Cristina Campo, anacoreta di Dio

 

di Maria Amata Di Lorenzo

 

Nel cuore dell’antica Roma, in cima all’Aventino, c’è una piazza assolata e una chiesa, la chiesa di Sant’Anselmo. Le strade intorno salgono come calvari e il silenzio ricopre ogni cosa come un sudario. Ogni tanto il suono delle campane, cauti riverberi gregoriani, e voci qua e là: non di bambini, ma di monaci assorti e di pellegrini venuti da ogni dove, lievi mormorii in molteplici lingue.

La Roma dei salotti, dei palazzi del potere, della compromissione, è laggiù, oltre le rovine del Circo Massimo, oltre il Tevere. Dalla terrazza del Giardino degli aranci si può abbracciarla tutta con lo sguardo, fumida di vento e di splendore decaduto. L’Aventino è invece la città mistica, la città santa.

Qui il pane è cibo quotidiano, ma non ha la fragranza dei forni, bensì il biancore larvale dell’ostia, particola che trasmuta il corpo e il sangue di Cristo.

Non si può cominciare a parlare della poetessa Cristina Campo senza partire da qui, da questo luogo dell’anima dove lei scelse di vivere gli ultimi dieci anni della sua vita, anacoreta della parola, in perfetta solitudine.

Mai luogo fu più intimamente legato al destino di un essere umano.

Al civico 3 di piazza S. Anselmo, Cristina Campo (pseudonimo di Vittoria Guerrini, nata a Bologna nel 1923 e morta il 10 gennaio 1977 a Roma) compì il suo percorso letterario nelle forme di un vero e proprio itinerario ascetico, che oggi possiamo contemplare nei due volumi editi entrambi da Adelphi, Gli imperdonabili (con tutte le prose) e La Tigre Assenza (tutte le poesie e alcuni traduzioni), usciti postumi rispettivamente nel 1987 e nel 1991.

 

 

Ma chi era Cristina Campo

e che cosa rimane oggi della sua poesia?

 

La nascita, con una malformazione cardiaca che la renderà fragile e delicata tutta la vita, l’infanzia, vissuta nel parco dell’ospedale Rizzoli di Bologna dove lo zio Putti era primario, le letture sterminate coltivate nell’isolamento e nell’immobilità a cui la malattia la costringeva, senza peraltro spegnere la sua natura indomita, vivace, piena di arguzia e di gaiezza, ma tracciandovi, né poteva essere diversamente, il segno di una “ferita” indelebile: nella precoce passione della Bellezza, sempre in fuga, senza illusoria, “a doppia lama”, c’è già, tutto intero, il senso della precarietà della vita, il necessario educarsi a essa attraverso la dura disciplina del dolore.

Negli anni della guerra si trasferisce a Firenze, entrando in contatto con la società culturale fiorentina, particolarmente vivace, legandosi a Leone Traverso, frequentando Mario Luzi, Gianfranco Draghi, Padre Vannucci.

“La sua prima formazione”, ricorda appunto Luzi, “è stata estetico-letteraria, ma di tale rigore e intensità che divenne una verità etica. Poi la conoscenza di Elémire Zolla, il trasferimento a Roma e la frequentazione di ambienti religiosi spostarono il tema fondamentale della sua ricerca, che prima fu ricerca della verità detta poeticamente e poi si espresse nella pratica religiosa, nel mondo ascetico della contemplazione”.

Tale distinzione è importante per riuscire a capire in che modo e perché Vittoria Guerrini divenne a un certo punto Cristina Campo.

Nessuno ha mai saputo come dal mazzo dei tanti eteronimi usati, ubbidendo sempre a un’esigenza di riserbo, di nascondimento, di non-autoaffermazione (per cui era stata di volta in volta la Pisana, e Puccio Quaratesi, e Benedetto P. d’Angelo, e Bernardo Trevisano) nacque il profetico nome Cristina Campo.

Profetico nel senso, assai probabile, di una scelta quasi sacerdotale: Cristina da Cristo, Campo dall’immagine del Signore lavoratore delle messi.

Una sorta di investitura, umana e letteraria, e insieme il segno di un destino (“così io debbo amare questa lama fredda, che venne un giorno a incastrarsi fra i cardini della mia anima per mantenerla bene aperta…”, scrive in una lettera del 1956).

Lo spartiacque è posto agli inizi degli anni Cinquanta, quando un amico le porta da Parigi La pesanteur et la grace di Simone Weil; poi il trasferimento a Roma nel 1956 e due anni dopo l’incontro con Elémire Zolla, che divenne suo compagno, dovettero fare il resto, fino alla decisione presa nel 1965 di vivere all’Aventino, accanto ai benedettini di S. Anselmo, ultimi cultori di quel gregoriano che lei tanto amava, come amava la liturgia della chiesa d’oriente, i suoi riti, le cerimonie solenni al Russicum che frequentava, la ricchezza profonda di certe pratiche come la Preghiera del Nome, fulcro dei Racconti del pellegrino russo (per cui scrisse l’introduzione nell’edizione rusconiana del 1973).

“Oggi siamo entrati nella costellazione del cane. Roma respira greve ed enorme, nella caligine ardente. Supremamente bella, a volte, nelle sue tremende basiliche vuote, nelle sue piazze di sangue coagulato che pare liquefarsi, fumando… La notte, il solito odore di Basso Impero in putrefazione, ma anche profondi, puri mutamenti nei quali la città pare chiusa in uno smeraldo. Io non faccio che andare in giro per questo immenso labirinto di misteri concentrici…” (scrive il 21 luglio 1964).

Erano appunto i “profondi, puri mutamenti” quelli che la interessavano, che la coinvolgevano, su cui fissare il fuoco della mente aprendo le porte al regno dell’attenzione (“il solo cammino verso l’inesprimibile, la sola strada al mistero”).

E l’attenzione è sorella della memoria, veicolo alla perfezione, la sola meta possibile. “Quante volte / raccoglieremo questa nostra vita /nella pietà di un verso”. In questo modo la poesia diventa il crogiuolo in cui si lasciano bruciare tutte le scorie per poter far posto a ciò che resta, e ciò che resta è oro puro; “il luogo della poesia”, ben ha detto Mario Luzi, “è la cella dove brucia senza consumarsi la fiamma fissa della meditazione” (Vicissitudine e forma, Milano, 1974).

Poche le opere pubblicate dalla Campo quand’era in vita: un’esile raccolta di versi, Passo d’addio (del 1956, edita da Scheiwiller), il volumetto Fiaba e mistero (Vallecchi, 1962), i saggi di Il flauto e il tappeto (Rusconi, 1971), accolti tutti dal silenzio della critica dell’epoca, fondamentalmente ostile alla sua personalità poliedrica, fuori dagli schemi e dalle mode.

La maggior parte delle poesie che oggi compongono La Tigre Assenza uscirono di volta in volta sulla rivista fiorentina “Conoscenza religiosa” diretta da Elémire Zolla, il quale così ha raccontato l’esclusione tributata dall’establishment culturale italiano al genio della Campo: “Durante la vita Vittoria non fu menzionata da nessuno di coloro che oggi si sentono liberi di parlarne. Non desidero valutare i loro criteri di silenzio. Fino al 1980 c’era comunque un sistema di divieti, instaurati nel 1968, e rientrava in essi la proibizione di menzionare Vittoria. Fece eccezione Calasso che osò scriverne un necrologio per il “Corriere della Sera” (“Paese Sera”, 10 settembre 1989).

E sarà proprio Calasso a pubblicare, con la sua Adelphi, l’opera omnia di questa grande scrittrice europea, con la cura amorevole di Margherita Pieracci Harwell.

Ma l’emarginazione subita dalla Campo era in qualche modo da lei stessa alimentata, nel suo perpetuo nascondersi, prendere le distanze da ciò che non amava: la volgarità del mondo, sempre più grande, sempre più insopportabile, lo scempio della bellezza, la profanazione del rito, la totale e dolorosa eclissi del sacro.

Di sé aveva affermato lapidariamente: “Scrisse poco, e le piacerebbe aver scritto meno“.

La sua vita già cominciava a spostarsi oltre, prendeva i contorni dell’attenzione, della pazienza, dell’ascesi. Nel giro di alcuni anni perfetti era passata dalla letteratura come principio etico, passione per la bellezza, alla letteratura come religione, come domanda sul destino e la salvezza degli uomini.

La ricerca inesausta della perfezione, volgendo in direzione della liturgia, ovvero l’incarnazione della Bellezza, sempre in fuga, nel mondo visibile, portava alla macerazione dello spirito in direzione di Dio, “la Tigre Assenza“, che ama i suoi eletti di un amore esigente, esclusivo, geloso (“Oh quanto ci sei duro / Maestro e Signore! Con quanti denti il tuo amore / ci morde”).

Un percorso non difficile da capire, se rammentiamo Pascal: “Un po’ di sapere può allontanare da Dio, ma molto sapere vi può ricondurre…”

Così, fra il 1964 e il 1965, periodo cruciale in cui nel volgere di pochi mesi la Campo perde sia il padre che la madre (è per loro che scrive La Tigre Assenza, la lirica che dà il titolo alla sua opera postuma), decide di trasferirsi all’Aventino, dapprima in una stanza della pensione Sant’Anselmo, poi in un vicino appartamento, diradando via via ogni presenza attorno a sé.

La vita diventa attesa del Mistero che si svela, segreto cerchio di espiazione. La Tigre Assenza ha tutto divorato, lasciando intatta soltanto la bocca, lo spazio di una preghiera.

Margherita Pieracci Harwell che la incontra a Nervi l’estate precedente alla sua morte, trova una giovane donna invecchiata, che oramai si nutre di niente, un pugnetto di riso: “Dava l’idea di una terribile sofferenza interiore. L’evoluzione verso una religiosità preconciliare, un passato che sembrava impossibile rivivere, la spinsero verso una forma di consunzione.”

Della giovane donna piena di fascino, di grazia squisita, dalla conversazione brillante e accesa, non era rimasto più nulla: una “esile morente”, come scrisse Ceronetti, una creatura affaticata, dolente. Ormai vicinissima. Ormai pronta all’Incontro atteso lungamente, e temuto, per tutta la vita.

[© articolo pubblicato per la prima volta su “Il nostro tempo”, Torino, 2 Marzo 1997 – riproduzione vietata]

 


CHI SONO

Terapeuta naturale, counselor e scrittrice, le mie passioni fin da bambina sono la psicologia e le stelle e la scoperta dei misteri racchiusi nell’aldilà.
Esperta in alimentazione naturale e psicosomatica, mi occupo di crescita spirituale e psico-emotiva, sviluppo della creatività, intuizione e quella strana cosa che si chiama felicità…

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2020: il nostro giardino segreto

2020

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di Maria Amata Di Lorenzo

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L’anno che da poco è andato via è stato un anno importante per me, ma anche difficile e faticoso. Adesso si volta pagina.

Mi auguro che il 2020 sia un anno dolce, poetico e intenso, un anno pieno di sentimenti come piace a me… Lo stesso spero per voi, miei cari amici ed amiche. Felice anno nuovo, dunque, con tanto amore e gioia!

Ora che il nuovo anno è cominciato, facciamo dei buoni propositi per la nostra vita.

Li facciamo sempre, non è vero?

A ogni principio dell’anno, poi però succede che tanto spesso questi si perdano per strada…

Forse abbiamo formulato dei progetti troppo grandi per noi, che richiedevano un impegno superiore alle nostre forze, che richiedevano magari un supplemento di attesa, di pazienza e noi invece non abbiamo saputo aspettare, pazientare.

Siamo abituati alla fretta, alla velocità, che poi si traduce in ansia. Mentre saper andare in profondità regala pace e calore, l’approdo a un luogo calmo e fermo che sta dentro il nostro cuore.

Non è difficile trovarlo.

Molti di voi mi hanno chiesto nei giorni scorsi che progetti ho per il nuovo anno. Mi avete chiesto se scriverò un nuovo libro.

No, non lo farò.

Non ho nuovi libri in programma, perché quello che farò in questo nuovo anno è una cosa molto, molto desiderata, nonché necessaria. Qualcosa che io chiamo: riempire il pozzo.

C’è dentro ciascuno di noi, voi lo sapete, un giardino, fiori e foglie e frutti vi nascono e vi crescono in modo disordinato, spontaneo, noi vi attingiamo continuamente, ogni giorno della nostra vita, e senza  pensarci, lo facciamo in modo automatico, credendo che questa bella e varia natura non debba finire mai, che il pozzo artesiano, quello profondo e ricco d’acqua che sta al centro esatto di quel giardino, debba buttare acqua per noi all’infinito.

Ma il pozzo comincia a prosciugarsi, gli alberi devono essere ogni tanto potati, le foglie secche portate via…

La vita interiore, che per noi artisti (tutti lo siamo, consapevoli o no) coincide con il pozzo della nostra creatività, è una fonte molto profonda ma non è una fonte inesauribile, al contrario essa va alimentata, rifocillata continuamente, il serbatoio emozionale e psichico va riempito con regolarità se non si vuole rimanere all’asciutto, svuotati.

Non è però questa una cosa che riguarda soltanto noi che abbiamo nello specifico una vocazione artistica, come scrivere, suonare o dipingere, riguarda tutti.

Nelle Sacre Scritture si parla di “cuore” ed è ciò che in psicologia si definisce come “nucleo” o “”. Riguarda la parte più interna di noi, lo spirito, il nostro io.

La nostra anima è appunto quel giardino dal pozzo artesiano posto al centro, tra fiori e frutti, sempre vivo e zampillante. Ci avete mai pensato?

Dunque, è venuto il momento per me di ripopolare quel luogo interno del cuore. Fermandomi, riflettendo, ascoltando la mia interiorità. Studiando, perché ho bisogno di studiare cose nuove. Aprendo la mia mente e soprattutto la mia creatività a nuovi stimoli, a nuove percezioni.

 

© Konstantin Somov - Open door on a garden (all rights reserved)
© Konstantin Somov – Open door on a garden (all rights reserved)

La vita non finisce in un libro

Per molti anni la mia esistenza è parsa somigliare a un paesaggio intravisto velocemente dal finestrino di un’auto in corsa.

Ma non è correndo che puoi apprezzare il panorama, lo farai solo se procedi lentamente.

La vita non finisce in un libro, la vita è molto più varia e sfaccettata di quella che io ho conosciuto fino ad oggi.

Spero che qualcuno di voi intraprenda, come me, un necessario viaggio interiore, per vivere con maggiore intensità e consapevolezza, e che lo faccia con l’animo rischiarato dalla fiducia, senza paura, perché “i regali di Dio fanno impallidire i più bei sogni degli uomini”, dice il verso smagliante di una poetessa a me tanto cara, Elizabeth Barrett-Browning.

Ed è tutto vero, sapete?

Ora che un nuovo anno è cominciato, facciamo dei buoni propositi per la nostra vita.

A cominciare da questo: vogliamoci più bene. Non aspettiamo sempre che siano gli altri a farlo.

Se non vogliamo bene per primi a noi stessi che cosa porteremo agli altri in dono della nostra interiorità, che cosa regaleremo del nostro cuore?

Dedichiamo anche un po’ del nostro tempo a fare quelle cose che ci fanno sentire bene.

Troviamo uno spazio personale, anche piccolo, dove poter essere liberi di fare ciò che più amiamo: leggere, disegnare, ascoltare la musica.

Questo sarà il nostro “giardino segreto”, dove poter scoprire delle capacità del tutto nuove ed impensate per noi.

Ma, soprattutto, amici miei, coltiviamo un sano senso dell’umorismo, cominciando per primi a ridere di noi stessi… Non è uno spreco di tempo, ma un investimento per la vita.

 


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Qualcosa risplende in silenzio

Qualcosa risplende in silenzio

di Maria Amata Di Lorenzo

 

“Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende in silenzio…

“Ciò che abbellisce il deserto” disse il piccolo principe, “è che nasconde un pozzo in qualche luogo…”.

Fui sorpreso di capire d’un tratto quella misteriosa irradiazione della sabbia. Quando ero piccolo abitavo in una casa antica, e la leggenda raccontava che c’era un tesoro nascosto. Naturalmente nessuno ha mai potuto scoprirlo, né forse l’ha mai cercato. Eppure incantava tutta la casa. La mia casa nascondeva un segreto nel fondo del suo cuore…

“Sì’”, dissi al piccolo principe, “che si tratti di una casa, delle stelle o del deserto, quello che fa la loro bellezza è invisibile…” 

 

 

Carissimi amici ed amiche,

giunge Natale e manca una manciata di giorni all’inizio del nuovo anno: voglio salutare ciascuno di voi con le parole tenere e immortali del “Piccolo Principe” di Saint Exupéry.

E poiché, come dice il saggio piccolo principe, “che si tratti di una casa, delle stelle o del deserto, quello che fa la loro bellezza è invisibile…”, – ciò che vi auguro è di ritrovare dentro di voi il cuore segreto del Natale per assaporarne pienamente il senso più profondo che è nascosto nel vostro stesso cuore.

Che il Natale vi porti tanta pace e gioia, tutta quella che il vostro cuore desidera, per voi e per le persone che vi sono care.

E siccome ciò che vale veramente, voi lo sapete già, è assolutamente invisibile agli occhi e lo riesce a percepire solo il cuore, questo santo Natale che si approssima puntuale come ogni anno con le sue luci sfavillanti, lo scintillio dei colori sulle vie addobbate a festa, i suoi orpelli spesso esageratamente sfarzosi, possa invece risplendere ai vostri occhi – ed è l’augurio che io vi faccio – nella sua più autentica bellezza come quel “tesoro nascosto” che soltanto il vostro cuore conosce e custodisce in segreto e che possa portarvi tanta pace e tanta serenità, non per un giorno soltanto ma per tutti i giorni della vostra vita.

Buoni passi nella gioia!

Maria Amata

 


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Regali di Natale

Regali di Natale

“Dicembre – Ora che siamo alla fine dell’anno mi rendo conto di quanto ho imparato. Ora comprendo che quando una porta si chiude, ce n’è sempre un’altra che si apre. Fa tutto parte della vita. Siamo sempre al sicuro, non importa quello che succede. Questo senso di sicurezza e amore mi riempiono di gratitudine e mi fanno esclamare: Gioia al mondo!” – Louise Hay

 

© Caroline Bonne-Müller • All Rights Reserved
© Caroline Bonne-Müller • All Rights Reserved

di Maria Amata Di Lorenzo

 

In questo dicembre vivo il mio mese di “riposo creativo”: leggo, prendo appunti e rifletto, soprattutto sull’ultimo anno e su come l’ho vissuto. In questo mi è utilissimo il LifeBook, quello che ho mandato ai miei iscritti come mio dono natalizio un po’ di giorni fa, è veramente utile per fare il punto della situazione e raggiungere la chiarezza cristallina, quella che non ti fa più fare errori nel futuro.

Mi sto dedicando anche alla cura della casa, quella in cui vivo, fatta di mattoni per intenderci, e quella “digitale”. Sto infatti rinnovando il mio sito-blog www.mariaamata.it. Ci avete dato un’occhiata?

Nel 2020 ho dei progetti che vorrei realizzare, tra cui quello di curare più assiduamente il mio blog pubblicando riflessioni personali che desidero condividere con chi mi legge, magari anche in formato video se riesco a vincere la mia timidezza ed il timore di espormi. E poi vorrei tornare a scrivere una storia. In questi anni ho pubblicato varie cose, articoli, saggi, ma proprio niente di scrittura creativa, e mi piacerebbe tornare a scrivere una storia creata dalla mia fantasia, una storia che riesca a vibrare di tutti i sentimenti della vita. Mi piacerebbe molto.

Intanto ho creato su Facebook e su Instagram una sorta di challenge con un post al giorno dedicato all’annoso problema dei regali di Natale.

Avvicinandosi infatti le feste natalizie, ecco che per la maggior parte delle persone sorge il “pensiero” dei regali!

A volte è un vero e proprio incubo perché non si sa che cosa regalare e soprattutto come non farsi prosciugare il portafoglio in compere costose. Beh… con pochi euro si può fare bella figura, regalando un bel libro.

Costa poco e fa molto contenta la persona che lo riceve.

Così ogni giorno su questi due social network ho postato a partire dal 28 novembre (e  termino giusto domani), una breve storia dedicata a ognuno dei miei libri, un libro al giorno. A cominciare da quello che è il mio libro più letto e più richiesto dai lettori da ben 3 anni e mezzo: Teresa di Calcutta – Il romanzo di un’anima.

Ogni libro è adatto a un tipo di persona, bisogna scegliere bene.

Chi ama immergersi nelle storie raccontate dai romanzi può trovare la sua storia del cuore nel romanzo Non lasciarmi andare via, chi invece ama le atmosfere della poesia è adatto per In cammino senza lasciare la casa oppure per il poemetto che celebra la Sicilia e la sua memoria: Il tempo che oggi ti dorme nel cuore. A quelli che vogliono anche riflettere sulla poesia, non soltanto leggere i versi, il saggio La luce e il grido è quello che ci vuole. Chi poi ama perdutamente le vite dei santi (come la sottoscritta!) troverà molte gioie spirituali nei volumi degli Amici dello Spirito.

 

 


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Natale con i cuori accesi

Natale con i cuori accesi

di Maria Amata Di Lorenzo

 

È Natale da fine ottobre”, diceva Charles Bukowski, trasgressivo e polemico, ma veritiero.

E parafrasando il suo sentire dico anch’io che vorrei, che mi piacerebbe davvero tanto “un Natale a luci spente ma con le persone accese”.

Meno candeline, meno decorazioni, meno luci scintillanti, ma più calore, più amicizia, più sentimenti, per un Natale vero.

Vorrei un Natale con i cuori accesi.

Maria Amata

 


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Dieci candeline per il mio blog

Dieci candeline per il mio blog

 

di Maria Amata Di Lorenzo

 

Era un pomeriggio d’estate di dieci anni fa, quando aprii il mio blog personale. Si chiamava in un altro modo ed alloggiava su un’altra piattaforma. Mi affacciavo allora sul web “mettendoci la faccia”, e non sapevo dove mi avrebbe portato questa mia scelta. Il mio blog poteva sparire dopo un mese o poco più, oppure sopravvivere nel mare magnum del web, non dipendeva da me ma dai miei lettori. Che incominciarono ad arrivare, sempre di più, ed arrivò anche la mia prima newsletter.

Quanto tempo è passato!

E in questo tempo io ho sperimentato una cosa molto bella, che adesso ti voglio raccontare: ci sono dei lettori (non mi piace chiamarli followers, per me sono amici) che da dieci anni mi seguono ininterrottamente, che hanno letto tutte le mie mail e i miei libri, e che non si sono mai cancellati, neanche quando io, cambiando piattaforma, ero costretta a richiedere di nuovo l’iscrizione alla mia newsletter.

Puntualmente loro si re-iscrivevano.

Ci sono stati invece nel corso degli anni quelli che hanno scelto di non ripetere l’iscrizione, quelli che si sono persi lungo la strada, ci sono stati anche quelli che dopo essersi cancellati hanno deciso di ritornare sui loro passi e si sono iscritti nuovamente alla mia newsletter, pentiti di averla (e di avermi) abbandonata… e poi ci sono stati loro, i fedelissimi, quelli che non hanno mollato mai!

Come posso dire la mia gioia?

Ringrazio di cuore tutti gli iscritti e le iscritte, sia quelli dell’ultima ora così come quelli arrivati tanti anni fa… un grazie dal profondo del cuore!

 


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“Ho vissuto più di un addio”, il testamento di David Servan-Schreiber

il testamento di David Servan-Schreiber

 

Oggi vorrei parlarvi di un libro e di una persona. Il libro si intitola Ho vissuto più di un addio e la persona è il suo autore, David Servan-Schreiber.

Medico e ricercatore di fama internazionale, David all’età di 31 anni scopre di avere un tumore al cervello, che gli lascia pochi mesi da vivere. Non si arrende, lotta strenuamente, e continua a lavorare, a guarire e dare speranza a tanti pazienti ammalati. Dopo una lunga esperienza negli Stati Uniti, come condirettore del laboratorio clinico di Neuroscienze Cognitive presso l’Università di Pittsburgh, fa ritorno in Francia, ma nel 2010 la malattia si ripresenta, portandolo alla morte all’età di cinquant’anni, nel luglio 2011.

Ma non vi fermate alle apparenze, amici miei, non è affatto una storia triste quella che io oggi vi racconto. Al contrario, è la storia di una grande felicità e di un grande amore. Una vita bellissima. 

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di Maria Amata Di Lorenzo

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Cosa significa avere trent’anni e un tumore al cervello che ti lascia poco tempo da vivere. Avere una vita, una carriera davanti, che all’improvviso si spezza di fronte al muro invalicabile della malattia. E tu invece quel muro lo vuoi valicare, anzi lo vuoi abbattere, con la cocciutaggine del tuo essere forte e volitivo, e strappare ancora giorni, forse anni, alla morte che ti incalza.

E ci riesci, lottando come un soldato che va in guerra ogni giorno senza stancarsi, e gli anni ritornano, fioriscono di progetti e di gioie, di figli e di libri, e si ammucchiano e diventano quasi venti. Venti anni da vivere strappati alla malasorte.

Il testamento

Venti anni che un giorno racchiudi in un libro e quel libro è il tuo testamento e si intitola On peut se dire au revoir plusieurs fois. E non è una storia inventata, un romanzo, ma una storia, una vita vera, la vita di David Servan-Schreiber.

Una vita, con il suo testamento finale, splendido e struggente, che tutti ora potete leggere, e conoscere, attraverso questo volume, Ho vissuto più di un addio, uscito in Italia con le edizioni Sperling & Kupfer.

Chi era David

Medico e ricercatore di fama internazionale, David era nato a Neuilly-sur-Seine il 21 aprile 1961. Figlio del notissimo giornalista (fondatore de L’Express), scrittore e uomo politico Jean-Jacques Servan-Schreiber, aveva studiato medicina all’ospedale Necker di Parigi, dove nel 1980 aveva aperto un laboratorio di microinformatica con i primi computer Apple II. Quindi, aveva proseguito la sua formazione medica in Quebec, dapprima alla Laval University e poi alla McGill University, dove si era specializzato in psichiatria.

Nel 1991 aveva conseguito un Ph.D. in intelligenza artificiale presso la Carnegie Mellon University, utilizzando le reti neurali per studiare i meccanismi neuronali alla base di patologie psichiatriche come la depressione e la schizofrenia.

Nel 1992, all’età di 31 anni, scoprì di avere un cancro al cervello e riuscì a guarire grazie a numerose cure (chirurgia, radioterapia e chemioterapia).

Ebbe poi una recidiva da cui guarì nel 2000.

Il ritorno in Francia e la morte

Dopo aver lavorato a lungo negli Stati Uniti, come condirettore del laboratorio clinico di Neuroscienze Cognitive presso l’Università di Pittsburgh, fece ritorno in Francia.

Nel 2010 purtroppo la malattia si ripresenta, e in una forma molto più aggressiva, un glioblastoma di IV grado che lo conduce in poco tempo alla morte, il 24 luglio 2011, all’età di cinquant’anni.

Presto o tardi, sarebbe tornato – diceva  lui – potevo ritardare la scadenza, guadagnare degli anni, ma conoscevo la prognosi. Questa ricaduta mi ha spinto a pormi le domande più serie, forse le più importanti, di tutta la mia vita.”

Nel perenne interrogarsi umano – che senso ha la vita, che senso ha la morte – si cela da sempre l’angoscia degli esseri viventi, quella domanda ultima che ci ronza continuamente nella testa come un insetto dentro un bicchiere rovesciato. Perché tutta la vita è una continua domanda di senso, che pochi però preferiscono affrontare a viso aperto, ed oggi noi viviamo talmente intossicati dalle parole e dai finti sentimenti che quando incontriamo una voce profonda e sincera ne restiamo sconcertati, prima, e poi catturati per sempre.

I libri di David

Ecco perché i libri di David Servan-Schreiber, i suoi due libri precedenti, “Guarire” e “Anticancro”, sono stati letti e tradotti in oltre un milione di copie in tutto il mondo, amatissimi dai suoi tanti ed appassionati lettori. Perché David aveva il pregio di porsi sempre con grande trasparenza davanti agli altri, di non nascondersi mai dietro inutili giri di parole.

Aveva una penna molto felice, David Servan-Schreiber, sapeva scrivere, raccontare, e soprattutto sapeva trasmettere non solo sapere, conoscenze scientifiche, ma riusciva anche ad esprimere – con tono sempre profondo e appassionatamente sincero – la propria interiorità.

Ho vissuto più di un addio

E così questo libro, Ho vissuto più di un addio, che è arrivato da poco nelle librerie italiane, è il suo testamento. Ma non c’è nulla di triste o disperato in quello che lui scrive, solo parole d’amore. Un grande amore per la vita.

Non c’è sconfitta, né rassegnazione in ciò che dice, ma pensiero dopo pensiero è come se la notte scesa a tradimento in fondo al cuore si aprisse a poco a poco lasciando entrare il chiarore delle stelle.

“Scoprirmi fragile, mortale, sofferente, spaventato – confessa David – mi ha aperto gli occhi sullo smisurato tesoro della vita e dell’amore. Tutte le mie priorità sono cambiate, modificando la tonalità emotiva della mia esistenza. Mi sono sentito, paradossalmente, molto più felice di prima”.

Perché di fronte al pensiero della fine ogni cosa appare inevitabilmente sotto una luce diversa.

E, riflessione dopo riflessione, David Servan-Schreiber ci mostra come persino la prova estrema della morte possa dare più ricchezza alla vita. E come ogni cosa che facciamo, e tutto ciò che doniamo, ci farà restare per sempre nel cuore di chi ci ama ed amiamo.

Una lieta e appassionata speranza

È un libro che, paradossalmente, pur parlando della malattia e della morte, ci trasmette un grande amore per la vita, una lieta e appassionata speranza.

Una scrittura palpitante, sincera, attraverso cui ci sembra quasi di poter sentire la voce stessa di David che dice, con la fiducia incrollabile che era propria del suo carattere generoso e solare: “Qualsiasi cosa succeda, ho la ferma speranza che questo addio non sarà l’ultimo…”

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CHI SONO

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Esperta in alimentazione naturale e psicosomatica, mi occupo di crescita spirituale e psico-emotiva, sviluppo della creatività, intuizione e quella strana cosa che si chiama felicità…

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Corso Bovio

Corso Bovio

di Maria Amata Di Lorenzo

 

Poco fa mi sono trovata a pensare che domani è il 9 luglio ed è l’anniversario della scomparsa di Corso Bovio, indimenticato maestro di diritto e informazione, e anche di vita. Una morte, la sua, che mi suscita sgomento e incredulità ancora oggi, come il primo giorno, e che mi induce a una serie di pensieri.

Che cosa c’è nel cuore dell’uomo?

Che cosa c’è dentro di noi quando gli altri rimangono fuori, fuori della porta dei sorrisi e dei saluti cordiali, un po’ stereotipati, della faccia allegra che ci dipingiamo ogni giorno per andare nel mondo, incontro all’ignoto.

È un mistero. Il cuore dell’uomo è un abisso. Come si può spiegare altrimenti quello che accade?

corso bovioSono già dodici anni, dodici anni dalla morte di Corso Bovio, mi riesce difficile dire “suicidio”, perché una parte di me non ci vuole credere, non ci crede assolutamente…

Io ho conosciuto Corso Bovio negli anni Novanta, a Urbino, dove appena laureata frequentavo la scuola di giornalismo. Lui era il mio insegnante.

Sono passati ormai molti anni, ma io ricordo perfettamente, lo ricordo come se fosse ieri, tutte le sue parole, e i suoi sorrisi, e gli sguardi che erano così intelligenti. Sì, era il mio insegnante preferito, perché sapeva come entrare – in punta di piedi – nel cuore degli altri.

Aveva un grande senso dell’umorismo, ci faceva anche divertire a lezione, non si prendeva sul serio, pur essendo una persona serissima.

Era un vulcano di idee, di parole. Era una persona di grande valore. Era. Adesso bisogna usare questo verbo imperfetto: era.

Ma basta un colpo di pistola per spazzare via tutto?

Basta archiviare tutto come un suicidio, forse per un raptus, forse per chissà, e andare avanti nel caldo dell’estate, a parlar di tempo e di stagioni, di lavoro e di canzoni, senza fermarsi a pensare un poco?

Pensare alla vita, per esempio, a che cos’è la vita, al senso che le si è dato fino ad oggi e che, da domani, le si vorrà dare.

Pensare alla fragilità della condizione umana, alla precarietà di tutto, e c’è una roccia a cui aggrapparsi? C’è qualcosa di solido che non muta, che resta lì, su cui mettere le nostre impronte fragili e trarne sicurezza?

Abbiamo la consistenza delle foglie, dice Roberto Vecchioni in una sua canzone, eppure coltiviamo dentro di noi l’orgoglio smisurato di essere uomini.

Fino al muro che si para davanti e non puoi scantonare più, fare finta che non c’è, che forse non c’è mai stato.

Ma c’è stato sempre, e tu lo sai.

Te ne accorgi solo ora, però, proprio all’ultimo secondo.

Allora capisci che sei soltanto un uomo. E che dentro di te brucia una ferita antica.

Allora comprendi il senso di quei versi di Montale che dicono: Tutte le cose portano scritto: più in là…

 


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Gesualdo Bufalino: scrivere per resistere ai venti contrari del mondo

 

Gesualdo Bufalino

di Maria Amata Di Lorenzo

 

In alto a sinistra, sul foglio, un’incisione riproduce un mare in tempesta, cavalloni alti fino al cielo, attraversato quest’ultimo da nuvole basse e dense; all’orizzonte una nave, un vecchio bastimento, che il vento di procella ha già inclinato su un fianco, sta affondando, ma in mezzo alle onde ecco apparire una mano che, in un gesto di estrema resistenza, solleva da sotto le acque un libretto con le pagine aperte, ancora tutte bianche…

La frase più sotto, all’interno della sua lettera, mi dice nella calligrafia nervosa e svolazzante che gli era propria: “Guardi l’incisione stampata al sommo di questa lettera. Anche lei, come ogni naufrago (tutti lo siamo), sollevi finché è possibile, il suo libretto sopra le onde…

Il sacerdozio della parola

Scrivere per resistere ai venti contrari del mondo, scrivere per scongiurare il presente ormai minacciato dall’afasia.

Lo scrittore siciliano Gesualdo Bufalino credeva ancora, nonostante tutto, nella scrittura, nel sacerdozio della parola, nel suo potere salvifico. Come pochi. “In lui”, scrisse Renato Minore su “Il Messaggero” all’indomani della sua scomparsa, avvenuta il 14 giugno 1996, “c’era una dedizione sacerdotale alla scrittura, unica fonte legittima per conoscere l’inconoscibilità del mondo”.

Non a caso aveva posto l’immagine del mare in tempesta e della mano che regge un libro fra i flutti sul frontespizio della sua carta da lettera: un monito, e al tempo stesso un invito a sperare. La traccia di una improbabile, eppure necessaria, salvezza.

Chi era Gesualdo Bufalino

Gesualdo Bufalino era nato a Comiso, in provincia di Ragusa, nel 1920. Insegnante di liceo per tutta la vita, esordisce in letteratura poco più che sessantenne, nel 1981, con il romanzo “Diceria dell’untore” (Sellerio), scoperto da Leonardo Sciascia e presto portato alla ribalta nazionale come il caso letterario degli anni Ottanta.

Raccontato in prima persona, in una lingua articolatissima, fra elegia e pathos, tutto racchiuso e lavorato dentro l’ossessione della malattia (evidente metafora della vita), narra la storia di un amore sui generis sbocciato in un sanatorio della Conca d’Oro, in Sicilia, fra personaggi appassionati e dolenti che la morte, per un verso o per l’altro, finirà per ghermire.

Il successo raggiunto in età avanzata non cambia il coltissimo professore, lettore onnivoro, finissimo traduttore dal francese, dal temperamento timido e schivo, ingenuo e disincantato al tempo stesso come ogni siciliano che si rispetti.

Legatissimo alla città natale, aveva chiuso volontariamente il proprio orizzonte “fra due zolle” per poter così viaggiare da fermo, nei territori sconfinati della sua immaginazione barocca, nella realtà degli universi cartacei, zeppi di esistenze “vicarie”, impalpabili e vive più della stessa realtà.

Un solo mutamento aveva registrato la sua esistenza dopo l’exploit letterario: nel 1981, l’anno in cui uscì “Diceria dell’untore”, vincendo il Campiello e assicurandosi i favori del pubblico e della critica, Bufalino sposò Giovanna Leggio, che erstata sua allieva al liceo. La fama improvvisa aveva finito per spezzare il cerchio antico della solitudine e forzare così il blocco apparentemente irriducibile della sua misoginia.

 

Al primo fortunato romanzo erano seguite altre prove narrative, come “Museo d’ombre” (ancora per Sellerio, nel 1982) e poi, dopo il passaggio a Bompiani, opere quali “L’uomo invaso”, “Le menzogne della notte”, passando per i versi di “L’amaro miele” (Einaudi, 1982) e per i saggi, notevolissimi, fra cui sono da ricordare “La luce e il lutto”, “Il tempo in posa” (dedicati alla “sua” Sicilia, di cui è stato profondo conoscitore come pochi, in grado di decifrarne l’indecifrabile “sicilitudine” nel solco di Sciascia).

L’ultima prova narrativa, poco prima della morte, è stata “Tommaso e il fotografo cieco“, lucida e intelligente allegoria (venata di pessimismo) dell’Italia dei nostri giorni.

La vita che tradisce tutti i sogni

La vita che tradisce tutti i sogni. Il tempo che la memoria non redime. Gesualdo Bufalino non faceva mistero di sentirsi un “intruso” nell’odierna civiltà dei computer, lui che non era neppure capace di cambiare il nastro della sua Olivetti 35, peraltro usata soltanto per trascrivere “in bella” quanto veniva vergando sui fogli di carta di ogni risma, una biro rossa e una nera, nella poltrona accanto alla finestra.

Scriveva e riscriveva, tutto a mano, un’infinità di volte, mai contento, mai pago del suo lavoro.

Sacerdote della scrittura, la sua perfezione era maniacale, la scelta accurata delle parole (quelle che insieme poi facevano la cifra irripetibile della sua lingua densa, allusiva, sedimentata, sapiente) era il frutto di un processo mentale sorvegliatissimo.

Metodico e appartato, le sue giornate erano scandite da rituali pressoché ferrei: al mattino, appena sveglio, accendeva la radio per ascoltare i notiziari, a volume alto perché le voci gli giungessero in ogni angolo della casa in cui si muoveva; poi a un certo punto la radio taceva, lui si immergeva nelle scartoffie: progetti di libri, articoli, lettere (tantissime, da tutt’Italia) a cui rispondere; poi c’erano le letture, sterminate; e le passeggiate lungo il Corso, il circolo con gli amici, la vecchia madre Maria, ultranovantenne, a cui pensare (era arrivato persino a strapparsi i bottoni delle camicie per poterla tenere, amorevolmente, occupata).

E le visite alla moglie Giovanna, poco fuori Vittoria, dove risiedeva da qualche anno dopo essere stata colpita da un ictus cerebrale. Tornava proprio da una visita fatta alla moglie la sera del 14 giugno 1996: un banale incidente automobilistico metteva fine alla sua esistenza, a 76 anni.

Non era mai voluto andare via dalla sua terra, da quella remota, polverosa provincia della Sicilia “babba”, in cui la vita poteva essere ancora vissuta senza affanni, a misura d’uomo, in sintonia con il creato, consapevole che al lavoro dell’anima occorrono due cose soltanto: solitudine e silenzio.

Viaggiatore senza bagaglio, ha oltrepassato quel giorno il muro fasciato d’ombra, fino in fondo al mistero, aspettando di sentire la voce, finalmente, di Colui che sempre tace.

© Maria Amata Di Lorenzo – all rights reserved

[pubblicato per la prima volta su “Il nostro tempo”, Torino, settembre 1997 – tutti i diritti sono riservati]

 


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Andrea Longega, il pudore dei sentimenti

Andrea Longega

di Maria Amata Di Lorenzo

 

Ho scoperto questo poeta nella tarda primavera del 2013.

Non ne avevo mai sentito parlare fino ad allora, fino a quando cioè apparve questo articolo, il 30 aprile 2013, sul “Corriere della Sera”.

Un articolo che annunciava il suo ultimo lavoro letterario: “Caterina (come le cóe dei cardelini)” pubblicato dalle Edizioni L’Obliquo.

Caterina è una cameriera che lavora in un albergo di Venezia ed è suo lo sguardo che fotografa la realtà della vita quotidiana e la racconta nei versi di questa raccolta, scritta – come tutte le altre – in dialetto veneziano. Un punto di vista inusuale, ed una lingua molto feriale, di uso comune quasi, però al tempo stesso intensamente lirica.

 

Per me fu una autentica rivelazione. Cominciai allora a leggere le altre poesie di Andrea Longega, a cercarle sul web, a scoprire tutto quello che si diceva di lui.

Andrea Longega è nato a Venezia nel 1967 e vive a Murano.

Di lui amo molte poesie, ma ad occupare un posto molto particolare nel mio cuore sono quelle dedicate alla madre morta. Quelle hanno scavato un solco profondo dentro di me e in quel solco io trovo una specie di consolazione, quella che nasce da una fratellanza di pensieri, di emozioni, di dolori taciuti, vissuti intimamente e mai rivelati.

Quello che in una parola sola potrei definire così: il pudore dei sentimenti.

Vi presento alcune di queste poesie:

*

Forse da picolo
i me tirava su par el còlo
invense che par sóto i scagi
forse xe sta tuto quel umido
le matine presto a pescar
gambe e brassi
a mògie nei ghèbi

ma me so messo a girar
de nòte par l’isola
(sóra i ponti me fermo
un poco a vardar)

«ti farà la fine
de un can senza parón»
me ga dito un pèr de volte
mia mama a oci bassi
prima de star mal.

Forse da piccolo | mi tiravan su tenendomi per il collo | invece che per sotto le ascelle | forse è stato tutto quell’umido | le mattine presto a pescare | gambe e braccia | immerse nei canali || ma mi sono messo a girare | di notte per l’isola | (sopra i ponti mi fermo | un poco a guardare) || «farai la fine | di un cane senza padrone» | mi ha detto mia mamma | un paio di volte a occhi bassi | prima di star male.

*
*

Te vardo venir vanti
to marìo a brasso
sul pavimento lustro de linoleum
la vestaglia grigia
i cavéi mèzi
senza tinta.
A ogni porta
ti buti l’ocio dentro
fin quando ti te inacorzi de mi
in fondo al coridoio
e ti me ridi
come par strada.

Ti guardo venire avanti | tuo marito a braccio | sul pavimento lucido di linoleum | la vestaglia grigia | i capelli per metà | senza tinta. | Ad ogni porta | guardi dentro | fino a quando ti accorgi di me | in fondo al corridoio | e mi sorridi | come per strada.

*
*

Ti che par telefono ti sigavi
desso ti me disi ciao amore
co un filo de vóse.

Tu che al telefono gridavi | adesso mi dici ciao amore | con un filo di voce.

*

Gavé mai visto
i oseléti quando mor
che la testina tuta piume
no ghe sta più su?

Avete mai visto | gli uccellini quando muoiono | che la testina tutta piume | non gli sta più su?

*

31 dicembre 2007
31 dicembre 2008

Ma serviva andar a Roma
par ricordar quel giorno
el mondo fermo
intorno a le spale de mio papà
a na tòla za spareciada
e desso un ano dopo
a Palasso Barberini
l’ora precisa
davanti a Giuditta che taglia
la testa a Oloferne
la pretesa falsa
de un stesso stòrzerse
de l’ànema.

Ma serviva andare a Roma | per ricordare quel giorno | il mondo fermo | intorno alle spalle di mio padre | ad una tavola già sparecchiata | e adesso un anno dopo | a Palazzo Barberini | l’ora precisa | davanti a Giuditta che taglia | la testa a Oloferne | la pretesa falsa | di uno stesso torcersi | dell’anima.

*

Roma Termini/Venezia S. Lucia

Dopo tuti queli sanpierini
che me incaéna i oci
finalmente tornar
al respiro largo dei maségni!

Dopo tutti quei sampietrini | che mi incatenano gli occhi | tornare finalmente | al respiro largo dei masegni!

 

© Andrea Longega – tutti i diritti riservati

 


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