Haruki Murakami: le parole creano ponti

 

di MARIA AMATA DI LORENZO

 

*

“Shimamoto, ci rivedremo ancora?”
“Forse” disse lei. Sulle sue labbra apparve un lieve sorriso, come un fumo sottile che si leva in una tranquilla giornata senza vento. “Forse.”

*

Haruki Murakami mi riconcilia col mondo.

Ogni volta che prendo in mano un suo libro, come al solito letto e riletto tante volte, mi riprometto di andare avanti solo per due o tre pagine e poi invece sono lì a divorarlo per ore, e mi sembra di non averlo letto mai, e non mangio, non bevo, e non vado neppure al bagno… ma, soprattutto, mi viene una gran voglia di scrivere, mi accende dentro il motore della scrittura, e le parole si affollano tutte assieme, vogliono uscire, avere corpo e sostanza, diventare storie.

Perché le parole che lui scrive creano ponti, su cui passano le emozioni, i dolori condivisi e i pensieri, una geografia di sentimenti, impalpabile e universale.

Oggi ho riletto “A sud del confine, a ovest del sole“.

Hajime aveva vissuto in un universo abitato solo da lui: figlio unico quando, nel Giappone degli anni Cinquanta, era rarissimo non avere fratelli o sorelle, aveva fatto della propria eccezionalità una fortezza in cui nascondersi, un modo per zittire quella sensazione costante di non essere mai lì dove si vorrebbe veramente. Invece un giorno scopre che la solitudine è solo un’abitudine, non un destino: lo capisce quando, a dodici anni, stringe la mano di Shimamoto, una compagna di classe sola quanto lui, forse di più: a distinguerla non c’è solo la condizione di figlia unica, ma anche il suo incedere zoppicante, come se in quel passo faticoso e incerto ci fosse tutta la sua difficoltà a essere una creatura di questo mondo.

Quando capisci che non sei destinato alla solitudine, che il tuo posto nel mondo è solo là dove è lei, capisci anche un’altra cosa: che sei innamorato. Ma Hajime se ne rende conto troppo tardi – è uno di quegli insegnamenti che si imparano solo con l’esperienza – quando ormai la vita l’ha separato da lei. Come il dolore di un arto fantasma, come una leggera zoppia esistenziale, Hajime diventerà uomo e accumulerà amori, esperienze, dolori, errori, ma sempre con la consapevolezza che la vita, la vita vera, non è quella che sta dissipando, ma quell’altra, quella che sarebbe potuta essere con Shimamoto, quella in un altrove indefinito, a sud del confine, a ovest del sole.

“Le illusioni di un tempo non mi avrebbero più aiutato, non avrebbero più creato sogni per me. Non rimaneva che il vuoto, quel semplice vuoto che mi aveva accompagnato per anni e al quale avevo cercato di adattarmi. Ero tornato al punto di partenza, pensai, e dovevo abituarmici. Adesso toccava a me creare sogni per gli altri, sarebbe stato questo il mio nuovo compito. Non conoscevo il potere di questi sogni, ma se la mia vita aveva un significato, era quello di continuare con tutte le mie forze quest’opera. Forse”.

È una storia che afferra il cuore, e che soprattutto fa riflettere.

Se ne esce molto cambiati, perché ciascuno di noi ha avuto un’infanzia e dei sogni, dei sentimenti e delle aspettative che non si sono realizzate. E sono lì, in un angolo oscuro della nostra anima, e ne portiamo le ferite, e dove un tempo c’erano delle ferite adesso ci sono delle cicatrici, che ogni tanto sanguinano.

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CHI SONO

Mi chiamo Maria Amata Di Lorenzo e sono un’autrice di libri editi fino a oggi in nove lingue e di testi per la radio, il cinema e il teatro.

Ho lavorato per più di vent’anni come giornalista e come autrice e consulente editoriale, e ho diretto corsi di scrittura creativa. Laureata in Lettere Moderne, dopo aver studiato presso la Scuola di Giornalismo di Urbino, mi sono specializzata in Marketing e Comunicazione e successivamente ho approfondito il campo della cosiddetta “relazione d’aiuto”, studiando psicologia e counseling, musicoterapia, medicina naturale e life coaching a indirizzo psicobiologico. Di formazione junghiana, sono una studiosa di psicologia applicata all’analisi del tema natale (per l’orientamento professionale, scolastico ed esistenziale), inoltre mi occupo di spiritualità, benessere e crescita personale, e mi interesso del potere trasformativo e terapeutico della creatività.

Scrivo. Insegno e aiuto le persone altamente sensibili e creative ad esprimere se stesse nella vita, senza paura, sviluppando il proprio potenziale spirituale e creativo. Mi piace definirmi una “giardiniera dell’anima”.

Come autrice amo creare storie da raccontare con le parole e con le immagini. Le mie storie raccontano sentimenti profondi, che rispecchiano la mia anima e pongono interrogativi sul mistero della vita e dell’amore. Conosci le mie opere

Ho pubblicato negli ultimi anni un libro di racconti, “Venite, vi porto di là”, due raccolte poetiche, “Il tempo che oggi ti dorme nel cuore” e “In cammino senza lasciare la casa”, un saggio letterario (in uscita nel 2022) e nove biografie spirituali, alcune delle quali tradotte e diffuse in 18 Paesi nel mondo. Miei testi in questi anni sono stati pubblicati anche in riviste letterarie, volumi collettivi, antologie.

Per regalare alla tua anima spazi di riflessione e di bellezza ho aperto il mio blog: si chiama “Il posto delle anime sensibili”. Ho aperto questo luogo nel web per costruire ponti di amicizia, e per questo ho voluto creare anche la mia newsletter: ti accompagnerà lungo il cammino – bello e difficile – della vita con piccoli semi di felicità, consigli, novità, riflessioni sempre in punta di penna. Ti iscrivi qui.

La giustizia esige l’amore

 

 

di MARIA AMATA DI LORENZO

 

Il volto che mi guarda e quasi mi sorride dalla foto che ho davanti a me mentre scrivo queste righe è un volto aperto, luminoso, sereno.

La fronte intelligente, gli occhi scuri, dalle pupille nere, liquide, che risaltano come gemme sul viso timido e gentile, dal sorriso appena accennato.

“Il sommo atto di giustizia è necessariamente sommo atto di amore se è giustizia vera, e viceversa se è amore autentico”. Mi riecheggiano nella mente queste sue parole. Che sono il suo credo. E anche il suo lascito: la giustizia esige sempre l’amore.

Cari amici, l’autunno fa il suo ingresso con una data che per me è assolutamente impossibile non ricordare: il 21 settembre 1990 moriva infatti il giudice Rosario Livatino. Io, come sapete, sono la sua biografa. Ho dedicato oltre 20 anni della mia vita a farlo conoscere con conferenze tenute nelle università, articoli apparsi sui giornali, e ben due libri pubblicati.

Uno, recente, uscito nei mesi scorsi in quattro lingue, che si intitola “Rosario Livatino – La giustizia esige l’amore”, e l’altro che ha visto la luce 21 anni fa, nel 2000, e che nel corso degli anni ha avuto ben otto edizioni.

Leggete gratuitamente su Amazon i primi capitoli del mio libro “Rosario Livatino – La giustizia esige l’amore” che è disponibile in italiano, inglese, francese e spagnolo, per conoscere una figura luminosa del nostro secolo.

Un ragazzo normale, cresciuto in una terra dove ognuno appena viene al mondo deve deciderlo subito da che parte vuole stare, se vuole essere picciotto oppure sbirro, con la legge oppure contro di essa. Rosario Livatino aveva respirato aria di mafia fin da bambino, però il richiamo della giustizia in lui è stato più forte di tutto. La sua passione per il dovere era legata alla certezza che il male e l’ingiustizia sono destinati a essere vinti dalla forza del bene e dalla verità.

Rosario Livatino. Un giovane per il quale l’ideale valse più della vita. Ma oggi più vivo che mai, e capace di parlare ancora da quella tomba alla coscienza e al cuore degli uomini e delle donne di questo millennio.

È scritto, infatti, e non a caso: “Coloro che avranno indotto molti alla giustizia, risplenderanno come stelle per sempre” (Dn 12, 3).

CHI SONO

Mi chiamo Maria Amata Di Lorenzo e sono un’autrice di libri editi fino a oggi in nove lingue e di testi per la radio, il cinema e il teatro.

Ho lavorato per più di vent’anni come giornalista e come autrice e consulente editoriale, e ho diretto corsi di scrittura creativa. Laureata in Lettere Moderne, dopo aver studiato presso la Scuola di Giornalismo di Urbino, mi sono specializzata in Marketing e Comunicazione e successivamente ho approfondito il campo della cosiddetta “relazione d’aiuto”, studiando psicologia e counseling, musicoterapia, medicina naturale e life coaching a indirizzo psicobiologico. Di formazione junghiana, sono una studiosa di psicologia applicata all’analisi del tema natale (per l’orientamento professionale, scolastico ed esistenziale), inoltre mi occupo di spiritualità, benessere e crescita personale, e mi interesso del potere trasformativo e terapeutico della creatività.

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Andrea Longega, il pudore dei sentimenti

 

di MARIA AMATA DI LORENZO

 

Ho scoperto questo poeta nella tarda primavera del 2013.

Non ne avevo mai sentito parlare fino ad allora, fino a quando cioè apparve questo articolo, il 30 aprile 2013, sul “Corriere della Sera”.

Un articolo che annunciava il suo ultimo lavoro letterario: “Caterina (come le cóe dei cardelini)” pubblicato dalle Edizioni L’Obliquo.

Caterina è una cameriera che lavora in un albergo di Venezia ed è suo lo sguardo che fotografa la realtà della vita quotidiana e la racconta nei versi di questa raccolta, scritta – come tutte le altre – in dialetto veneziano. Un punto di vista inusuale, e una lingua molto feriale, di uso comune quasi, però al tempo stesso intensamente lirica.

Per me fu una autentica rivelazione. Cominciai allora a leggere le altre poesie di Andrea Longega, a cercarle sul web, a scoprire tutto quello che si diceva di lui.

Andrea Longega è nato a Venezia nel 1967 e vive a Murano.

Di lui amo molte poesie, ma a occupare un posto molto particolare nel mio cuore sono quelle dedicate alla madre morta. Quelle hanno scavato un solco profondo dentro di me e in quel solco io trovo una specie di consolazione, quella che nasce da una fratellanza di pensieri, di emozioni, di dolori taciuti, vissuti intimamente e mai rivelati.

Quello che in una parola sola potrei definire così: il pudore dei sentimenti.

Vi presento alcune di queste poesie:

*

Forse da picolo
i me tirava su par el còlo
invense che par sóto i scagi
forse xe sta tuto quel umido
le matine presto a pescar
gambe e brassi
a mògie nei ghèbi

ma me so messo a girar
de nòte par l’isola
(sóra i ponti me fermo
un poco a vardar)

«ti farà la fine
de un can senza parón»
me ga dito un pèr de volte
mia mama a oci bassi
prima de star mal.

Forse da piccolo | mi tiravan su tenendomi per il collo | invece che per sotto le ascelle | forse è stato tutto quell’umido | le mattine presto a pescare | gambe e braccia | immerse nei canali || ma mi sono messo a girare | di notte per l’isola | (sopra i ponti mi fermo | un poco a guardare) || «farai la fine | di un cane senza padrone» | mi ha detto mia mamma | un paio di volte a occhi bassi | prima di star male.

*
*

Te vardo venir vanti
to marìo a brasso
sul pavimento lustro de linoleum
la vestaglia grigia
i cavéi mèzi
senza tinta.
A ogni porta
ti buti l’ocio dentro
fin quando ti te inacorzi de mi
in fondo al coridoio
e ti me ridi
come par strada.

Ti guardo venire avanti | tuo marito a braccio | sul pavimento lucido di linoleum | la vestaglia grigia | i capelli per metà | senza tinta. | Ad ogni porta | guardi dentro | fino a quando ti accorgi di me | in fondo al corridoio | e mi sorridi | come per strada.

*
*

Ti che par telefono ti sigavi
desso ti me disi ciao amore
co un filo de vóse.

Tu che al telefono gridavi | adesso mi dici ciao amore | con un filo di voce.

*

Gavé mai visto
i oseléti quando mor
che la testina tuta piume
no ghe sta più su?

Avete mai visto | gli uccellini quando muoiono | che la testina tutta piume | non gli sta più su?

*

31 dicembre 2007
31 dicembre 2008

Ma serviva andar a Roma
par ricordar quel giorno
el mondo fermo
intorno a le spale de mio papà
a na tòla za spareciada
e desso un ano dopo
a Palasso Barberini
l’ora precisa
davanti a Giuditta che taglia
la testa a Oloferne
la pretesa falsa
de un stesso stòrzerse
de l’ànema.

Ma serviva andare a Roma | per ricordare quel giorno | il mondo fermo | intorno alle spalle di mio padre | ad una tavola già sparecchiata | e adesso un anno dopo | a Palazzo Barberini | l’ora precisa | davanti a Giuditta che taglia | la testa a Oloferne | la pretesa falsa | di uno stesso torcersi | dell’anima.

*

Roma Termini/Venezia S. Lucia

Dopo tuti queli sanpierini
che me incaéna i oci
finalmente tornar
al respiro largo dei maségni!

Dopo tutti quei sampietrini | che mi incatenano gli occhi | tornare finalmente | al respiro largo dei masegni!

 

© Andrea Longega – tutti i diritti riservati

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La tenda verde

La tenda verde

di MARIA AMATA DI LORENZO

 

Elio ha conosciuto la fame, la guerra, la paura. Ricorda tutto. E quel giorno sotto la macerie sepolto per dieci ore insieme a sua madre dopo un bombardamento non l’ha mai dimenticato. Da lì, da quel fiore di terrore e stupore è germinata la sua poesia e il suo essere uomo in questo mondo…

***

 

«Bellissimo tutto il mistero dell’esistenza travasato in un segno. Bellissima l’idea di un oggetto umile che si fa spartiacque tra la vita e la morte, che limita confini, che si erge a soglia e sentinella di un valico. Di un passaggio. Mi commuove questa umiltà delle cose, questo loro parlare segreto, incondizionato, al cuore dell’uomo. Bravissima Maria Amata Di Lorenzo, bravissima per questo sguardo che sa raccogliere voci, che sa catturare segnali e che non altera il destino ma lo adempie». – Simona Lo Iacono

«È un racconto bellissimo che raggiunge corde profonde e, come sempre nella scrittura di questa autrice, si eleva a poesia. Ho apprezzato il realismo delle descrizioni e quella tenda verde trasformata in materasso, in guscio accogliente e riparatore ai mali del vivere forse metafora di un futuro migliore… Complimenti».
– Delia Morea
 

* * *

 

Il racconto La tenda verde, che fa parte del mio nuovo libro Venite, vi porto di là, ti aspetta su AMAZON.

Sono in tutto sette racconti: “sette racconti per anime sensibili”.

Ci sei anche tu fra queste anime sensibili?

Allora prima di tutto richiedi l’estratto gratuito del libro. Un ebook illustrato a colori (in formato pdf) arriverà nella tua casella di posta come mio regalo del cuore per te.

 

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volto di Amata

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Corso Bovio

corso bovio

Poco fa mi sono trovata a pensare che fra poco è il 9 luglio ed è l’anniversario della scomparsa di Corso Bovio, indimenticato maestro di diritto e informazione, e anche di vita. Una morte, la sua, che mi suscita sgomento e incredulità ancora oggi, come il primo giorno, e che mi induce a una serie di pensieri.

Che cosa c’è nel cuore dell’uomo?

Che cosa c’è dentro di noi quando gli altri rimangono fuori, fuori della porta dei sorrisi e dei saluti cordiali, un po’ stereotipati, della faccia allegra che ci dipingiamo ogni giorno per andare nel mondo, incontro all’ignoto.

È un mistero. Il cuore dell’uomo è un abisso. Come si può spiegare altrimenti quello che accade?

Sono già dodici anni, dodici anni dalla morte di Corso Bovio, mi riesce difficile dire “suicidio”, perché una parte di me non ci vuole credere, non ci crede assolutamente…

Io ho conosciuto Corso Bovio negli anni Novanta, a Urbino, dove appena laureata frequentavo la scuola di giornalismo. Lui era il mio insegnante.

Sono passati ormai molti anni, ma io ricordo perfettamente, lo ricordo come se fosse ieri, tutte le sue parole, e i suoi sorrisi, e gli sguardi che erano così intelligenti. Sì, era il mio insegnante preferito, perché sapeva come entrare – in punta di piedi – nel cuore degli altri.

Aveva un grande senso dell’umorismo, ci faceva anche divertire a lezione, non si prendeva sul serio, pur essendo una persona serissima.

Era un vulcano di idee, di parole. Era una persona di grande valore. Era. Adesso bisogna usare questo verbo imperfetto: era.

Ma basta un colpo di pistola per spazzare via tutto?

Basta archiviare tutto come un suicidio, forse per un raptus, forse per chissà, e andare avanti nel caldo dell’estate, a parlar di tempo e di stagioni, di lavoro e di canzoni, senza fermarsi a pensare un poco?

Pensare alla vita, per esempio, a che cos’è la vita, al senso che le si è dato fino a oggi e che, da domani, le si vorrà dare.

Pensare alla fragilità della condizione umana, alla precarietà di tutto, e c’è una roccia a cui aggrapparsi? C’è qualcosa di solido che non muta, che resta lì, su cui mettere le nostre impronte fragili e trarne sicurezza?

Abbiamo la consistenza delle foglie, dice Roberto Vecchioni in una sua canzone, eppure coltiviamo dentro di noi l’orgoglio smisurato di essere uomini.

Fino al muro che si para davanti e non puoi scantonare più, fare finta che non c’è, che forse non c’è mai stato.

Ma c’è stato sempre, e tu lo sai.

Te ne accorgi solo ora, però, proprio all’ultimo secondo.

Allora capisci che sei soltanto un uomo. E che dentro di te brucia una ferita antica.

Allora comprendi il senso di quei versi di Montale che dicono: Tutte le cose portano scritto: più in là…

CHI SONO

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Luigi Pirandello: “c’è un oltre in tutto”

di MARIA AMATA DI LORENZO

 

“Sono caduto, non so di dove né come né perché, caduto una notte di giugno in un’arida campagna di secolari olivi saraceni, di mandorli e di viti affacciata sotto l’ondata azzurra del cielo, sul nero mare africano…”

Questa notte così poeticamente evocata era quella del 28 giugno 1867 ed il luogo era il “Caos”, una contrada a 4 km da Agrigento dove nacque il grande drammaturgo Luigi Pirandello, l’autore che forse più di ogni altro ha impresso un segno forte, agli albori del Novecento, alla letteratura non solo italiana ma europea, con le sue innovazioni stilistiche, il suo ricco immaginario, i suoi romanzi e soprattutto le sue commedie, ancora oggi rappresentate in tutto il mondo.

“Tre scrittori hanno attraversato questo secolo dando nome – il loro nome – alle nostre inquietudini, ai nostri smarrimenti, alle nostre paure e al tempo stesso, per quella catarsi o misura di contemplazione che è nelle rivelazioni dell’arte, permettendoci di viverle con temperata ansietà e disperazione. Sono, questi tre scrittori, Pirandello, Kafka, Borges.”

Lo sosteneva Leonardo Sciascia, profondo conoscitore della letteratura, e in modo particolare dell’opera del suo più illustre conterraneo.

Luigi Pirandello, secondo di sei figli, era nato il 28 giugno 1867 ad Agrigento (l’antica colonia greca di Akragas che si chiamerà Girgenti fino al 1927) da Stefano Pirandello e da Caterina Ricci-Gramitto, in una casa colonica che si trovava nella tenuta paterna denominata “Caos”, qualche chilometro fuori dalla città, sulla strada che conduce verso Porto Empedocle, in una contrada suggestiva che dall’alto di un costone da un lato guarda verso il mare e dall’altro è delimitata da un ripido e piccolo valloncello che porta direttamente alla spiaggia.

Assai precoce nella scrittura, pubblica la sua prima raccolta di poesie, “Mal giocondo”, nel 1889. Il 1892, invece, è l’anno delle sue prime novelle, appena conseguita la laurea in Germania, e in cui incomincia pure a comporre quello che sarà il suo primo romanzo, “L’esclusa”.

Due anni più tardi, nel 1894, il definitivo trasferimento a Roma a seguito del matrimonio con Antonietta Portulano, figlia di un socio in affari del padre, da cui avrà tre figli: Stefano, Fausto e Lietta.

Nel 1903 l’allagamento di una miniera di zolfo causa alla famiglia Pirandello un grave dissesto economico: il padre Stefano perde insieme al proprio capitale anche la dote della nuora.

In seguito alla notizia dell’improvviso disastro finanziario, Antonietta, già sofferente di nervi, cade in una gravissima crisi che durerà per tutta la vita sotto la forma di una grave paranoia.

Vani saranno i tentativi di Pirandello di dimostrare che la realtà non è come invece pare alla moglie. Abbandonata la tentazione del suicidio, che sublimerà nel romanzo “Il fu Mattia Pascal”, lo scrittore cerca di fronteggiare la disperata situazione, assistendo la moglie Antonietta (che verrà internata in una casa di cura soltanto vari anni dopo, nel 1919) e per arrotondare il magro stipendio di professore, impartisce lezioni private ed intensifica la sua collaborazione a riviste e a giornali.

Sono anni molto difficili, che mettono a dura prova il suo spirito e durante i quali elabora quella sua personale poetica letteraria che riverserà in poesie, saggi, romanzi e novelle, ma soprattutto nelle opere teatrali, affermandosi come massimo drammaturgo negli anni successivi alla prima guerra mondiale.

Liolà”, “La giara”, “Il berretto a sonagli”, “Pensaci, Giacomino!”, “Così è (se vi pare)”, “Il piacere dell’onestà” sono i lavori più significativi del periodo 1915-20, mentre è del 1921 la prima rappresentazione dei “Sei personaggi in cerca d’autore” con cui la fama del drammaturgo siciliano varca i confini dell’Italia, acquisendo il consenso unanime di pubblico e di critica.

 

Pirandello ritratto da Primo Conti

Un’arcana voce profonda

 

Batte nel cuor di tutti una campana; / ma della vita nel vario frastuono / il dolce suono / nessuno ascolta. / Pure, talvolta, d’un tratto giunge come un’arcana / voce profonda, non udita mai. / È la lontana / chiesetta antica dell’abbandonata / nostra città… / “Ave Maria… Ave Maria…” – Che fai, / anima sconsolata? / Lagrime amare ha chi pregar non sa”.

Sono versi limpidi e accorati di una sua poesia intitolata “Che fai?

Versi che esprimono quella interrogazione metafisica che permea tutta l’opera pirandelliana. La dialettica dell’Oltre è infatti al cuore della sua potente espressione artistica.

Pirandello non è un nichilista, perché conosce la pietà, è un autore ma prima ancora un uomo che dalla constatazione dell’assurdo del vivere trae motivo di dolorosa fraternità con l’uomo.

Il problema religioso allora è il problema centrale della sua opera perché tutta la sua opera è un’interrogazione metafisica, è una domanda di senso sull’esistenza che fuori da una fede si percepisce solo come assurda.

Personaggi che si dibattono nel carcere della loro solitudine, con l’angoscia di non poter sapere perché si debba amare, perché si debba morire, con la sofferenza di non poter comunicare e di non poter dare il proprio amore perché non c’è nessuno pronto a riceverlo e a capirlo. Sono i temi, a ben vedere universali, della sua scrittura.

Il contrasto tra apparenza e realtà, lo sfaccettarsi della verità (tante verità quanti sono coloro che presumono di possederla), l’assurdità della condizione dell’uomo, fissato – pur nella molteplicità del suo sentire e del suo agire – nel letto di Procuste della catalogazione (adultero, innocente, ladro ecc.) in una forma che impastoia e soffoca la vita, come nota il critico letterario Salvatore Guglielmino.

Sono i cardini dell’espressione letteraria pirandelliana, coniugata drammaticamente in una ricerca continua di senso, che viene sempre delusa o illusa, in un tormento che genera una sete inestinguibile che poi, scavando ogni giorno negli abissi di solitudine degli uomini, altro non è se non sete, sete ardente, seppur misconosciuta, di Dio.

Ne “I quaderni di Serafino Gubbio operatore”, Pirandello scrive: “C’è un oltre in tutto. Voi non volete o non sapete vederlo”.

C’è un oltre in tutto. Lo comprende anche il protagonista di “Dono della Vergine Maria”, e il dolce colloquio di Nuccio con la Madonna è fra i suoi testi più belli e più toccanti:

“Tanto ho penato, tante ne ho viste, e ancora non ho finito… Vergine Santa, e sempre V’ho lodata! Morire io prima, no, Voi non avete voluto: sia fatta la Vostra santa volontà! Comandatemi, e sempre, fino all’ultimo, V’ubbidirò! Ecco io stesso, con le mie mani sono venuto a offrire l’ultima mia figlia, l’ultimo sangue mio: prendetevela presto, Madre degli afflitti; non me la fate penare più. Lo so, né soli né abbandonati: abbiamo l’aiuto Vostro prezioso, e a codeste mani pietose e benedette ci raccomandiamo. O sante mani, o dolci mani, mani che sanano ogni piaga: beato il capo su cui si posano in cielo!”

Il testamento

La fama del drammaturgo siciliano si consolida sempre di più e negli ultimi anni Pirandello gira per il mondo, al seguito delle sue opere che vengono rappresentate con grande successo nei più importanti teatri.

Nel 1934 riceve il premio Nobel per la letteratura. Due anni dopo, nel dicembre del 1936 si ammala di polmonite e muore nella sua casa romana: non ha ancora compiuto settant’anni.

Il regime fascista avrebbe voluto per lui le esequie di Stato. Invece vennero rispettate le sue volontà così come le aveva espresse nel suo testamento: essere avvolto nudo in un lenzuolo e messo in una cassa sul carro dei poveri.

Lui, un premio Nobel, uno scrittore di fama internazionale, morire alla stregua dei più derelitti della terra.

Ma questo era il suo sentire, ciò che esprimeva il suo stare religiosamente dentro la vita del mondo, la sua incessante ansia di assoluto, che finalmente adesso trovava un approdo.

© Maria Amata Di Lorenzo – all rights reserved  (articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio di luglio 2014 – tutti i diritti riservati)

CHI SONO

Mi chiamo Maria Amata Di Lorenzo e sono un’autrice di libri editi fino a oggi in nove lingue e di testi per la radio, il cinema e il teatro.

Ho lavorato per più di vent’anni come giornalista e come autrice e consulente editoriale, e ho diretto corsi di scrittura creativa. Laureata in Lettere Moderne, dopo aver studiato presso la Scuola di Giornalismo di Urbino, mi sono specializzata in Marketing e Comunicazione e successivamente ho approfondito il campo della cosiddetta “relazione d’aiuto”, studiando psicologia e counseling, musicoterapia, medicina naturale e life coaching a indirizzo psicobiologico. Di formazione junghiana, sono una studiosa di psicologia applicata all’analisi del tema natale (per l’orientamento professionale, scolastico ed esistenziale), inoltre mi occupo di spiritualità, benessere e crescita personale, e mi interesso del potere trasformativo e terapeutico della creatività.

Scrivo. Insegno e aiuto le persone altamente sensibili e creative ad esprimere se stesse nella vita, senza paura, sviluppando il proprio potenziale spirituale e creativo. Mi piace definirmi una “giardiniera dell’anima”.

Come autrice amo creare storie da raccontare con le parole e con le immagini. Le mie storie raccontano sentimenti profondi, che rispecchiano la mia anima e pongono interrogativi sul mistero della vita e dell’amore. Conosci le mie opere

Ho pubblicato negli ultimi anni un libro di racconti, “Venite, vi porto di là”, due raccolte poetiche, “Il tempo che oggi ti dorme nel cuore” e “In cammino senza lasciare la casa”, un saggio letterario (in uscita nel 2022) e nove biografie spirituali, alcune delle quali tradotte e diffuse in 18 Paesi nel mondo. Miei testi in questi anni sono stati pubblicati anche in riviste letterarie, volumi collettivi, antologie.

Per regalare alla tua anima spazi di riflessione e di bellezza ho aperto il mio blog: si chiama “Il posto delle anime sensibili”. Ho aperto questo luogo nel web per costruire ponti di amicizia, e per questo ho voluto creare anche la mia newsletter: ti accompagnerà lungo il cammino – bello e difficile – della vita con piccoli semi di felicità, consigli, novità, riflessioni sempre in punta di penna. Ti iscrivi qui.

Gesualdo Bufalino: scrivere per resistere ai venti contrari del mondo

Gesualdo Bufalino

 

di MARIA AMATA DI LORENZO

 

In alto a sinistra, sul foglio, un’incisione riproduce un mare in tempesta, cavalloni alti fino al cielo, attraversato quest’ultimo da nuvole basse e dense; all’orizzonte una nave, un vecchio bastimento, che il vento di procella ha già inclinato su un fianco, sta affondando, ma in mezzo alle onde ecco apparire una mano che, in un gesto di estrema resistenza, solleva da sotto le acque un libretto con le pagine aperte, ancora tutte bianche…

La frase più sotto, all’interno della sua lettera, mi dice nella calligrafia nervosa e svolazzante che gli era propria: “Guardi l’incisione stampata al sommo di questa let

tera. Anche lei, come ogni naufrago (tutti lo siamo), sollevi finché è possibile, il suo libretto sopra le onde…

Il sacerdozio della parola

Scrivere per resistere ai venti contrari del mondo, scrivere per scongiurare il presente ormai minacciato dall’afasia.

Lo scrittore siciliano Gesualdo Bufalino credeva ancora, nonostante tutto, nella scrittura, nel sacerdozio della parola, nel suo potere salvifico. Come pochi. “In lui”, scrisse Renato Minore su “Il Messaggero” all’indomani della sua scomparsa, avvenuta il 14 giugno 1996, “c’era una dedizione sacerdotale alla scrittura, unica fonte legittima per conoscere l’inconoscibilità del mondo”.

Non a caso aveva posto l’immagine del mare in tempesta e della mano che regge un libro fra i flutti sul frontespizio della sua carta da lettera: un monito, e al tempo stesso un invito a sperare. La traccia di una improbabile, eppure necessaria, salvezza.

Chi era Gesualdo Bufalino

Gesualdo Bufalino

Gesualdo Bufalino era nato a Comiso, in provincia di Ragusa, nel 1920. Insegnante di liceo per tutta la vita, esordisce in letteratura poco più che sessantenne, nel 1981, con il romanzo “Diceria dell’untore” (Sellerio), scoperto da Leonardo Sciascia e presto portato alla ribalta nazionale come il caso letterario degli anni Ottanta.

Raccontato in prima persona, in una lingua articolatissima, fra elegia e pathos, tutto racchiuso e lavorato dentro l’ossessione della malattia (evidente metafora della vita), narra la storia di un amore sui generis sbocciato in un sanatorio della Conca d’Oro, in Sicilia, fra personaggi appassionati e dolenti che la morte, per un verso o per l’altro, finirà per ghermire.

Il successo raggiunto in età avanzata non cambia il coltissimo professore, lettore onnivoro, finissimo traduttore dal francese, dal temperamento timido e schivo, ingenuo e disincantato al tempo stesso come ogni siciliano che si rispetti.

Legatissimo alla città natale, aveva chiuso volontariamente il proprio orizzonte “fra due zolle” per poter così viaggiare da fermo, nei territori sconfinati della sua immaginazione barocca, nella realtà degli universi cartacei, zeppi di esistenze “vicarie”, impalpabili e vive più della stessa realtà.

Un solo mutamento aveva registrato la sua esistenza dopo l’exploit letterario: nel 1981, l’anno in cui uscì “Diceria dell’untore”, vincendo il Campiello e assicurandosi i favori del pubblico e della critica, Bufalino sposò Giovanna Leggio, che erstata sua allieva al liceo. La fama improvvisa aveva finito per spezzare il cerchio antico della solitudine e forzare così il blocco apparentemente irriducibile della sua misoginia.

 

Gesualdo Bufalino

Al primo fortunato romanzo erano seguite altre prove narrative, come “Museo d’ombre” (ancora per Sellerio, nel 1982) e poi, dopo il passaggio a Bompiani, opere quali “L’uomo invaso”, “Le menzogne della notte”, passando per i versi di “L’amaro miele” (Einaudi, 1982) e per i saggi, notevolissimi, fra cui sono da ricordare “La luce e il lutto”, “Il tempo in posa” (dedicati alla “sua” Sicilia, di cui è stato profondo conoscitore come pochi, in grado di decifrarne l’indecifrabile “sicilitudine” nel solco di Sciascia).

L’ultima prova narrativa, poco prima della morte, è stata “Tommaso e il fotografo cieco“, lucida e intelligente allegoria (venata di pessimismo) dell’Italia dei nostri giorni.

La vita che tradisce tutti i sogni

Gesualdo BufalinoLa vita che tradisce tutti i sogni. Il tempo che la memoria non redime. Gesualdo Bufalino non faceva mistero di sentirsi un “intruso” nell’odierna civiltà dei computer, lui che non era neppure capace di cambiare il nastro della sua Olivetti 35, peraltro usata soltanto per trascrivere “in bella” quanto veniva vergando sui fogli di carta di ogni risma, una biro rossa e una nera, nella poltrona accanto alla finestra.

Scriveva e riscriveva, tutto a mano, un’infinità di volte, mai contento, mai pago del suo lavoro.

Sacerdote della scrittura, la sua perfezione era maniacale, la scelta accurata delle parole (quelle che insieme poi facevano la cifra irripetibile della sua lingua densa, allusiva, sedimentata, sapiente) era il frutto di un processo mentale sorvegliatissimo.

Metodico e appartato, le sue giornate erano scandite da rituali pressoché ferrei: al mattino, appena sveglio, accendeva la radio per ascoltare i notiziari, a volume alto perché le voci gli giungessero in ogni angolo della casa in cui si muoveva; poi a un certo punto la radio taceva, lui si immergeva nelle scartoffie: progetti di libri, articoli, lettere (tantissime, da tutt’Italia) a cui rispondere; poi c’erano le letture, sterminate; e le passeggiate lungo il Corso, il circolo con gli amici, la vecchia madre Maria, ultranovantenne, a cui pensare (era arrivato persino a strapparsi i bottoni delle camicie per poterla tenere, amorevolmente, occupata).

E le visite alla moglie Giovanna, poco fuori Vittoria, dove risiedeva da qualche anno dopo essere stata colpita da un ictus cerebrale. Tornava proprio da una visita fatta alla moglie la sera del 14 giugno 1996: un banale incidente automobilistico metteva fine alla sua esistenza, a 76 anni.

Non era mai voluto andare via dalla sua terra, da quella remota, polverosa provincia della Sicilia “babba”, in cui la vita poteva essere ancora vissuta senza affanni, a misura d’uomo, in sintonia con il creato, consapevole che al lavoro dell’anima occorrono due cose soltanto: solitudine e silenzio.

Viaggiatore senza bagaglio, ha oltrepassato quel giorno il muro fasciato d’ombra, fino in fondo al mistero, aspettando di sentire la voce, finalmente, di Colui che sempre tace.

© Maria Amata Di Lorenzo – all rights reserved

[pubblicato per la prima volta su “Il nostro tempo”, Torino, settembre 1997 – tutti i diritti sono riservati]

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Rosario Livatino: la giustizia esige l’amore

 

di MARIA AMATA DI LORENZO

Un testimone dei nostri tempi. Innamorato della vita, della giustizia, della verità. L’Italia lo conobbe dalle pagine dei giornali, quando apprese del suo barbaro omicidio avvenuto il 21 settembre 1990 in Sicilia per mano della mafia agrigentina, la “stidda”. Rosario Livatino fu un martire per la causa della giustizia. Fu un giudice e un cristiano che visse tutta la sua breve vita per adempiere a un compito cui egli si sentì chiamato fin da bambino: fare il giudice era la sua vocazione.

In questo libro c’è la sua storia, con i ricordi di chi l’ha conosciuto bene e le sue personali riflessioni sulla giustizia, i suoi scoramenti affidati al diario segreto, le notti buie dell’anima che ha vissuto prima della sua tragica fine, ed anche la sua invincibile fede, la sua vita di autentica carità che ne fa oggi un testimone, additato dalla Chiesa cattolica come modello.

Edito nel 2021 con le importanti novità riguardanti la sua causa di Beatificazione, questo libro vi racconta la storia del giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia agrigentina e riconosciuto “martire della fede” da Papa Francesco, per essere elevato alla gloria degli altari come Beato oggi, 9 maggio 2021.

Rosario Livatino. La giustizia esige l’amore” è un libro che vi fa conoscere Rosario Livatino e il significato più profondo della sua vita e dei suoi ideali, come lascito da trasmettere alle giovani generazioni: la giustizia esige l’amore.

“Un libro che racconta la storia del giudice Rosario Livatino e mette in luce anche il suo pensiero, le sue illuminanti riflessioni sul rapporto fra giustizia e carità, che cosa voglia dire esercitare la giustizia in modo nobile, con amore. Scritto molto bene, con passione e accuratezza, questo libro mi è piaciuto molto.” (Pietro Paolo, cliente verificato)

Per me è una gioia averlo scritto, e oggi 9 maggio 2021 è un grande giorno, che io ho lungamente atteso attraverso gli anni. Sono felice di condividerlo con voi.

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García Márquez e la mia mamma “supercoach”

 

di MARIA AMATA DI LORENZO

 

García Márquez accompagnò la moglie Mercedes all’ufficio postale per spedire il manoscritto completato a Buenos Aires. Erano due sopravvissuti a una catastrofe. Il pacco conteneva 490 fogli e l’impiegato decretò: «Sono ottantadue pesos».

García Márquez fissò Mercedes che frugava nel borsellino alla ricerca del denaro. Non ne avevano che cinquanta, il che voleva dire spedirne solo metà: García Márquez rimase a osservare l’omino che toglieva un foglio dopo l’altro, come fossero state fette di pancetta, fino a raggiungere il peso che potevano permettersi di inviare. Tornarono a casa, presero la stufa, l’asciugacapelli e il frullatore, li portarono al banco dei pegni e tornarono all’ufficio postale per spedire la seconda metà.

Quando furono di nuovo in strada Mercedes si fermò, si girò verso di lui e disse: «Ehi, Gabo, ora ci manca solo che il libro non vada bene». 

Ma il romanzo per fortuna andò molto bene: era il suo capolavoro “Cent’anni di solitudine“.

Mi ha fatto pensare, e anche un po’ sorridere, la storia dell’ufficio postale. L’estenuante invio alle case editrici, la perdita di soldi, di tempo, di energie, e la costante sensazione di girare a vuoto in attesa di risposte che non arrivano, la morsa di un mestiere che da un lato è bellissimo e dall’altro è crudele, per non dire assurdo. Sono cose che conosco bene.

Diceva García Márquez: «Scrivere libri è un mestiere suicida. Nessun altro esige tanto tempo, tanta fatica, tanta dedizione in rapporto ai benefici immediati. Non credo ci siano molti lettori che, finito di leggere un libro, si chiedano quante ore di angosce e di calamità domestiche siano costate all’autore quelle duecento pagine e quanto ha riscosso per il suo lavoro. Dopo questa triste constatazione di sciagure è naturale domandarsi perché noi scrittori scriviamo. La risposta, inevitabilmente, è tanto melodrammatica quanto sincera. Si è scrittori, semplicemente, come si è ebrei o neri. Il successo è incoraggiante, il favore dei lettori è stimolante, ma questi sono solo vantaggi supplementari perché un bravo scrittore continuerà a scrivere comunque, anche se le sue scarpe cadono a pezzi e anche se i suoi libri non vendono».

Io ricordo che all’ufficio postale ci andava ogni volta mia madre, con buste imbottite piene di fogli da spedire a questa o a quella casa editrice. Fogli che erano sogni, parole che erano ali. Ali con cui volevo volare, superare la forza del tempo, far vibrare il mio cuore e quello di chi mi avrebbe letto, un giorno… E quante angosce, quante attese inutili il più delle volte. Le case editrici hanno porte impenetrabili, chiavistelli sconosciuti. Mia madre imperterrita, però, continuava ad andare. All’ufficio postale ormai la conoscevano bene.

Che tenerezza a ripensarci, ora che lei non c’è più, e quanta gratitudine per la sua caparbietà: per lei la sconfitta non esisteva, era parola senza senso.

Adesso si parla tanto di avere un coach, un personal trainer. Io l’ho avuto senza che lo sapessi, senza che avesse questo nome: era semplicemente la mamma.

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Non siamo isole

*

di MARIA AMATA DI LORENZO

 

Nella vita facciamo sovente delle cose senza pensare troppo alle conseguenze. Vi suona familiare?

Questo succede sia nelle cose cattive, quando ci ficchiamo in qualche guaio, di tanto in tanto, e sia nelle cose che invece sono buone, tanto buone da non vedere la loro effettiva bontà, l’utilità, il servizio.

A me è successo, e succede, molte volte. Per esempio, quando ricevo dei messaggi di gratitudine da parte dei lettori dei miei libri. Questo perché nel momento in cui scrivo non sono consapevole dell’utilità che può avere, non so se qualcuno leggerà il mio testo, se farà del bene alla sua vita, se gli porterà ispirazione o pace…

Poi quando mi arriva un messaggio da una mamma che ha perso un figlio di trent’anni per leucemia e ha trovato nel computer del ragazzo delle pagine salvate dai miei testi, molto amate e lette, fino ad essere custodite nella memoria del suo pc. Una madre che ha perso tutto, ma ritrova suo figlio nelle cose che lui amava, nella sua sensibilità che gli faceva prediligere le mie riflessioni, conservate nel tempo…

Ecco, io nel ricevere queste confidenze qualche giorno fa mi sono fermata, quasi senza fiato, e di colpo ho capito quanto bene che neppure conosco posso fare con le mie parole (ma anche quanto male), e ne sento tutta la responsabilità e l’impegno.

Perché la verità è che ogni cosa che noi facciamo o diciamo nella vita ha delle profonde ricadute nel mondo esterno, intorno a noi.

Non siamo isole.

Noi siamo tutti legati, collegati gli uni agli altri, ed è una sciocchezza sentirsi separati, divisi, come figli non di un stesso Padre.

Il soffio di una foglia arriva molto lontano, può arrivare all’altro capo del mondo, come il battito d’ali di una farfalla.

Ne siamo consapevoli?

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