La tenda verde

La tenda verde

di MARIA AMATA DI LORENZO

 

Elio ha conosciuto la fame, la guerra, la paura. Ricorda tutto. E quel giorno sotto la macerie sepolto per dieci ore insieme a sua madre dopo un bombardamento non l’ha mai dimenticato. Da lì, da quel fiore di terrore e stupore è germinata la sua poesia e il suo essere uomo in questo mondo…

***

 

«Bellissimo tutto il mistero dell’esistenza travasato in un segno. Bellissima l’idea di un oggetto umile che si fa spartiacque tra la vita e la morte, che limita confini, che si erge a soglia e sentinella di un valico. Di un passaggio. Mi commuove questa umiltà delle cose, questo loro parlare segreto, incondizionato, al cuore dell’uomo. Bravissima Maria Amata Di Lorenzo, bravissima per questo sguardo che sa raccogliere voci, che sa catturare segnali e che non altera il destino ma lo adempie». – Simona Lo Iacono

«È un racconto bellissimo che raggiunge corde profonde e, come sempre nella scrittura di questa autrice, si eleva a poesia. Ho apprezzato il realismo delle descrizioni e quella tenda verde trasformata in materasso, in guscio accogliente e riparatore ai mali del vivere forse metafora di un futuro migliore… Complimenti».
– Delia Morea
 

* * *

 

Il racconto La tenda verde, che fa parte del mio nuovo libro Venite, vi porto di là, ti aspetta su AMAZON.

Sono in tutto sette racconti: “sette racconti per anime sensibili”.

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volto di Amata

CHI SONO

Mi chiamo Maria Amata Di Lorenzo: scrivo, insegno, aiuto le anime sensibili ad esprimere se stesse nella vita.

Counselor evolutivo-esistenziale, insegnante di creatività, autrice di testi radiofonici e teatrali e di libri editi in otto lingue, le mie passioni fin da bambina sono la psicologia e le stelle e i misteri racchiusi nell’aldilà.

Ho lavorato per più di vent’anni come giornalista e come autrice e consulente editoriale, e ho diretto corsi di scrittura creativa. Contemporaneamente ho studiato per divenire una professionista della relazione d’aiuto, specializzandomi in counseling umanistico esistenziale, terapie naturali, formazione e life coaching a indirizzo psicobiologico. Aiuto le persone “ad aiutarsi” e per questo mi considero una coltivatrice di esistenze felici.

Aiuto infatti le persone a scoprire e a mettere in pratica il loro potenziale creativo e la saggezza interiore per la loro crescita personale e il benessere, la guarigione e l’autorealizzazione. Se desideri una consulenza con me puoi scrivere a: dottoressa.amata@gmail.com


 

 

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Corso Bovio

Corso Bovio

di Maria Amata Di Lorenzo

 

Poco fa mi sono trovata a pensare che fra poco è il 9 luglio ed è l’anniversario della scomparsa di Corso Bovio, indimenticato maestro di diritto e informazione, e anche di vita. Una morte, la sua, che mi suscita sgomento e incredulità ancora oggi, come il primo giorno, e che mi induce a una serie di pensieri.

Che cosa c’è nel cuore dell’uomo?

Che cosa c’è dentro di noi quando gli altri rimangono fuori, fuori della porta dei sorrisi e dei saluti cordiali, un po’ stereotipati, della faccia allegra che ci dipingiamo ogni giorno per andare nel mondo, incontro all’ignoto.

È un mistero. Il cuore dell’uomo è un abisso. Come si può spiegare altrimenti quello che accade?

corso bovioSono già dodici anni, dodici anni dalla morte di Corso Bovio, mi riesce difficile dire “suicidio”, perché una parte di me non ci vuole credere, non ci crede assolutamente…

Io ho conosciuto Corso Bovio negli anni Novanta, a Urbino, dove appena laureata frequentavo la scuola di giornalismo. Lui era il mio insegnante.

Sono passati ormai molti anni, ma io ricordo perfettamente, lo ricordo come se fosse ieri, tutte le sue parole, e i suoi sorrisi, e gli sguardi che erano così intelligenti. Sì, era il mio insegnante preferito, perché sapeva come entrare – in punta di piedi – nel cuore degli altri.

Aveva un grande senso dell’umorismo, ci faceva anche divertire a lezione, non si prendeva sul serio, pur essendo una persona serissima.

Era un vulcano di idee, di parole. Era una persona di grande valore. Era. Adesso bisogna usare questo verbo imperfetto: era.

Ma basta un colpo di pistola per spazzare via tutto?

Basta archiviare tutto come un suicidio, forse per un raptus, forse per chissà, e andare avanti nel caldo dell’estate, a parlar di tempo e di stagioni, di lavoro e di canzoni, senza fermarsi a pensare un poco?

Pensare alla vita, per esempio, a che cos’è la vita, al senso che le si è dato fino ad oggi e che, da domani, le si vorrà dare.

Pensare alla fragilità della condizione umana, alla precarietà di tutto, e c’è una roccia a cui aggrapparsi? C’è qualcosa di solido che non muta, che resta lì, su cui mettere le nostre impronte fragili e trarne sicurezza?

Abbiamo la consistenza delle foglie, dice Roberto Vecchioni in una sua canzone, eppure coltiviamo dentro di noi l’orgoglio smisurato di essere uomini.

Fino al muro che si para davanti e non puoi scantonare più, fare finta che non c’è, che forse non c’è mai stato.

Ma c’è stato sempre, e tu lo sai.

Te ne accorgi solo ora, però, proprio all’ultimo secondo.

Allora capisci che sei soltanto un uomo. E che dentro di te brucia una ferita antica.

Allora comprendi il senso di quei versi di Montale che dicono: Tutte le cose portano scritto: più in là…

 


CHI SONO

Terapeuta naturale, counselor e scrittrice, le mie passioni fin da bambina sono la psicologia e le stelle e la scoperta dei misteri racchiusi nell’aldilà.
Esperta in alimentazione naturale e psicosomatica, mi occupo di crescita spirituale e psico-emotiva, sviluppo della creatività, intuizione e quella strana cosa che si chiama felicità…

Il posto delle anime sensibili è il mio blog. Iscriviti alla newsletter per ricevere tutti gli aggiornamenti e per entrare nella nostra ispirata e meravigliosa community delle Anime Sensibili.


 

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Luigi Pirandello: “c’è un oltre in tutto”

di Maria Amata Di Lorenzo

 

“Sono caduto, non so di dove né come né perché, caduto una notte di giugno in un’arida campagna di secolari olivi saraceni, di mandorli e di viti affacciata sotto l’ondata azzurra del cielo, sul nero mare africano…”

Questa notte così poeticamente evocata era quella del 28 giugno 1867 ed il luogo era il “Caos”, una contrada a 4 km da Agrigento dove nacque il grande drammaturgo Luigi Pirandello, l’autore che forse più di ogni altro ha impresso un segno forte, agli albori del Novecento, alla letteratura non solo italiana ma europea, con le sue innovazioni stilistiche, il suo ricco immaginario, i suoi romanzi e soprattutto le sue commedie, ancora oggi rappresentate in tutto il mondo.

“Tre scrittori hanno attraversato questo secolo dando nome – il loro nome – alle nostre inquietudini, ai nostri smarrimenti, alle nostre paure e al tempo stesso, per quella catarsi o misura di contemplazione che è nelle rivelazioni dell’arte, permettendoci di viverle con temperata ansietà e disperazione. Sono, questi tre scrittori, Pirandello, Kafka, Borges.”

Lo sosteneva Leonardo Sciascia, profondo conoscitore della letteratura, e in modo particolare dell’opera del suo più illustre conterraneo.

Luigi Pirandello, secondo di sei figli, era nato il 28 giugno 1867 ad Agrigento (l’antica colonia greca di Akragas che si chiamerà Girgenti fino al 1927) da Stefano Pirandello e da Caterina Ricci-Gramitto, in una casa colonica che si trovava nella tenuta paterna denominata “Caos”, qualche chilometro fuori dalla città, sulla strada che conduce verso Porto Empedocle, in una contrada suggestiva che dall’alto di un costone da un lato guarda verso il mare e dall’altro è delimitata da un ripido e piccolo valloncello che porta direttamente alla spiaggia.

Assai precoce nella scrittura, pubblica la sua prima raccolta di poesie, “Mal giocondo”, nel 1889. Il 1892, invece, è l’anno delle sue prime novelle, appena conseguita la laurea in Germania, e in cui incomincia pure a comporre quello che sarà il suo primo romanzo, “L’esclusa”.

Due anni più tardi, nel 1894, il definitivo trasferimento a Roma a seguito del matrimonio con Antonietta Portulano, figlia di un socio in affari del padre, da cui avrà tre figli: Stefano, Fausto e Lietta.

Nel 1903 l’allagamento di una miniera di zolfo causa alla famiglia Pirandello un grave dissesto economico: il padre Stefano perde insieme al proprio capitale anche la dote della nuora.

In seguito alla notizia dell’improvviso disastro finanziario, Antonietta, già sofferente di nervi, cade in una gravissima crisi che durerà per tutta la vita sotto la forma di una grave paranoia.

Vani saranno i tentativi di Pirandello di dimostrare che la realtà non è come invece pare alla moglie. Abbandonata la tentazione del suicidio, che sublimerà nel romanzo “Il fu Mattia Pascal”, lo scrittore cerca di fronteggiare la disperata situazione, assistendo la moglie Antonietta (che verrà internata in una casa di cura soltanto vari anni dopo, nel 1919) e per arrotondare il magro stipendio di professore, impartisce lezioni private ed intensifica la sua collaborazione a riviste e a giornali.

Sono anni molto difficili, che mettono a dura prova il suo spirito e durante i quali elabora quella sua personale poetica letteraria che riverserà in poesie, saggi, romanzi e novelle, ma soprattutto nelle opere teatrali, affermandosi come massimo drammaturgo negli anni successivi alla prima guerra mondiale.

Liolà”, “La giara”, “Il berretto a sonagli”, “Pensaci, Giacomino!”, “Così è (se vi pare)”, “Il piacere dell’onestà” sono i lavori più significativi del periodo 1915-20, mentre è del 1921 la prima rappresentazione dei “Sei personaggi in cerca d’autore” con cui la fama del drammaturgo siciliano varca i confini dell’Italia, acquisendo il consenso unanime di pubblico e di critica.

 

Pirandello ritratto da Primo Conti

Un’arcana voce profonda

 

Batte nel cuor di tutti una campana; / ma della vita nel vario frastuono / il dolce suono / nessuno ascolta. / Pure, talvolta, d’un tratto giunge come un’arcana / voce profonda, non udita mai. / È la lontana / chiesetta antica dell’abbandonata / nostra città… / “Ave Maria… Ave Maria…” – Che fai, / anima sconsolata? / Lagrime amare ha chi pregar non sa”.

Sono versi limpidi e accorati di una sua poesia intitolata “Che fai?

Versi che esprimono quella interrogazione metafisica che permea tutta l’opera pirandelliana. La dialettica dell’Oltre è infatti al cuore della sua potente espressione artistica.

Pirandello non è un nichilista, perché conosce la pietà, è un autore ma prima ancora un uomo che dalla constatazione dell’assurdo del vivere trae motivo di dolorosa fraternità con l’uomo.

Il problema religioso allora è il problema centrale della sua opera perché tutta la sua opera è un’interrogazione metafisica, è una domanda di senso sull’esistenza che fuori da una fede si percepisce solo come assurda.

Personaggi che si dibattono nel carcere della loro solitudine, con l’angoscia di non poter sapere perché si debba amare, perché si debba morire, con la sofferenza di non poter comunicare e di non poter dare il proprio amore perché non c’è nessuno pronto a riceverlo e a capirlo. Sono i temi, a ben vedere universali, della sua scrittura.

Il contrasto tra apparenza e realtà, lo sfaccettarsi della verità (tante verità quanti sono coloro che presumono di possederla), l’assurdità della condizione dell’uomo, fissato – pur nella molteplicità del suo sentire e del suo agire – nel letto di Procuste della catalogazione (adultero, innocente, ladro ecc.) in una forma che impastoia e soffoca la vita, come nota il critico letterario Salvatore Guglielmino.

Sono i cardini dell’espressione letteraria pirandelliana, coniugata drammaticamente in una ricerca continua di senso, che viene sempre delusa o illusa, in un tormento che genera una sete inestinguibile che poi, scavando ogni giorno negli abissi di solitudine degli uomini, altro non è se non sete, sete ardente, seppur misconosciuta, di Dio.

Ne “I quaderni di Serafino Gubbio operatore”, Pirandello scrive: “C’è un oltre in tutto. Voi non volete o non sapete vederlo”.

C’è un oltre in tutto. Lo comprende anche il protagonista di “Dono della Vergine Maria”, e il dolce colloquio di Nuccio con la Madonna è fra i suoi testi più belli e più toccanti:

“Tanto ho penato, tante ne ho viste, e ancora non ho finito… Vergine Santa, e sempre V’ho lodata! Morire io prima, no, Voi non avete voluto: sia fatta la Vostra santa volontà! Comandatemi, e sempre, fino all’ultimo, V’ubbidirò! Ecco io stesso, con le mie mani sono venuto a offrire l’ultima mia figlia, l’ultimo sangue mio: prendetevela presto, Madre degli afflitti; non me la fate penare più. Lo so, né soli né abbandonati: abbiamo l’aiuto Vostro prezioso, e a codeste mani pietose e benedette ci raccomandiamo. O sante mani, o dolci mani, mani che sanano ogni piaga: beato il capo su cui si posano in cielo!”

Il testamento

La fama del drammaturgo siciliano si consolida sempre di più e negli ultimi anni Pirandello gira per il mondo, al seguito delle sue opere che vengono rappresentate con grande successo nei più importanti teatri.

Nel 1934 riceve il premio Nobel per la letteratura. Due anni dopo, nel dicembre del 1936 si ammala di polmonite e muore nella sua casa romana: non ha ancora compiuto settant’anni.

Il regime fascista avrebbe voluto per lui le esequie di Stato. Invece vennero rispettate le sue volontà così come le aveva espresse nel suo testamento: essere avvolto nudo in un lenzuolo e messo in una cassa sul carro dei poveri.

Lui, un premio Nobel, uno scrittore di fama internazionale, morire alla stregua dei più derelitti della terra.

Ma questo era il suo sentire, ciò che esprimeva il suo stare religiosamente dentro la vita del mondo, la sua incessante ansia di assoluto, che finalmente adesso trovava un approdo.

© Maria Amata Di Lorenzo – all rights reserved  (articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio di luglio 2014 – tutti i diritti riservati)

 

 


CHI SONO

Mi chiamo Maria Amata Di Lorenzo: scrivo, insegno, aiuto le anime sensibili ad esprimere se stesse nella vita.

Counselor evolutivo-esistenziale, insegnante di creatività, autrice di testi radiofonici e teatrali e di libri editi in otto lingue, le mie passioni fin da bambina sono la psicologia e le stelle e i misteri racchiusi nell’aldilà.

Ho lavorato per più di vent’anni come giornalista e come autrice e consulente editoriale, e ho diretto corsi di scrittura creativa. Contemporaneamente ho studiato per divenire una professionista della relazione d’aiuto, specializzandomi in counseling umanistico esistenziale, terapie naturali, formazione e life coaching a indirizzo psicobiologico. Aiuto le persone “ad aiutarsi” e per questo mi considero una coltivatrice di esistenze felici.

Aiuto infatti le persone a scoprire e a mettere in pratica il loro potenziale creativo e la saggezza interiore per la loro crescita personale e il benessere, la guarigione e l’autorealizzazione. Se desideri una consulenza con me puoi scrivere a: dottoressa.amata@gmail.com


Mai ‘na gioia

mai na gioia

Mai ‘na gioia

di MARIA AMATA DI LORENZO

 

Abito da alcuni anni nel gelido e profondo nord, ma quando ancora vivevo a Roma, la mia città, mi capitò un giorno – mentre camminavo lungo una strada assolata – di essere attratta da una scritta che compariva sul muro di cinta di un palazzo.

Era in stampatello, a lettere cubitali, e diceva: MAI ‘NA GIOIA.

Rimasi a guardarla per un po’, meravigliata di trovare scritto su un muro un concetto che avevo già sentito alcune volte pronunciare da persone sfiduciate al culmine della loro tristezza esistenziale: mai ‘na gioia... ed era sottinteso il seguito di quel pensiero: “nella mia vita non c’è stato mai un giorno felice“.

Ma chi era che aveva scritto quel pensiero sul muro? Impossibile saperlo.

E perché lo aveva fatto? Per effetto della sua profonda tristezza, che tracimava in scontento, e che doveva essere condivisa con quante più persone possibili, con dei passanti sconosciuti…

Un atto di coraggio, di rivolta? Anche, ma soprattutto un atto di consapevolezza.

Una cosa molto buona, tanto più buona, miei cari amici, del finto ottimismo che trasuda da tante bacheche dei social network e dalle riviste patinate che si vendono in edicola.

La consapevolezza è una cosa molto buona perché ci permette di ri-costruire, di rifondare la nostra vita. Ad occhi aperti.

Perciò noi dobbiamo ricercarla attivamente, ponendo insieme e facendo dialogare il pessimismo dell’intelligenza con l’ottimismo della volontà.

La dobbiamo ricercare, mettendo da parte la girandola frenetica dei nostri impegni quotidiani.

Non la possiamo trovare, infatti, nel caos delle nostre giornate zeppe di impegni di casa e di lavoro, e poi di diversivi ricercati per non pensare e non far caso al vuoto che ci cresce dentro.

Noi quel vuoto lo dobbiamo conoscere, e lo dobbiamo ascoltare.

La consapevolezza è il primo passo per uscire dalla nebbia dello scontento, è un processo interiore che ci mette davanti alla realtà nuda e cruda perché solo
in questo modo noi la possiamo cambiare.

Non per lamentarci, non per autocommiserarci, ma per dare un nome preciso a quello scontento e per liberarcene con opportuni salutari cambiamenti.

Fare chiarezza è il primo passo. Fermarsi. Prendersi un po’ di tempo, noi da soli in una stanza, magari con una penna e un foglio in mano.

Sarà un momento di svolta.

Sarà un momento di svolta, amici miei, perché non sarà più sterile lamentela che ci frigge il cuore ma nuova consapevolezza, che giunge a ondate dentro di noi e ci dona un cielo limpido e sereno: la nostra mente centrata e collegata al sentire del nostro cuore.

Solo da lì possiamo ripartire.

 

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CHI SONO

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Una notte di coprifuoco

una notte di coprifuoco

Una notte di coprifuoco

di MARIA AMATA DI LORENZO

 

Avere vent’anni nella Roma occupata dai nazisti. Ernesto, mio padre, una sera si ritrova braccato mentre torna a casa sotto il coprifuoco e una scala “santa” gli salva la vita mentre la camionetta dei tedeschi sta per arrivare in piazza San Giovanni…

***

 

«Bellissimo il racconto Una notte di coprifuoco. Si percepisce il senso di strazio di ogni guerra, di ogni uomo-contro-uomo, nell’accanimento bestiale che strappa la dignità e censura ogni emozione. Mi colpisce molto questo senso di gelo che permea il brano, questa distanza tra le cose, le persone, i luoghi. Si sente che c’è dietro un rapporto sincero con il tema trattato…».  – Luigi La Rosa

 

«Con incisività ed eleganza sa trasformare la sofferenza del singolo in sofferenza, composta e dignitosa, dell’umanità intera. La scrittura veloce e asciutta è un raro dono. Riesce ad esprimere temi tanto cupi, pur senza mai scadere di tono (come purtroppo oggi, invece, sempre più spesso accade). In Una notte di coprifuoco con efficaci pennellate ci ritroviamo trascinati a partecipare di quella “fame di vivere” così viva e impellente in chiunque si trovi in vero pericolo. Si respira un’atmosfera densa di patemi e di attaccamento struggente alla vita, fino ad approdare oltre la disperazione ad un “guscio” di inaspettata speranza: la “Scala Santa” vuol forse indicarci l’unica salda via di salvezza? Sembra proprio un intervento salvifico, miracoloso. Metafora che ci suggerisce l’unica via d’ascesa, l’unico possibile di riparo, l’unico sicuro rifugio ove attendere fiduciosi che passino i momenti di angosciose intemperie della vita. Ieri come oggi». – Elvira Siringo

 

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Il racconto Una notte di coprifuoco, che fa parte del mio nuovo libro Venite, vi porto di là, ti aspetta su AMAZON.

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Gesualdo Bufalino: scrivere per resistere ai venti contrari del mondo

 

Gesualdo Bufalino

di Maria Amata Di Lorenzo

 

In alto a sinistra, sul foglio, un’incisione riproduce un mare in tempesta, cavalloni alti fino al cielo, attraversato quest’ultimo da nuvole basse e dense; all’orizzonte una nave, un vecchio bastimento, che il vento di procella ha già inclinato su un fianco, sta affondando, ma in mezzo alle onde ecco apparire una mano che, in un gesto di estrema resistenza, solleva da sotto le acque un libretto con le pagine aperte, ancora tutte bianche…

La frase più sotto, all’interno della sua lettera, mi dice nella calligrafia nervosa e svolazzante che gli era propria: “Guardi l’incisione stampata al sommo di questa lettera. Anche lei, come ogni naufrago (tutti lo siamo), sollevi finché è possibile, il suo libretto sopra le onde…

Il sacerdozio della parola

Scrivere per resistere ai venti contrari del mondo, scrivere per scongiurare il presente ormai minacciato dall’afasia.

Lo scrittore siciliano Gesualdo Bufalino credeva ancora, nonostante tutto, nella scrittura, nel sacerdozio della parola, nel suo potere salvifico. Come pochi. “In lui”, scrisse Renato Minore su “Il Messaggero” all’indomani della sua scomparsa, avvenuta il 14 giugno 1996, “c’era una dedizione sacerdotale alla scrittura, unica fonte legittima per conoscere l’inconoscibilità del mondo”.

Non a caso aveva posto l’immagine del mare in tempesta e della mano che regge un libro fra i flutti sul frontespizio della sua carta da lettera: un monito, e al tempo stesso un invito a sperare. La traccia di una improbabile, eppure necessaria, salvezza.

Gesualdo Bufalino

Chi era Gesualdo Bufalino

Gesualdo Bufalino era nato a Comiso, in provincia di Ragusa, nel 1920. Insegnante di liceo per tutta la vita, esordisce in letteratura poco più che sessantenne, nel 1981, con il romanzo “Diceria dell’untore” (Sellerio), scoperto da Leonardo Sciascia e presto portato alla ribalta nazionale come il caso letterario degli anni Ottanta.

Gesualdo Bufalino

Raccontato in prima persona, in una lingua articolatissima, fra elegia e pathos, tutto racchiuso e lavorato dentro l’ossessione della malattia (evidente metafora della vita), narra la storia di un amore sui generis sbocciato in un sanatorio della Conca d’Oro, in Sicilia, fra personaggi appassionati e dolenti che la morte, per un verso o per l’altro, finirà per ghermire.

Il successo raggiunto in età avanzata non cambia il coltissimo professore, lettore onnivoro, finissimo traduttore dal francese, dal temperamento timido e schivo, ingenuo e disincantato al tempo stesso come ogni siciliano che si rispetti.

Legatissimo alla città natale, aveva chiuso volontariamente il proprio orizzonte “fra due zolle” per poter così viaggiare da fermo, nei territori sconfinati della sua immaginazione barocca, nella realtà degli universi cartacei, zeppi di esistenze “vicarie”, impalpabili e vive più della stessa realtà.

Un solo mutamento aveva registrato la sua esistenza dopo l’exploit letterario: nel 1981, l’anno in cui uscì “Diceria dell’untore”, vincendo il Campiello e assicurandosi i favori del pubblico e della critica, Bufalino sposò Giovanna Leggio, che erstata sua allieva al liceo. La fama improvvisa aveva finito per spezzare il cerchio antico della solitudine e forzare così il blocco apparentemente irriducibile della sua misoginia.

 

Gesualdo Bufalino

Al primo fortunato romanzo erano seguite altre prove narrative, come “Museo d’ombre” (ancora per Sellerio, nel 1982) e poi, dopo il passaggio a Bompiani, opere quali “L’uomo invaso”, “Le menzogne della notte”, passando per i versi di “L’amaro miele” (Einaudi, 1982) e per i saggi, notevolissimi, fra cui sono da ricordare “La luce e il lutto”, “Il tempo in posa” (dedicati alla “sua” Sicilia, di cui è stato profondo conoscitore come pochi, in grado di decifrarne l’indecifrabile “sicilitudine” nel solco di Sciascia).

L’ultima prova narrativa, poco prima della morte, è stata “Tommaso e il fotografo cieco“, lucida e intelligente allegoria (venata di pessimismo) dell’Italia dei nostri giorni.

La vita che tradisce tutti i sogni

Gesualdo BufalinoLa vita che tradisce tutti i sogni. Il tempo che la memoria non redime. Gesualdo Bufalino non faceva mistero di sentirsi un “intruso” nell’odierna civiltà dei computer, lui che non era neppure capace di cambiare il nastro della sua Olivetti 35, peraltro usata soltanto per trascrivere “in bella” quanto veniva vergando sui fogli di carta di ogni risma, una biro rossa e una nera, nella poltrona accanto alla finestra.

Scriveva e riscriveva, tutto a mano, un’infinità di volte, mai contento, mai pago del suo lavoro.

Sacerdote della scrittura, la sua perfezione era maniacale, la scelta accurata delle parole (quelle che insieme poi facevano la cifra irripetibile della sua lingua densa, allusiva, sedimentata, sapiente) era il frutto di un processo mentale sorvegliatissimo.

Metodico e appartato, le sue giornate erano scandite da rituali pressoché ferrei: al mattino, appena sveglio, accendeva la radio per ascoltare i notiziari, a volume alto perché le voci gli giungessero in ogni angolo della casa in cui si muoveva; poi a un certo punto la radio taceva, lui si immergeva nelle scartoffie: progetti di libri, articoli, lettere (tantissime, da tutt’Italia) a cui rispondere; poi c’erano le letture, sterminate; e le passeggiate lungo il Corso, il circolo con gli amici, la vecchia madre Maria, ultranovantenne, a cui pensare (era arrivato persino a strapparsi i bottoni delle camicie per poterla tenere, amorevolmente, occupata).

Gesualdo BufalinoE le visite alla moglie Giovanna, poco fuori Vittoria, dove risiedeva da qualche anno dopo essere stata colpita da un ictus cerebrale. Tornava proprio da una visita fatta alla moglie la sera del 14 giugno 1996: un banale incidente automobilistico metteva fine alla sua esistenza, a 76 anni.

Non era mai voluto andare via dalla sua terra, da quella remota, polverosa provincia della Sicilia “babba”, in cui la vita poteva essere ancora vissuta senza affanni, a misura d’uomo, in sintonia con il creato, consapevole che al lavoro dell’anima occorrono due cose soltanto: solitudine e silenzio.

Viaggiatore senza bagaglio, ha oltrepassato quel giorno il muro fasciato d’ombra, fino in fondo al mistero, aspettando di sentire la voce, finalmente, di Colui che sempre tace.

© Maria Amata Di Lorenzo – all rights reserved

[pubblicato per la prima volta su “Il nostro tempo”, Torino, settembre 1997 – tutti i diritti sono riservati]