Cristina Campo, anacoreta di Dio

 

di Maria Amata Di Lorenzo

 

Nel cuore dell’antica Roma, in cima all’Aventino, c’è una piazza assolata e una chiesa, la chiesa di Sant’Anselmo. Le strade intorno salgono come calvari e il silenzio ricopre ogni cosa come un sudario. Ogni tanto il suono delle campane, cauti riverberi gregoriani, e voci qua e là: non di bambini, ma di monaci assorti e di pellegrini venuti da ogni dove, lievi mormorii in molteplici lingue.

La Roma dei salotti, dei palazzi del potere, della compromissione, è laggiù, oltre le rovine del Circo Massimo, oltre il Tevere. Dalla terrazza del Giardino degli aranci si può abbracciarla tutta con lo sguardo, fumida di vento e di splendore decaduto. L’Aventino è invece la città mistica, la città santa.

Qui il pane è cibo quotidiano, ma non ha la fragranza dei forni, bensì il biancore larvale dell’ostia, particola che trasmuta il corpo e il sangue di Cristo.

Non si può cominciare a parlare della poetessa Cristina Campo senza partire da qui, da questo luogo dell’anima dove lei scelse di vivere gli ultimi dieci anni della sua vita, anacoreta della parola, in perfetta solitudine.

Mai luogo fu più intimamente legato al destino di un essere umano.

Al civico 3 di piazza S. Anselmo, Cristina Campo (pseudonimo di Vittoria Guerrini, nata a Bologna nel 1923 e morta il 10 gennaio 1977 a Roma) compì il suo percorso letterario nelle forme di un vero e proprio itinerario ascetico, che oggi possiamo contemplare nei due volumi editi entrambi da Adelphi, Gli imperdonabili (con tutte le prose) e La Tigre Assenza (tutte le poesie e alcuni traduzioni), usciti postumi rispettivamente nel 1987 e nel 1991.

 

 

Ma chi era Cristina Campo

e che cosa rimane oggi della sua poesia?

 

La nascita, con una malformazione cardiaca che la renderà fragile e delicata tutta la vita, l’infanzia, vissuta nel parco dell’ospedale Rizzoli di Bologna dove lo zio Putti era primario, le letture sterminate coltivate nell’isolamento e nell’immobilità a cui la malattia la costringeva, senza peraltro spegnere la sua natura indomita, vivace, piena di arguzia e di gaiezza, ma tracciandovi, né poteva essere diversamente, il segno di una “ferita” indelebile: nella precoce passione della Bellezza, sempre in fuga, senza illusoria, “a doppia lama”, c’è già, tutto intero, il senso della precarietà della vita, il necessario educarsi a essa attraverso la dura disciplina del dolore.

Negli anni della guerra si trasferisce a Firenze, entrando in contatto con la società culturale fiorentina, particolarmente vivace, legandosi a Leone Traverso, frequentando Mario Luzi, Gianfranco Draghi, Padre Vannucci.

“La sua prima formazione”, ricorda appunto Luzi, “è stata estetico-letteraria, ma di tale rigore e intensità che divenne una verità etica. Poi la conoscenza di Elémire Zolla, il trasferimento a Roma e la frequentazione di ambienti religiosi spostarono il tema fondamentale della sua ricerca, che prima fu ricerca della verità detta poeticamente e poi si espresse nella pratica religiosa, nel mondo ascetico della contemplazione”.

Tale distinzione è importante per riuscire a capire in che modo e perché Vittoria Guerrini divenne a un certo punto Cristina Campo.

Nessuno ha mai saputo come dal mazzo dei tanti eteronimi usati, ubbidendo sempre a un’esigenza di riserbo, di nascondimento, di non-autoaffermazione (per cui era stata di volta in volta la Pisana, e Puccio Quaratesi, e Benedetto P. d’Angelo, e Bernardo Trevisano) nacque il profetico nome Cristina Campo.

Profetico nel senso, assai probabile, di una scelta quasi sacerdotale: Cristina da Cristo, Campo dall’immagine del Signore lavoratore delle messi.

Una sorta di investitura, umana e letteraria, e insieme il segno di un destino (“così io debbo amare questa lama fredda, che venne un giorno a incastrarsi fra i cardini della mia anima per mantenerla bene aperta…”, scrive in una lettera del 1956).

Lo spartiacque è posto agli inizi degli anni Cinquanta, quando un amico le porta da Parigi La pesanteur et la grace di Simone Weil; poi il trasferimento a Roma nel 1956 e due anni dopo l’incontro con Elémire Zolla, che divenne suo compagno, dovettero fare il resto, fino alla decisione presa nel 1965 di vivere all’Aventino, accanto ai benedettini di S. Anselmo, ultimi cultori di quel gregoriano che lei tanto amava, come amava la liturgia della chiesa d’oriente, i suoi riti, le cerimonie solenni al Russicum che frequentava, la ricchezza profonda di certe pratiche come la Preghiera del Nome, fulcro dei Racconti del pellegrino russo (per cui scrisse l’introduzione nell’edizione rusconiana del 1973).

“Oggi siamo entrati nella costellazione del cane. Roma respira greve ed enorme, nella caligine ardente. Supremamente bella, a volte, nelle sue tremende basiliche vuote, nelle sue piazze di sangue coagulato che pare liquefarsi, fumando… La notte, il solito odore di Basso Impero in putrefazione, ma anche profondi, puri mutamenti nei quali la città pare chiusa in uno smeraldo. Io non faccio che andare in giro per questo immenso labirinto di misteri concentrici…” (scrive il 21 luglio 1964).

Erano appunto i “profondi, puri mutamenti” quelli che la interessavano, che la coinvolgevano, su cui fissare il fuoco della mente aprendo le porte al regno dell’attenzione (“il solo cammino verso l’inesprimibile, la sola strada al mistero”).

E l’attenzione è sorella della memoria, veicolo alla perfezione, la sola meta possibile. “Quante volte / raccoglieremo questa nostra vita /nella pietà di un verso”. In questo modo la poesia diventa il crogiuolo in cui si lasciano bruciare tutte le scorie per poter far posto a ciò che resta, e ciò che resta è oro puro; “il luogo della poesia”, ben ha detto Mario Luzi, “è la cella dove brucia senza consumarsi la fiamma fissa della meditazione” (Vicissitudine e forma, Milano, 1974).

Poche le opere pubblicate dalla Campo quand’era in vita: un’esile raccolta di versi, Passo d’addio (del 1956, edita da Scheiwiller), il volumetto Fiaba e mistero (Vallecchi, 1962), i saggi di Il flauto e il tappeto (Rusconi, 1971), accolti tutti dal silenzio della critica dell’epoca, fondamentalmente ostile alla sua personalità poliedrica, fuori dagli schemi e dalle mode.

La maggior parte delle poesie che oggi compongono La Tigre Assenza uscirono di volta in volta sulla rivista fiorentina “Conoscenza religiosa” diretta da Elémire Zolla, il quale così ha raccontato l’esclusione tributata dall’establishment culturale italiano al genio della Campo: “Durante la vita Vittoria non fu menzionata da nessuno di coloro che oggi si sentono liberi di parlarne. Non desidero valutare i loro criteri di silenzio. Fino al 1980 c’era comunque un sistema di divieti, instaurati nel 1968, e rientrava in essi la proibizione di menzionare Vittoria. Fece eccezione Calasso che osò scriverne un necrologio per il “Corriere della Sera” (“Paese Sera”, 10 settembre 1989).

E sarà proprio Calasso a pubblicare, con la sua Adelphi, l’opera omnia di questa grande scrittrice europea, con la cura amorevole di Margherita Pieracci Harwell.

Ma l’emarginazione subita dalla Campo era in qualche modo da lei stessa alimentata, nel suo perpetuo nascondersi, prendere le distanze da ciò che non amava: la volgarità del mondo, sempre più grande, sempre più insopportabile, lo scempio della bellezza, la profanazione del rito, la totale e dolorosa eclissi del sacro.

Di sé aveva affermato lapidariamente: “Scrisse poco, e le piacerebbe aver scritto meno“.

La sua vita già cominciava a spostarsi oltre, prendeva i contorni dell’attenzione, della pazienza, dell’ascesi. Nel giro di alcuni anni perfetti era passata dalla letteratura come principio etico, passione per la bellezza, alla letteratura come religione, come domanda sul destino e la salvezza degli uomini.

La ricerca inesausta della perfezione, volgendo in direzione della liturgia, ovvero l’incarnazione della Bellezza, sempre in fuga, nel mondo visibile, portava alla macerazione dello spirito in direzione di Dio, “la Tigre Assenza“, che ama i suoi eletti di un amore esigente, esclusivo, geloso (“Oh quanto ci sei duro / Maestro e Signore! Con quanti denti il tuo amore / ci morde”).

Un percorso non difficile da capire, se rammentiamo Pascal: “Un po’ di sapere può allontanare da Dio, ma molto sapere vi può ricondurre…”

Così, fra il 1964 e il 1965, periodo cruciale in cui nel volgere di pochi mesi la Campo perde sia il padre che la madre (è per loro che scrive La Tigre Assenza, la lirica che dà il titolo alla sua opera postuma), decide di trasferirsi all’Aventino, dapprima in una stanza della pensione Sant’Anselmo, poi in un vicino appartamento, diradando via via ogni presenza attorno a sé.

La vita diventa attesa del Mistero che si svela, segreto cerchio di espiazione. La Tigre Assenza ha tutto divorato, lasciando intatta soltanto la bocca, lo spazio di una preghiera.

Margherita Pieracci Harwell che la incontra a Nervi l’estate precedente alla sua morte, trova una giovane donna invecchiata, che oramai si nutre di niente, un pugnetto di riso: “Dava l’idea di una terribile sofferenza interiore. L’evoluzione verso una religiosità preconciliare, un passato che sembrava impossibile rivivere, la spinsero verso una forma di consunzione.”

Della giovane donna piena di fascino, di grazia squisita, dalla conversazione brillante e accesa, non era rimasto più nulla: una “esile morente”, come scrisse Ceronetti, una creatura affaticata, dolente. Ormai vicinissima. Ormai pronta all’Incontro atteso lungamente, e temuto, per tutta la vita.

[© articolo pubblicato per la prima volta su “Il nostro tempo”, Torino, 2 Marzo 1997 – riproduzione vietata]

 


CHI SONO

Autrice di testi teatrali e radiofonici e di libri sino ad oggi editi in otto lingue, ho lavorato per più di vent’anni come giornalista  e come autrice e consulente editoriale, e ho diretto corsi di scrittura creativa. Contemporaneamente ho studiato per divenire una professionista della relazione d’aiuto, specializzandomi in counseling umanistico esistenziale, terapie naturali, formazione e life coaching a indirizzo psicobiologico.

Aiuto le persone a scoprire e a mettere in pratica il loro potenziale creativo e la saggezza interiore per la loro crescita personale e il benessere, la guarigione e l’autorealizzazione ad ogni livello: affettivo-relazionale, psicofisico, professionale, finanziario e spirituale.

Mi considero una “coltivatrice di esistenze felici”.

Esperta di alimentazione naturale e psicosomatica, studiosa di psicologia applicata all’analisi del tema natale, mi interesso del potere trasformativo e terapeutico della creatività e di intuizione, sviluppo emotivo e spiritualità.

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16 thoughts on “Cristina Campo, anacoreta di Dio

  1. Ho letto d’un fiato, il profilo di questa splendida figura di donna e di poeta mistica, dalle forti tinte e che non conoscevo. Grazie di questo dono di inestimabile bellezza.
    Mariangela De Togni

  2. A volte, la vita sembra raggrumarsi nei suoi significati più alti in alcune persone, che la vivono in un modo particolarissimo, quasi lontane, apparentemente, da essa, nascoste come in un segreto esistere, e per questo incomprese dal mondo che le circonda, se non ignorate del tutto. Ancora di più questo è vero, se queste persone vivono e sentono in controtendenza, in una ‘posizione’ che viene avvertita come ‘di critica’, e dunque scomoda, non in sintonia con ciò che il mondo che le circonda, in quel certo loro tempo, vuole affermare.
    Questo avviene anche nell’arte e tanto più se in quell’arte si discostano dai canoni.
    Grazie, Maria Amata, per avermi dato modo di un primo approfondimento su Cristina Campo (Vittoria Guerrini), su questa figura di donna e di poetessa che visse e scrisse in attesa del Mistero.
    Penso che ogni poeta autentico, che ama l’uomo, ma lo vede così com’è – e come è lui stesso -, così spesso preso dalle ‘scorie’ dell’esistenza, non possa non sottoscrivere quei tre versi che hai citato di Cristina: “Quante volte / raccoglieremo questa nostra vita / nella pietà di un verso.”

  3. Quando crediamo di conoscere noi stessi, siamo colti dalla presunzione di conoscere l’andamento dell’animo umano. Leggere di Cristina Campo, fa comprendere meglio quanto siamo presuntuosi.
    Se mai avessimo potuto solo immaginare la sua esistenza e le sue terribili ricchezze di sofferenza fisica e interiore…
    Di nuovo la presunzione ci fa sembrare di averla conosciuta, in qualche modo.
    La modestia, finalmente, fa comprendere quanto sarebbe stato bello averla conosciuta davvero.

  4. Cara Maria Amata, conosco da tempo Cristina Campo, grazie per averla proposta. Come si può non amare questa straordinaria creatura? Una grande della letteratura che, contrariamente a quanto si verifica oggi dove tutti esigono di essere proptagonisti, ha scelto di vivere umilmente in disparte facendo della poesia una strada della perfezione da percorrere con rigore e metodo. Il paziente lavoro di ricerca e di limatura della parola poetica é per Cristina Campo un allenamento dell’anima verso un’ascesi spirituale. Condivido profondamete questo approccio con la parola, é la ragione per cui scrivo. Ardea Montebelli

  5. Ne sapevo qualcosa, ora di più, grazie a questo bell’articolo. Una creatura forte e fragile, dall’immensa spiritualità e sensibilità
    Grazie.
    Gisella

  6. ho letto con commozione, con ansia vorace, con desiderio ancestrale, con bisogno vitale.. le tue parole, il tuo raccontare Cristina Campo.. e mi sento meno sola, grazie.. Tornerò a leggerti con necessità, Nicoletta

  7. Scoprire la vita spirituale di Cristina Campo in questo spazio ha arricchito le mie conoscenze e ha dato un senso ad alcuni scritti letti nella rete.
    Grazie
    Cettina

  8. Amore e onore ad una grande pensatrice-scrittrice ancora e sempre sospesa tra le eccentriche e stra ordinarie poiché gretto e diviso si presentava(o si presenta) l’universo culturale del secolo.
    Ma la sua grandezza accompagna, imperdonabile sempre.
    maria Pia Q

  9. Un bellissimo ritratto di una donna speciale, un articolo scritto con tanta delicatezza da rappresentare quasi una carezza nei confronti di una poetessa dall’animo così sensibile e profondo da andare oltre la stessa poesia, verso un senso mistico dell’essere. Mi è piaciuto molto, grazie per averci proposto ancora una volta un personaggio capace di suscitare tante riflessioni

  10. Grazie Cara Maria Amata….come tu sai ho sempre pochissimo tempo….ma ogni volta che leggo i tuoi passaggi…mi emoziono e apro quella finestra che troppo è socchiusa a quella bella arte del LEGGERE che spesso mi ha fatto compagnia….una colonna di libri sul mio comodino…ma il tuo spazio mi aiuta come le tue donne che ci descrivi…donne che nella loro sofferenza hanno saputo dare quel coraggio nelle loro parole….Un Abbraccio a Tutte Voi…..ed un Grazie A te!!! Clelia

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