccuri.

“Elio, vivo era la firma con cui si concludeva ogni messaggio di Fiore”, scrive Zaccuri.

La poesia è vita e testimonianza di un anticipo di Regno, già qui.

Nato nel 1935 a Roma, Fiore attraverserà la storia del Novecento con la leggerezza, ma anche la fatica di un superstite.

La poesia era per lui un modo di essere e di nominare il mondo, ma sempre una chiamata, un miracolo ogni volta nel corpo vivo dell’essere con gli altri…

ALBERTO TONI

© Via Po, 7 maggio 2016 /all rights reserved

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Cari Amici,

nel 2002 il poeta Elio Fiore ci diceva il suo ‘arrivederci all’eternità’. Sono trascorsi vent’anni ma la sua voce poetica non si è spenta. Vive ancora. Vive nei suoi versi. Vive nella memoria di chi lo ha conosciuto, lo ha apprezzato e gli ha voluto bene.

Fra poco uscirà un mio libro a lui dedicato, proprio nel ventennale della sua morte. Ve ne parlerò più avanti, quando sarà in libreria. Ora invece voglio proporvi alcune delle sue poesie e i pensieri dei critici che hanno scritto su di lui.

🌷 «Essere poeta, per Elio, significava custodire un piccolo spazio di luce e di bellezza in un mondo altrimenti dominato dalle tenebre e dall’orrore», ha detto di lui Alessandro Zaccuri.

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📚 L’Opera Poetica di Elio Fiore è pubblicata dalle Edizioni Ares (a cura di Silvia Cavalli, con prefazione di Alessandro Zaccuri)

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La fede incrollabile nella luce e nella vita

 

La fede incrollabile nella luce e nella vita dell’autore romano amato da Ungaretti, Luzi e dal cardinal Martini, ma fuori dai riflettori che illuminavano la scena letteraria del ’900

di BIANCA GARAVELLI

«Se poesia è vocazione ansiosa, tormentosa a svelare nella parola l’inesprimibile, nessuno è più poeta di Fiore».

Con questa frase Giuseppe Ungaretti accoglieva il libro d’esordio di Elio Fiore, Dialoghi per non morire, uscito nel 1964 con la sua prefazione.

Qui il ventinovenne Fiore si rivelava erede della poetica dell’autore di L’Allegria: creare una poesia intensa e limpida, pensandola come un mezzo per esprimere al massimo grado la vita, mettendo a nudo l’anima…

Su Avvenire il testo completo della critica di Bianca Garavelli: https://www.avvenire.it/agora/pagine/fiore-

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La perla del Creato

Ecco, Miryam la perla del Creato
dunque non è morta, ci guida,
mi guida e quando aprirò per sempre
gli occhi, il Signore mi avrà perdonato…
***
ELIO FIORE
***

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È morta? Perché oso parlarne?

È morta? Perché oso parlarne?
Non sono un teologo, non sono
un poeta laureato, ma al Biblico
ho capito, guardando le tre Croci
dei Santi XII Apostoli, che non può
morire la Madre di Dio.
***
ELIO FIORE
***

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Una notte di coprifuoco

*

Avere vent’anni nella Roma occupata dai nazisti. Ernesto, mio padre, una sera si ritrova braccato mentre torna a casa sotto il coprifuoco e una scala “santa” gli salva la vita mentre la camionetta dei tedeschi sta per arrivare in piazza San Giovanni… È la storia che racconto in “Una notte di coprifuoco” nel libro “Venite, vi porto di là – Sette racconti per anime sensibili”. Lo sento molto attuale, per questo ve lo propongo. E oggi è il compleanno di mio padre… tanti auguri in Cielo!

🌷 Di questo racconto hanno detto:

– Luigi La Rosa: “Bellissimo ‘Una notte di coprifuoco’. Si percepisce il senso di strazio di ogni guerra, di ogni uomo-contro-uomo, nell’accanimento bestiale che strappa la dignità e censura ogni emozione. Mi colpisce molto questo senso di gelo che permea il brano, questa distanza tra le cose, le persone, i luoghi. Si sente che c’è dietro un rapporto sincero con il tema trattato…”

– Elvira Siringo: “Con incisività ed eleganza sa trasformare la sofferenza del singolo in sofferenza, composta e dignitosa, dell’umanità intera. In ‘Una notte di coprifuoco’ con efficaci pennellate ci ritroviamo trascinati a partecipare di quella “fame di vivere” così viva e impellente in chiunque si trovi in vero pericolo. Si respira un’atmosfera densa di patemi e di attaccamento struggente alla vita, fino ad approdare oltre la disperazione a un “guscio” d’inaspettata speranza: la “Scala Santa” vuol forse indicarci l’unica salda via di salvezza? Sembra proprio un intervento salvifico, miracoloso. Metafora che ci suggerisce l’unica via d’ascesa, l’unico possibile di riparo, l’unico sicuro rifugio ove attendere fiduciosi che passino i momenti di angosciose intemperie della vita. Ieri come oggi.”

📚 “Venite, vi porto di là. Sette racconti per anime sensibili” è su Amazon (ebook e libro di carta)

👉 leggilo qui: https://www.amazon.it/Venite-porto-l%C3%A0…/dp/B08T7NXM7F/

 

CHI SONO

Mi chiamo Maria Amata Di Lorenzo e sono un’autrice di romanzi e di storie per il teatro e il cinema. Ho scritto anche biografie, testi di saggistica e poesie. I miei libri fino a oggi sono stati tradotti in numerose lingue: inglese, francese, portoghese, spagnolo, polacco, turco, ceco e sloveno.

Ho lavorato per più di vent’anni come giornalista e come autrice e consulente editoriale, e ho diretto corsi di scrittura creativa. Laureata in Lettere Moderne, dopo aver studiato presso la Scuola di Giornalismo di Urbino, mi sono specializzata in Marketing e Comunicazione e successivamente ho approfondito il campo della cosiddetta “relazione d’aiuto”, studiando psicologia e counseling, medicina naturale, psicobiologia e psicosomatica, arteterapia e scrittura creativa.

Mi occupo di spiritualità e crescita personale integrale. Per regalare alla tua anima spazi di riflessione e di bellezza ho aperto il mio blog: si chiama “Il posto delle anime sensibili”. Ho aperto questo luogo nel web per costruire ponti di amicizia, e per questo ho voluto creare anche la mia newsletter: ti accompagnerà lungo il cammino – bello e difficile – della vita con piccoli semi di felicità, consigli, novità, riflessioni sempre in punta di penna. Ti iscrivi qui.

C’è tanto buio ancora, figlia di Sion

Lasciami camminare
Madre di Dio nel tuo rosario finale,
arco che squaderna luce e tenebre.
C’è tanto buio ancora, figlia di Sion,
ma voglio, nella salita aspra, superare
ogni prova, per ritrovare mia madre,
la Rosa che s’ingioia nel tuo Segreto:
l’Amore incarnato dell’Unigenito Figlio.
***
ELIO FIORE
***

© Tutti i Diritti Riservati – All Rights Reserved

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Cari Amici,

nel 2002 il poeta Elio Fiore ci diceva il suo ‘arrivederci all’eternità’. Sono trascorsi vent’anni ma la sua voce poetica non si è spenta. Vive ancora. Vive nei suoi versi. Vive nella memoria di chi lo ha conosciuto, lo ha apprezzato e gli ha voluto bene.

Fra poco uscirà un mio libro a lui dedicato, proprio nel ventennale della sua morte. Ve ne parlerò più avanti, quando sarà in libreria. Ora invece voglio proporvi alcune delle sue poesie. Una rubrica settimanale con i suoi versi più belli.

🌷 «Essere poeta, per Elio, significava custodire un piccolo spazio di luce e di bellezza in un mondo altrimenti dominato dalle tenebre e dall’orrore», ha detto di lui Alessandro Zaccuri.

👉 Se vi siete persi i post precedenti cercateli su questo blog.

📚 L’Opera Poetica di Elio Fiore è pubblicata dalle Edizioni Ares (a cura di Silvia Cavalli, con prefazione di Alessandro Zaccuri)

CHI SONO

Mi chiamo Maria Amata Di Lorenzo e sono un’autrice di romanzi e di storie per il teatro e il cinema. Ho scritto anche biografie, testi di saggistica e poesie. I miei libri fino a oggi sono stati tradotti in numerose lingue: inglese, francese, portoghese, spagnolo, polacco, turco, ceco e sloveno.

Ho lavorato per più di vent’anni come giornalista e come autrice e consulente editoriale, e ho diretto corsi di scrittura creativa. Laureata in Lettere Moderne, dopo aver studiato presso la Scuola di Giornalismo di Urbino, mi sono specializzata in Marketing e Comunicazione e successivamente ho approfondito il campo della cosiddetta “relazione d’aiuto”, studiando psicologia e counseling, medicina naturale, psicobiologia e psicosomatica, arteterapia e scrittura creativa.

Mi occupo di spiritualità e crescita personale integrale. Per regalare alla tua anima spazi di riflessione e di bellezza ho aperto il mio blog: si chiama “Il posto delle anime sensibili”. Ho aperto questo luogo nel web per costruire ponti di amicizia, e per questo ho voluto creare anche la mia newsletter: ti accompagnerà lungo il cammino – bello e difficile – della vita con piccoli semi di felicità, consigli, novità, riflessioni sempre in punta di penna. Ti iscrivi qui.

Madre, perché tu sai che di te sono innamorato

Vergine Madre, io non ti chiedo nulla,
Ma dal Cielo, ti prego, assicura
Mio padre e mia madre che sono attento
Alla legge di tuo Figlio
Al suo amore che mi chiede di perdonare
A chi mi ha fatto del male.
Miryam, in questo antico Ghetto,
Eternamente lordo del sangue di David
Mi preparo con il rosario
Di Lucia dos Santos
Alla tua chiamata improvvisa. Madre,
Perché tu sai che di te sono innamorato
E se chiudo gli occhi,
Se cammino in piazza Santi XII Apostoli
Per andare al lavoro,
Ti vedo illuminata di un sole
Fisso nel tuo cuore immacolato,
Con ai piedi la tua Rosa del Creato.
Tessuta nel tuo eterno telaio.
Con tuo Figlio ti vedo
Incessantemente rivestire
I miei fratelli uomini di luce,
Brillare la tua gloria sul tuo servo
Che nel silenzio di questa casa,
Dove nel 1966 mi hai guidato
Ho accolto il tuo mistero colmo di musica.
***
ELIO FIORE
***

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nel 2002 il poeta Elio Fiore ci diceva il suo ‘arrivederci all’eternità’. Sono trascorsi vent’anni ma la sua voce poetica non si è spenta. Vive ancora. Vive nei suoi versi. Vive nella memoria di chi lo ha conosciuto, lo ha apprezzato e gli ha voluto bene.

Fra poco uscirà un mio libro a lui dedicato, proprio nel ventennale della sua morte. Ve ne parlerò più avanti, quando sarà in libreria. Ora invece voglio proporvi alcune delle sue poesie. Una rubrica settimanale con i suoi versi più belli.

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📚 L’Opera Poetica di Elio Fiore è pubblicata dalle Edizioni Ares (a cura di Silvia Cavalli, con prefazione di Alessandro Zaccuri)

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Mi chiamo Maria Amata Di Lorenzo e sono un’autrice di romanzi e di storie per il teatro e il cinema. Ho scritto anche biografie, testi di saggistica e poesie. I miei libri fino a oggi sono stati tradotti in numerose lingue: inglese, francese, portoghese, spagnolo, polacco, turco, ceco e sloveno.

Ho lavorato per più di vent’anni come giornalista e come autrice e consulente editoriale, e ho diretto corsi di scrittura creativa. Laureata in Lettere Moderne, dopo aver studiato presso la Scuola di Giornalismo di Urbino, mi sono specializzata in Marketing e Comunicazione e successivamente ho approfondito il campo della cosiddetta “relazione d’aiuto”, studiando psicologia e counseling, medicina naturale, psicobiologia e psicosomatica, arteterapia e scrittura creativa.

Mi occupo di spiritualità e crescita personale integrale. Per regalare alla tua anima spazi di riflessione e di bellezza ho aperto il mio blog: si chiama “Il posto delle anime sensibili”. Ho aperto questo luogo nel web per costruire ponti di amicizia, e per questo ho voluto creare anche la mia newsletter: ti accompagnerà lungo il cammino – bello e difficile – della vita con piccoli semi di felicità, consigli, novità, riflessioni sempre in punta di penna. Ti iscrivi qui.