“Sono nata il ventuno a primavera…” – Alda Merini

di Maria Amata Di Lorenzo

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Alda Merini, voce poetica tra le più intense del Novecento italiano, morta il primo novembre 2009 a Milano, ci ha lasciato splendidi versi di carattere spirituale, muovendo dall’esperienza che aveva segnato fortemente la sua vita, vale a dire la lunga permanenza in manicomio, oltre dieci anni, che furono per lei l’incubatoio di tanti dolori, e di tanti orrori, che l’arte, insieme alla fede, seppe trasfigurare in versi di rara bellezza, rimasti a noi in dono per sempre.

Sì, perché la Merini aveva una fortissima fede, dai toni quasi mistici, che mai le venne meno, nonostante le tribolazioni della sua vita, e che anzi è stata il collante di tutto il suo cammino esistenziale.

Una fede che le ha ispirato bellissimi versi dedicati a Cristo e ai santi, come pure a Maria, cui dedicò tante pagine della sua produzione ed in particolare un libro, Magnificat. Un incontro con Maria, uscito nel 2002 per l’editore Frassinelli.

“Maria, / ci sono dei venti / che ardono e gemono in noi, / e dividono / le nostre intime parti / in tanti flagelli / e ci rompono le ossa / e sono le tentazioni, / i progetti sbagliati, / le orme indisciplinate, / i feretri dei morti / che secondo noi / non hanno resurrezione. / Quanto è immodesto l’uomo / che pensa che l’inverno congeli tutto / e non spera nella primavera. / L’uomo beve il proprio odio / come un buon vino, / e più odia e più si sente ebbro, / e più si sente ebbro / più abbandona / le rive della tua giovinezza.”

Come restare indifferenti davanti a versi così sinceri e profondi?

Quando il cielo baciò la terra nacque Maria. / Che vuol dire la semplice, / la buona, la colma di grazia. / Maria è il respiro dell’anima, / è l’ultimo soffio dell’uomo. / Maria discende in noi, / è come l’acqua che si diffonde / in tutte le membra e le anima, / e da carne inerte che siamo noi / diventiamo viva potenza”.

Versi semplici, e al tempo stesso molto intensi. “Sei la povertà e la ricchezza – scrive ancora la poetessa rivolgendosi alla Madre di Dio – , / il sogno e la contraddizione, / la volontà di Dio e la volontà dell’uomo, / che tu educhi alla contemplazione. / Il dolore è la tua casa, è la casa del mondo, / eppure tu sei la regina degli angeli, / la regina nostra, la regina di tutti i tempi”.

 

Nascere “folle”

Alda Merini vide la luce a Milano il 21 marzo 1931. Della sua nascita diceva: “Sono nata il ventuno a primavera / ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta…”

Aveva iniziato a comporre le prime liriche già all’età di quindici anni e non ne aveva neppure venti quando Giacinto Spagnoletti pubblicò nell’antologia “Poesia italiana contemporanea 1909-1949” le sue due liriche “Il gobbo” e “Luce”.

Nel ’51, queste liriche insieme ad altre due vengono incluse da Vanni Scheiwiller nel volume “Poetesse del Novecento”, su consiglio di Eugenio Montale e Maria Luisa Spaziani.

Si prefigurava già un grande ed insolito talento. In questi primi versi, seppur giovanili ed acerbi, si intuiscono i motivi ricorrenti della sua poesia, quell’intreccio di temi mistici e sensuali, di luce e di ombra, amalgamati da una concentrazione stilistica potente, che nell’arco degli anni lascerà spazio a un dettato più immediato e intuitivo.

Nel 1953 la poetessa sposò Ettore Carniti, da cui avrà le figlie Emanuela, Flavia, Simona e Barbara. Lo stesso anno del matrimonio esce la sua prima raccolta poetica, La presenza di Orfeo, seguita nel ’55 da Paura di Dio Nozze romane.

Ma dopo la silloge Tu sei Pietro, pubblicata nel 1961 dall’editore Scheiwiller, seguì un silenzio lunghissimo, quasi vent’anni, la maggior parte dei quali la Merini li trascorse nell’ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano (“Per me è stato un miracolo di Dio essere uscita viva da lì. Ho visto morire tanti ragazzi…”).

Nel 1979 il lungo silenzio editoriale è spezzato dalla stesura di quell’opera che tutti considerano il capolavoro della Merini, la raccolta intitolata La Terra Santa, che nel ’93 vince il prestigioso Premio Librex Montale. Sono liriche di un’intensità molto potente, dove la realtà lascia il posto all’idea del reale, sublimata e deformata dal delirio della follia. “Le più belle poesie”, dice la poetessa dei Navigli, – “si scrivono sopra le pietre / coi ginocchi piagati / e le menti aguzzate dal mistero”.

La Terra Santa segna l’inizio di una poetica nuova, impregnata della devastante esperienza manicomiale (“il manicomio è il monte Sinai, / maledetto, su cui tu ricevi / le tavole di una legge / agli uomini sconosciuta”), ma il suo valore all’inizio non venne recepito dal mondo editoriale. La prima proposta di stampa dell’opera, infatti, fu accolta da un’indifferenza assoluta. Solo Paola Mauri accettò di pubblicare trenta liriche, scelte su un dattiloscritto di oltre un centinaio di testi composti dalla Merini durante l’internamento, e lo fece nell’82 sul n.4 della rivista «Il cavallo di Troia».

Due anni più tardi Scheiwiller riprese quelle trenta liriche e, con l’aggiunta di altre dieci, diede alle stampe la prima edizione de La Terra Santa, decretando di fatto la fine dell’ostracismo editoriale verso l’artista milanese.

 

Mistero di misericordia

Quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita”, diceva sovente la poetessa, con la lucidità e la sincerità che le erano proprie.

Tornata a vivere, nella seconda metà degli anni Ottanta, nella sua amatissima Milano, dopo una parentesi di alcuni anni a Taranto, la Merini ricominciò a scrivere con assiduità, alternando testi in versi e in prosa, dentro una casa piena di libri, quadri e fotografie, in Ripa di Porta Ticinese, sulle rive del “suo” Naviglio.

Questi sono per lei anni molto fecondi, dove si contano sempre maggiori pubblicazioni ed interventi pubblici, e in cui le vengono assegnati diversi premi letterari come pure una laurea honoris causa dall’Università di Messina.

Escono Delirio amoroso (1989), Ipotenusa d’amore (1992) e il volume in prosa La pazza della porta accanto (1993).

Nel ’95 viene data alle stampe la raccolta Ballate non pagate e nel ’96 le viene assegnato il Premio Viareggio per la Poesia. Lo stesso anno la Merini viene proposta per il Premio Nobel per la Letteratura dall’Academie française.

Del ’97 è la raccolta La volpe e il sipario, che è forse la più alta dimostrazione del suo originale stile poetico: una poesia che nasce dall’emozione, sull’onda del pensiero che si fa man mano sempre più astratto e simbolico. E poi, nel 2002, esce per Frassinelli quel bellissimo libro che è Magnificat. Un incontro con Maria, dove la Merini evoca la Vergine Madre indagandone soprattutto l’aspetto umano e femminile, opera che, nel settembre dello stesso anno, le fa vincere il Premio Dessì per la Poesia.

In questi versi la Madre di Dio ci viene presentata come una giovinetta, rivisitata soprattutto nella sua interiorità, nel suo smarrimento, nel suo materno stupore.

Sigillo della cristianità e al tempo stesso icona di amore e di fede, Maria introduce al mistero della grande misericordia di Dio: “Se Tu sei la mia mano, / il mio dito, / la mia voce, / se Tu sei il vento / che mi scompiglia i capelli, / se Tu sei la mia adolescenza / io ho il diritto di servirti / e il dovere, / perché l’adolescenza / non ha mai chiesto nulla / alle sue stagioni. / Tu mi hai presa / perché io non ero una donna / ma solo una bambina. / E le bambine si accolgono / e si avvolgono di mistero. / Tu mi hai resa donna, Signore, / e la donna è soltanto / un pugno di dolore. / Ma questo pugno / io non lo batterò / verso il mio petto,/ lo allargherò verso di Te / come una mano / che chiede misericordia”.

 

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CHI SONO

Mi chiamo Maria Amata Di Lorenzo: scrivo, insegno, aiuto le anime sensibili ad esprimere se stesse nella vita.

Autrice, Counselor e Creative Life Mentor, ho scritto testi radiofonici e teatrali e pubblicato libri diffusi fino ad oggi in otto lingue. Le mie passioni fin da bambina sono la psicologia e le stelle e i misteri racchiusi nell’aldilà.

Ho lavorato per più di vent’anni come giornalista e come autrice e consulente editoriale, e ho diretto corsi di scrittura creativa. Contemporaneamente ho studiato per divenire una professionista della relazione d’aiuto, specializzandomi in counseling umanistico esistenziale, terapie naturali, formazione e life coaching a indirizzo psicobiologico. Aiuto le persone “ad aiutarsi” e per questo mi considero una coltivatrice di esistenze felici.

Aiuto infatti le persone a scoprire e a mettere in pratica il loro potenziale creativo e la saggezza interiore per la loro crescita personale e il benessere, la guarigione e l’autorealizzazione. Se desideri una consulenza con me puoi scrivere a: dottoressa.amata@gmail.com


 

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Franz Werfel, un canto al Mistero

di Maria Amata Di Lorenzo

 

“François Soubirous si alza al buio. Sono le sei precise. Il suo orologio d’argento, regalo di nozze dell’avveduta cognata Bernarde Casterot, non l’ha più già da molto tempo. La bolletta di pegno dell’orologio e di qualche altra cosuccia preziosa è scaduta ormai dall’autunno scorso. Ma Soubirous sa che sono le sei in punto, benché le campane della chiesa di Saint-Pierre non abbiano ancora suonato per la prima Messa. I poveri hanno il tempo nel sangue; anche senza quadranti e senza tocchi di campane, sanno che cosa segna l’orologio. I poveri hanno sempre paura di arrivare in ritardo. L’uomo cerca a tasto i suoi zoccoli, li prende, ma li trattiene in mano per non far rumore. Rimane in piedi, scalzo, sull’impiantito freddo come ghiaccio, e ascolta i diversi respiri della sua famiglia che dorme: una musica strana che gli opprime il cuore. Sono in sei a dividere la stanza…”

È il folgorante, bellissimo inizio del romanzo Il poema di Bernadette di Franz Werfel, che noi conosciamo soprattutto col titolo La canzone di Bernadette, un’opera da cui il regista Henry King trasse un film di eccezionale impatto emotivo che vinse vari premi Oscar negli Anni Quaranta, di cui uno, meritatissimo, andò alla protagonista della pellicola, l’attrice Jennifer Jones, che impersonava la giovanissima veggente di Lourdes.

“Ho osato cantare la canzone di Bernadette, io che non sono cattolico ma ebreo”. Così scrive Franz Werfel nell’introduzione alla prima edizione del romanzo, uscito nel 1941. Soltanto un anno prima, lo scrittore si trovava assieme alla moglie Alma Mahler in Francia. A giugno le truppe tedesche erano entrate a Parigi con Hitler in testa. I due coniugi avrebbero voluto fuggire negli Stati Uniti, ma non avevano i visti necessari. Decisero allora di provare a far perdere le proprie tracce fra i Pirenei, mischiandosi ai tanti sbandati in fuga dall’esercito invasore.

“A Pau, una famiglia del luogo ci disse che Lourdes era l’unico posto dove qualche beniamino della Fortuna poteva forse trovare ancora alloggio”, racconta Werfel. “Poiché la famosa città era appena a trenta chilometri, ci venne consigliato di tentare e picchiare alle sue porte”.

E le porte di Lourdes si aprirono ai due fuggitivi, che trovarono in essa accoglienza e alloggio. “In questo modo la Provvidenza mi condusse a Lourdes, della cui storia prodigiosa non avevo fino ad allora la più superficiale nozione”. Ma durante le sette settimane di permanenza nella cittadina pirenaica lo scrittore ebreo ebbe modo di conoscere da vicino la vicenda “della giovanetta Bernadette Soubirous e i fatti meravigliosi delle guarigioni di Lourdes”.

“Un giorno”, lui racconta, “tribolato com’ero, feci un voto. Se fossi uscito da quella situazione disperata e avessi raggiunto la costa americana – questo fu il voto che feci – avrei prima di ogni altro lavoro cantato la canzone di Bernadette come meglio avessi potuto”.

Il Canto di Bernadette, scritto per voto e per necessità interiore, diventò un successo mondiale. La riduzione cinematografica, diretta da Henry King fu premiata da ben quattro Oscar ed è entrata a buon diritto nella storia mondiale del cinema.

 

 

Franz Werfel era nato a Praga il 10 settembre 1890, al tempo dell’impero austro-ungarico, in una famiglia ebraica. Contemporaneo e collega di altri intellettuali ebrei e autori come Franz Kafka, Max Brod e Martin Buber, nel 1929 aveva sposato la vedova del compositore Gustav Mahler, e nel 1933 aveva ottenuto la fama letteraria con la pubblicazione dell’opera I quaranta giorni del Mussa Dagh, un grande racconto epico sulla resistenza armena e il feroce genocidio di quel popolo perpetrato ad opera dei Turchi.

Fra le altre sue opere scritte sono da ricordare i romanzi Il colpevole non è l’assassino, ma la vittima (1920), Nel crepuscolo di un mondo (1937), Una scrittura femminile azzurro pallido (1955), e inoltre i drammi storici Juarez e Massimiliano (del 1924) e Jacobowsky ed il colonnello, scritto poco prima della morte, che lo colse a Los Angeles nell’agosto del 1945.

Esponente di spicco del movimento espressionista tedesco e convinto pacifista, Werfel fu tra quegli uomini di letteratura che nella prima metà del Novecento seppero esprimere con il loro ingegno artistico una straordinaria ed appassionata partecipazione ai problemi del proprio tempo. Come ha scritto di lui il germanista Claudio Magris: “Werfel cercava l’umanità e la grazia ovunque. E come i suoi romanzi, anche le sue idee hanno un denominatore comune, una calda pietà per gli uomini e per la vita”.

Nella sua produzione letteraria, infatti, sono racchiusi i temi di fondo che l’apparentano a quelli più avvertiti dalla sensibilità popolare: il sentimento religioso, la condanna delle brutalità del mondo, la speranza in un futuro migliore, la fede nell’invisibile. “Sin dal giorno nel quale scrissi i miei primi ver­si – dice Werfel –, giurai a me stesso che avrei re­so onore sempre e dovunque, at­traverso i miei scritti, al segreto divino e alla santità umana”. E, ancora, lo scrittore sosteneva con grande convinzione: “La fede nel divino non è altro che il sostanziale riconoscimento che il mondo ha un senso, che cioè è un mondo spirituale”.

 

 

Il 16 luglio 1940, un articolo del «New York Post» annunciava che il famoso scrittore Franz Werfel era stato ucciso dai nazisti. La notizia era del tutto infondata, ma Werfel stava comunque vivendo giorni durissimi e di grande pericolo. Da un po’ di tempo, infatti, con la moglie Alma, era costretto a nascondersi nel sud della Francia, tra carovane di sbandati e profughi in fuga dall’esercito di occupazione tedesco.

Dopo aver lasciato l’Austria a seguito dell’annessione del 1938, la coppia aveva vissuto in Svizzera, a Parigi e infine in Provenza, dove si era raccolta una colonia di espatriati tedeschi. Ma pure lì la pace era durata poco. Sotto la minaccia delle truppe di Hitler, sempre più vicine, Franz e Alma si erano dati a una fuga febbrile, nel tentativo di raggiungere il confine spagnolo. Avevano fatto tappa a Bordeaux e poi, attraverso Pau, erano giunti a Lourdes.

Confusi tra pellegrini e sfollati, erano rimasti lì circa due mesi, condividendo angoscia e speranza. Senza documenti validi per espatriare, era impossibile passare la frontiera e così lo scrittore e la moglie furono costretti a tornare a Marsiglia dove, miracolosamente, ottennero l’agognato visto per gli Stati Uniti.

Werfel fece il voto, se fosse sopravvissuto, di raccontare la storia di Bernadette. Ed è così che nasce questo romanzo bellissimo, che l’autore presenta al “lettore diffidente” precisando che “tutti gli avvenimenti notevoli che formano il contenuto del libro sono in realtà accaduti”. E, puntualizza lo scrittore, “ho usato del diritto della libertà concesso al poeta solo dove bisognava far scoccare scintille di vita dalla materia trattata”.

Il libro, pubblicato in e­dizione originale nel 1941, arriva in Italia alla fine della guerra, nella prestigiosa collana mondadoriana della “Medusa”; nel 2011 è uscita in Italia una nuova edizione curata dall’editore Gallucci. Un romanzo evergreen, scritto in una prosa calda e raffinata, con punte di virtuosismo stilistico, che si snoda per oltre settecento pagine nel racconto limpido e commovente delle apparizioni di Lourdes.

Ho osato cantare la canzone di Bernardette, io che sono ebreo. Il coraggio per questa impresa mi è venuto da un voto molto più antico e inconscio. Sin dal giorno nel quale scrissi i miei primi ver­si, giurai a me stesso che avrei re­so onore sempre e dovunque, at­traverso i miei scritti, al segreto divino e alla santità umana: no­nostante che l’epoca nostra, con scherno, ferocia e indifferenza, rinneghi questi valori supremi della nostra vita”.

© Maria Amata Di Lorenzo – all rights reserved

[articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – maggio 2012]

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Una sera d’inverno – Ricordando Dino Buzzati

 

Per ricordare il grande Dino Buzzati

morto a Milano il 28 gennaio 1972.

 

 


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Cristina Campo, anacoreta di Dio

 

di Maria Amata Di Lorenzo

 

Nel cuore dell’antica Roma, in cima all’Aventino, c’è una piazza assolata e una chiesa, la chiesa di Sant’Anselmo. Le strade intorno salgono come calvari e il silenzio ricopre ogni cosa come un sudario. Ogni tanto il suono delle campane, cauti riverberi gregoriani, e voci qua e là: non di bambini, ma di monaci assorti e di pellegrini venuti da ogni dove, lievi mormorii in molteplici lingue.

La Roma dei salotti, dei palazzi del potere, della compromissione, è laggiù, oltre le rovine del Circo Massimo, oltre il Tevere. Dalla terrazza del Giardino degli aranci si può abbracciarla tutta con lo sguardo, fumida di vento e di splendore decaduto. L’Aventino è invece la città mistica, la città santa.

Qui il pane è cibo quotidiano, ma non ha la fragranza dei forni, bensì il biancore larvale dell’ostia, particola che trasmuta il corpo e il sangue di Cristo.

Non si può cominciare a parlare della poetessa Cristina Campo senza partire da qui, da questo luogo dell’anima dove lei scelse di vivere gli ultimi dieci anni della sua vita, anacoreta della parola, in perfetta solitudine.

Mai luogo fu più intimamente legato al destino di un essere umano.

Al civico 3 di piazza S. Anselmo, Cristina Campo (pseudonimo di Vittoria Guerrini, nata a Bologna nel 1923 e morta il 10 gennaio 1977 a Roma) compì il suo percorso letterario nelle forme di un vero e proprio itinerario ascetico, che oggi possiamo contemplare nei due volumi editi entrambi da Adelphi, Gli imperdonabili (con tutte le prose) e La Tigre Assenza (tutte le poesie e alcuni traduzioni), usciti postumi rispettivamente nel 1987 e nel 1991.

 

 

Ma chi era Cristina Campo

e che cosa rimane oggi della sua poesia?

 

La nascita, con una malformazione cardiaca che la renderà fragile e delicata tutta la vita, l’infanzia, vissuta nel parco dell’ospedale Rizzoli di Bologna dove lo zio Putti era primario, le letture sterminate coltivate nell’isolamento e nell’immobilità a cui la malattia la costringeva, senza peraltro spegnere la sua natura indomita, vivace, piena di arguzia e di gaiezza, ma tracciandovi, né poteva essere diversamente, il segno di una “ferita” indelebile: nella precoce passione della Bellezza, sempre in fuga, senza illusoria, “a doppia lama”, c’è già, tutto intero, il senso della precarietà della vita, il necessario educarsi a essa attraverso la dura disciplina del dolore.

Negli anni della guerra si trasferisce a Firenze, entrando in contatto con la società culturale fiorentina, particolarmente vivace, legandosi a Leone Traverso, frequentando Mario Luzi, Gianfranco Draghi, Padre Vannucci.

“La sua prima formazione”, ricorda appunto Luzi, “è stata estetico-letteraria, ma di tale rigore e intensità che divenne una verità etica. Poi la conoscenza di Elémire Zolla, il trasferimento a Roma e la frequentazione di ambienti religiosi spostarono il tema fondamentale della sua ricerca, che prima fu ricerca della verità detta poeticamente e poi si espresse nella pratica religiosa, nel mondo ascetico della contemplazione”.

Tale distinzione è importante per riuscire a capire in che modo e perché Vittoria Guerrini divenne a un certo punto Cristina Campo.

Nessuno ha mai saputo come dal mazzo dei tanti eteronimi usati, ubbidendo sempre a un’esigenza di riserbo, di nascondimento, di non-autoaffermazione (per cui era stata di volta in volta la Pisana, e Puccio Quaratesi, e Benedetto P. d’Angelo, e Bernardo Trevisano) nacque il profetico nome Cristina Campo.

Profetico nel senso, assai probabile, di una scelta quasi sacerdotale: Cristina da Cristo, Campo dall’immagine del Signore lavoratore delle messi.

Una sorta di investitura, umana e letteraria, e insieme il segno di un destino (“così io debbo amare questa lama fredda, che venne un giorno a incastrarsi fra i cardini della mia anima per mantenerla bene aperta…”, scrive in una lettera del 1956).

Lo spartiacque è posto agli inizi degli anni Cinquanta, quando un amico le porta da Parigi La pesanteur et la grace di Simone Weil; poi il trasferimento a Roma nel 1956 e due anni dopo l’incontro con Elémire Zolla, che divenne suo compagno, dovettero fare il resto, fino alla decisione presa nel 1965 di vivere all’Aventino, accanto ai benedettini di S. Anselmo, ultimi cultori di quel gregoriano che lei tanto amava, come amava la liturgia della chiesa d’oriente, i suoi riti, le cerimonie solenni al Russicum che frequentava, la ricchezza profonda di certe pratiche come la Preghiera del Nome, fulcro dei Racconti del pellegrino russo (per cui scrisse l’introduzione nell’edizione rusconiana del 1973).

“Oggi siamo entrati nella costellazione del cane. Roma respira greve ed enorme, nella caligine ardente. Supremamente bella, a volte, nelle sue tremende basiliche vuote, nelle sue piazze di sangue coagulato che pare liquefarsi, fumando… La notte, il solito odore di Basso Impero in putrefazione, ma anche profondi, puri mutamenti nei quali la città pare chiusa in uno smeraldo. Io non faccio che andare in giro per questo immenso labirinto di misteri concentrici…” (scrive il 21 luglio 1964).

Erano appunto i “profondi, puri mutamenti” quelli che la interessavano, che la coinvolgevano, su cui fissare il fuoco della mente aprendo le porte al regno dell’attenzione (“il solo cammino verso l’inesprimibile, la sola strada al mistero”).

E l’attenzione è sorella della memoria, veicolo alla perfezione, la sola meta possibile. “Quante volte / raccoglieremo questa nostra vita /nella pietà di un verso”. In questo modo la poesia diventa il crogiuolo in cui si lasciano bruciare tutte le scorie per poter far posto a ciò che resta, e ciò che resta è oro puro; “il luogo della poesia”, ben ha detto Mario Luzi, “è la cella dove brucia senza consumarsi la fiamma fissa della meditazione” (Vicissitudine e forma, Milano, 1974).

Poche le opere pubblicate dalla Campo quand’era in vita: un’esile raccolta di versi, Passo d’addio (del 1956, edita da Scheiwiller), il volumetto Fiaba e mistero (Vallecchi, 1962), i saggi di Il flauto e il tappeto (Rusconi, 1971), accolti tutti dal silenzio della critica dell’epoca, fondamentalmente ostile alla sua personalità poliedrica, fuori dagli schemi e dalle mode.

La maggior parte delle poesie che oggi compongono La Tigre Assenza uscirono di volta in volta sulla rivista fiorentina “Conoscenza religiosa” diretta da Elémire Zolla, il quale così ha raccontato l’esclusione tributata dall’establishment culturale italiano al genio della Campo: “Durante la vita Vittoria non fu menzionata da nessuno di coloro che oggi si sentono liberi di parlarne. Non desidero valutare i loro criteri di silenzio. Fino al 1980 c’era comunque un sistema di divieti, instaurati nel 1968, e rientrava in essi la proibizione di menzionare Vittoria. Fece eccezione Calasso che osò scriverne un necrologio per il “Corriere della Sera” (“Paese Sera”, 10 settembre 1989).

E sarà proprio Calasso a pubblicare, con la sua Adelphi, l’opera omnia di questa grande scrittrice europea, con la cura amorevole di Margherita Pieracci Harwell.

Ma l’emarginazione subita dalla Campo era in qualche modo da lei stessa alimentata, nel suo perpetuo nascondersi, prendere le distanze da ciò che non amava: la volgarità del mondo, sempre più grande, sempre più insopportabile, lo scempio della bellezza, la profanazione del rito, la totale e dolorosa eclissi del sacro.

Di sé aveva affermato lapidariamente: “Scrisse poco, e le piacerebbe aver scritto meno“.

La sua vita già cominciava a spostarsi oltre, prendeva i contorni dell’attenzione, della pazienza, dell’ascesi. Nel giro di alcuni anni perfetti era passata dalla letteratura come principio etico, passione per la bellezza, alla letteratura come religione, come domanda sul destino e la salvezza degli uomini.

La ricerca inesausta della perfezione, volgendo in direzione della liturgia, ovvero l’incarnazione della Bellezza, sempre in fuga, nel mondo visibile, portava alla macerazione dello spirito in direzione di Dio, “la Tigre Assenza“, che ama i suoi eletti di un amore esigente, esclusivo, geloso (“Oh quanto ci sei duro / Maestro e Signore! Con quanti denti il tuo amore / ci morde”).

Un percorso non difficile da capire, se rammentiamo Pascal: “Un po’ di sapere può allontanare da Dio, ma molto sapere vi può ricondurre…”

Così, fra il 1964 e il 1965, periodo cruciale in cui nel volgere di pochi mesi la Campo perde sia il padre che la madre (è per loro che scrive La Tigre Assenza, la lirica che dà il titolo alla sua opera postuma), decide di trasferirsi all’Aventino, dapprima in una stanza della pensione Sant’Anselmo, poi in un vicino appartamento, diradando via via ogni presenza attorno a sé.

La vita diventa attesa del Mistero che si svela, segreto cerchio di espiazione. La Tigre Assenza ha tutto divorato, lasciando intatta soltanto la bocca, lo spazio di una preghiera.

Margherita Pieracci Harwell che la incontra a Nervi l’estate precedente alla sua morte, trova una giovane donna invecchiata, che oramai si nutre di niente, un pugnetto di riso: “Dava l’idea di una terribile sofferenza interiore. L’evoluzione verso una religiosità preconciliare, un passato che sembrava impossibile rivivere, la spinsero verso una forma di consunzione.”

Della giovane donna piena di fascino, di grazia squisita, dalla conversazione brillante e accesa, non era rimasto più nulla: una “esile morente”, come scrisse Ceronetti, una creatura affaticata, dolente. Ormai vicinissima. Ormai pronta all’Incontro atteso lungamente, e temuto, per tutta la vita.

[© articolo pubblicato per la prima volta su “Il nostro tempo”, Torino, 2 Marzo 1997 – riproduzione vietata]

 

 


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