Le ferite dei non amati

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Le ferite dei non amati

di Maria Amata Di Lorenzo

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“Con ogni addio impari.
E impari che l’amore non è appoggiarsi a qualcuno
e la compagnia non è sicurezza.
E inizi a imparare che i baci non sono contratti
e i doni non sono promesse”.
(Jorge Louis Borges)

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«Non mi ama proprio nessuno…». «Mi è andata male pure questa volta…». «Si vede che era la persona sbagliata…». Che cosa significano frasi come queste? Quante volte le abbiamo sentite proferire dagli altri, e chissà quante volte le abbiamo dette noi, o – se non proprio dette – almeno qualche volta le abbiamo pensate nel segreto del nostro cuore.

Che cosa vogliono dire?

Sono il segno di una vecchia ferita mai rimarginata e per questo ancora dolorosa. Sono l’impronta di un bisogno d’amore che col passare degli anni e delle esperienze è però rimasto sempre inappagato.

Non trovare nessuno con cui dividere la vita, le emozioni, su cui riversare l’amore e da cui ricevere amore.

È una condizione comune a molti.

Molti di noi non si sentono compresi, ma abbandonati, soli pur non essendo mai veramente soli, non amati oppure amati male o troppo poco. Sentimenti che spesso hanno origini antiche: in un’esperienza affettiva non felice vissuta nell’infanzia, che si è radicata profondamente influenzando tutte le successive relazioni.

Pensiamo al caso di un bambino che durante la sua infanzia ha sempre visto i suoi genitori come persone distaccate e poco affettive, allora non ci possiamo sorprendere se crescendo e diventando un uomo cercherà una compagna con le stesse caratteristiche: fredda e ambivalente. Che non lo amerà come lui desidera essere amato, con tenerezza e passione e totalità di sentimenti.

Questo meccanismo in realtà non è un atteggiamento consapevole, ma la riattuazione di un modello di affettività appreso durante l’infanzia. Un meccanismo inconscio, che scava un solco sovente profondo dentro il cuore e genera molta sofferenza per gli anni a venire.

È da lì che allora dobbiamo partire, non c’è infatti alcuna “sfortuna” nel fatto che non si riesca a trovare nessuno che ci ami o che si venga sistematicamente abbandonati. Non è sfortuna se si finisce per non incontrare mai l’agognata anima gemella.

Possiamo dare la colpa al destino che mette sulla nostra strada persone “sbagliate”, ma la verità è un’altra. Noi attiriamo esattamente quelle persone che risvegliano dentro di noi le ferite emotive che si sono sedimentate nella nostra psiche a partire dai primi anni di vita.

Divenuti adulti ripercorriamo sempre lo stesso sentiero di sofferenza. Capite bene, allora, che la sfortuna non c’entra proprio niente con queste dinamiche dell’inconscio.

La ragione di ciò che noi viviamo come fallimento e come “vuoto” affettivo sta unicamente nel passato, in quel tempo della nostra prima infanzia in cui abbiamo vissuto la cosiddetta fase dell’attaccamento, una fase che va da zero a tre anni.

Anni davvero cruciali per la nostra crescita emotiva, come ci insegna John Bowlby. È lì infatti che si creano dei modelli e noi viviamo ogni cosa in modo “poroso”, assorbendo come spugne dal mondo circostante. Se in questi primi anni abbiamo avuto una madre con un comportamento evitante o ambivalente nei nostri confronti, o magari un padre assente, ecco che si sono creati allora i presupposti per la nascita di quella lunga serie di rapporti disfunzionali che poi vivremo da adulti con grande sofferenza emotiva e psichica (ossessioni amorose, relazioni con persone già impegnate oppure sfuggenti, innamoramenti a senso unico).

Dentro di noi, in una parte molto profonda di noi stessi, inaccessibile alla nostra coscienza, c’è stato un tempo in cui si sono prodotte delle ferite emotive, e queste ferite adesso attendono di essere comprese e risanate.

La posta in gioco, infatti, è molto alta: si tratta della nostra felicità affettiva. Far finta che esse non ci siano vanifica tutta la nostra esistenza.

La ferita dei non amati parte da molto lontano.

E in verità la ferita dei non amati parte da molto lontano.

Comincia da quel giorno – te lo ricordi quel giorno? – in cui tua madre ti dice che piangere è “roba da femminucce” e tu, anche se appartieni al genere femminile, non te lo puoi permettere: devi essere una dura, per diamine, e affrontare a muso duro la vita.

Niente debolezze, perciò, niente cedimenti, tu devi farti valere e farti strada nella vita, ed è per questo che lei ti ha allevato a suon di sberle e di sgridate invece che di carezze e di abbracci.

Quelle carezze e quegli abbracci ti mancheranno sempre.

Comincia da quella sera – te la ricordi quella sera? – in cui tuo padre non fa ritorno a casa e le ore passano torturandoti, ed è una vuota attesa, perché lui non torna e non tornerà, né quella sera né mai.

E tu non gli potrai mai più dire quello che sognavi di dirgli da un tempo infinito e non c’era mai il tempo, no, non c’era mai il modo, né il momento più adatto per farlo.

E adesso c’è una lastra di silenzio nella tua vita, che rimane per sempre incollata alla tua anima, e non basterà un amore, non basteranno una o dieci o cento donne che da adulto incontrerai per infrangere quel silenzio che ti è cresciuto giorno dopo giorno intorno al cuore.

Hai smesso di parlare, passi le giornate con le cuffie attaccate alle orecchie ad ascoltare musica, comunichi soltanto l’essenziale, e non ti aspetti più nulla dalla vita, solo una sequela di doveri e di rimpianti, e non sai cosa significhi la parola felicità.

I non amati – e molti di noi lo siamo o lo siamo stati – vivono sovente in una sorta di purgatorio esistenziale, dove si espia non si sa bene quale pena, con lo sguardo rivolto al passato, a cui si è ancora legati da pesanti catene.

Come spezzare questo carcere emotivo e psichico?

Il nostro passato, a furia di pensarci, di rimuginarci sopra anche mille volte, non ritorna, ed è un bene che non ritorni, perché in definitiva non esiste più, esistono soltanto le ombre che si proiettano sul nostro presente.

Dunque, rimaniamo legati a un’ombra?

Non sarebbe meglio andare verso la luce?

La luce è il nostro presente, è la vita di oggi che è l’unica casa da abitare.

Noi non possiamo restituire vita al passato, e neppure sarebbe giusto.

Dobbiamo comprendere le esperienze della nostra vita, anche le più dolorose, analizzarle fino in fondo e non avere paura di riportare in superficie gli eventi dolorosi che ci hanno fatto male, non dobbiamo seppellirli ma analizzarli, comprenderli e lasciarli andare.

Solo così ce ne possiamo veramente liberare, perdonando noi stessi per primi, che è la cosa più difficile da fare, e così infine recuperare, nuovamente intatta, la nostra facoltà di amare e soprattutto di essere amati, di ricevere amore e di riconoscerlo.

Uscire dal passato con il perdono

Molti si domandano se sia mai possibile uscire dalle spire del proprio passato. Sì, a patto di rompere il cerchio. E di scegliere il perdono.

Che non significa dover condonare o giustificare o approvare il dolore ricevuto, ma semplicemente lasciar andare, abbracciare la libertà.

Forse adesso sei molto arrabbiato con i tuoi genitori, per quello che loro non ti hanno saputo dare, per gli anni che hai vissuto male, per il tempo che non ritornerà più e tu lo senti chiaramente dentro di te, lo senti quasi con spasimo e con struggente malinconia, che gli anni migliori se ne sono andati via e con essi anche la vita che non hai potuto vivere nella pienezza della felicità “per colpa loro”.

Ma pensaci bene.

Tuo padre ormai non c’è più da molti anni, ed anche tua madre è morta oppure è molto anziana, è fragile come un fuscello nella sua vecchiaia un po’ penosa, con le sue idee fisse, sempre quelle. Che cosa mai potresti dirgli o dirle ora?

Di che cosa li potresti rimproverare?

Forse loro stessi hanno ricevuto delle profonde ferite nella loro vita, quando erano molto piccoli. In genere è così che succede.

Ci hai mai pensato?

Se è andata così, come avrebbero potuto dare a te quello che neppure loro avevano conosciuto? Come potevano agire in modo diverso se a loro volta non erano stati amati o erano stati amati poco o male, se l’amore vero non era mai entrato nella loro vita?

Pensaci, dunque, e perdona. Perdona e comprendi.

Perdona, e va’ avanti.

Nell’istante in cui chiuderai la porta sul tuo passato, perdonando tutte le persone che ti hanno fatto soffrire, non solo tuo padre e tua madre ma tutte le persone che hai amato soffrendo a causa loro, perdonando infine anche te stesso per aver permesso loro di farti soffrire, ti sentirai pronto a ricevere l’amore, che è già presente nella tua vita, solo che tu non lo conosci perché è ancora avvolto in quel cono d’ombra che da tanto tempo sta intorno al tuo cuore: lo apri e trovi la luce e il calore che ti fanno stare bene e di cui hai bisogno.

Lo apri e trovi tutto l’amore che era lì da sempre ad aspettarti.

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Dott.ssa Maria Amata Di Lorenzo

Counselor ad Approccio Umanistico Esistenziale • Life Coach e Formatore Psicobiologico del Benessere • Autrice di libri

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11 thoughts on “Le ferite dei non amati

  1. Bellísimas y muy inteligentes reflexiones, que demuestran de nuevo la profunda empatía que se halla en personas como tú, María Amata.

    Las sombras del pasado y la ausencia de amor en el presente, junto con los estragos que el paso del tiempo ejercen en los seres queridos y en nosotros mismos son enfermedades universales que los seres humanos llevamos dentro y que no sólo no llevamos a ningún médico sino que ni siquiera nos atrevemos a contar a nadie.

    Enhorabuena entonces por tu valentía y comprensión. Unha aperta, amica romana.

    Ramón

  2. Splendide e vere riflessioni. Il non amore proietta un’ombra sulla vita, sul presente. L’unica via è perdonare e andare verso la luce.

    1. Perdonare e soprattutto perdonarsi. Riuscire a perdonare se stessi è la cosa più difficile. Se si comprende e si fa proprio il pensiero che non è stata colpa di nessuno e che ci sarà una volta in cui andrà meglio, allora si è già molto avanti nel cammino e si può intravedere la luce, tutto il dolore è alle spalle, e questa volta per sempre: davanti c’è solo luce.

  3. Un dilemma esistenziale molto più condiviso di quanto si potrebbe pensare… Grazie Maria Amata! Leggerti è sempre un respiro di aria fresca per l’anima! 🙂

    1. grazie Linda, è un dramma molto diffuso ma sotterraneo perché non si cura con il medico o con lo psicologo, non attiene al corpo né alla psiche, ma al cuore, come centro degli affetti e delle emozioni, lì si annida la sofferenza, che va capita e accompagnata possibilmente con amore.

  4. Penso che stamperò questo tuo favoloso articolo e lo appenderò nella bacheca della mia stanza. Grazie per queste parole, a me utili proprio in questo periodo. 🙂

    1. grazie, Caterina, per i tuoi complimenti.
      sono contenta che queste mie parole ti siano utili e dicano qualcosa al tuo cuore…
      nascono non solo dai miei studi ma scaturiscono anche dalle mie esperienze di vita e dalle mie riflessioni ed è importante secondo me condividerle con gli altri.
      un caro saluto! 🙂
      Maria Amata

  5. I’ve been suffering from this malaise of unrequitted love for four years. I don’t understand why she flirts if she doesn’t want me. Much self-esteem is gone, pain over what could be but will never be seems to cover every day silently. It’s like you say Maria Amata: something that doctors can’t cure, friends and family don’t understand, an invisible illness that haunts our lives.

    1. Your friends can understand only if they have experienced the same suffering, and you know that I understand you because I know what it means… Don’t be sad, and don’t lose the esteem of yourself. That woman is not the right woman for you, because the right person loves you unconditionally, immediately. Nurture your inner life, your sensitivity, your interests, without thinking of the love that you miss and you’ll see that something is going to happen, because love comes when you do not expect it. That’s the truth of life.

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