L’amore che non abbiamo mai avuto

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L’amore che non abbiamo mai avuto

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Ieri camminavo per le vie del centro, tutte addobbate e scintillanti, e sentivo più malinconia che allegrezza nel vedere tante luci, tanto sfavillìo, tanta pompa esteriore, che si ripresenta puntualmente ogni anno quando viene dicembre e torna Natale nelle sue forme più commerciali, consumistiche, che vi confesso non mi piacciono affatto.

Pensavo allora tra me e me, camminando assorta, a quei versi di Elio Fiore che dicono così: “Maria era tutta vestita di nero, / stava per terra, ferma, composta, / tra le braccia stringeva Gesù. // Sull’affollato corso i passanti / andavano distratti, senza guardare, / senza dare una lira di elemosina. // Maria aveva gli occhi chiusi, / ma due lacrime scendevano / dal viso. Gesù mi sorrideva, // mentre s’accendevano le luci / sul mercato di lusso, sfavillante / di regali, di stelle e di angeli. // Gesù mi stringeva forte la mano / e in quel sorriso innocente, / sentivo tutto il dolore del mondo.”

Il poeta riconosce la madre di Gesù nei panni di una homeless con figlio al seguito in una strada ricca e scintillante di quella che potrebbe essere una qualsiasi città dell’opulento mondo occidentale, tra l’indifferenza dei passanti e un dolore trattenuto, geloso, ricco di dignità.

Spero che anche noi – voi ed io – ci fermiamo almeno in questi giorni a riflettere sul troppo che spesso possediamo (in termini di cibo, vestiario, telefonini, ipad, oggetti di lusso) e sul poco che invece abbiamo veramente: amore, compassione, dialogo, amicizia, merce molto molto rara.

L’amore che non abbiamo mai avuto: è questo amore che ci manca. Di questo amore abbiamo nostalgia.

C’è un bel testo di Trilussa, intitolato Il presepe, che dice:

“Ve ringrazzio de core, brava gente, pé li presepi che me preparate, ma che li fate a fa’? Si poi v’odiate, si de st’amore nun capite gnente… Pe ‘st’amore so’ nato e ce so’ morto, da secoli lo spargo dalla croce, ma la parola mia pare ‘na voce sperduta ner deserto, senza ascorto. La gente fa er presepe e nun me sente; cerca sempre de fallo più sfarzoso, però cià er core freddo e indiferente e nun capisce che senza l’amore er presepe più ricco e più costoso è cianfrusaja che nun cià valore”.

Senza l’amore, dice il poeta, anche il presepe più ricco è cianfrusaglia di nessun valore.

Ma c’è così poco amore nel mondo che la gioia, amici miei, va strappata a viva forza, conquistata con le unghie e con i denti… Vi auguro allora da parte mia un felice Natale e un 2019 ricco di gioia per poter realizzare tutti quei desideri che avete nel vostro cuore.

Maria Amata

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Grazie Paolo

 

 

“Ci vorrà del tempo / ma io so già che ti ritroverò…”

Riuscite a immaginare un’affermazione più bella di questa? Così piena di speranza e di amore?

È in questo modo, con queste parole, che io voglio ricordare il poeta-cantautore Paolo Morelli che ci ha lasciato 5 anni fa. È accaduto a Roma il 9 ottobre 2013, un attacco cardiaco se l’è portato via.

Ma ci resta la sua voce, impressa nei dischi, ci resta il suo ricordo, vivo nella memoria. Ci restano anche i suoi dipinti, perché Paolo non solo cantava e componeva canzoni, ma amava anche esprimere la sua anima attraverso i pennelli. Artista a tutto tondo, con un talento indiscusso. Una sensibilità fuori dal comune che gli ha dettato musiche e testi bellissimi.

Io ho amato tante sue canzoni. Le amo ancora, e mi piace ascoltarle a occhi chiusi, lasciandomi trasportare dalle emozioni. In quelle canzoni io mi sento a casa, perché – voi lo sapete – sono una persona inguaribilmente romantica.

Il mondo di Paolo Morelli parla la mia stessa lingua.

E allora voglio ricordarlo con quella che, tra tutte le canzoni di Paolo, è la mia canzone del cuore, da sempre.

Nessuna lacrima oggi e domani, è quello che mi riprometto, ma tanta commozione, questo sì, è inevitabile. Ed una umana, molto umana nostalgia.

Grazie Paolo.

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Omaggio alla poesia di Paolo Morelli

Il 9 ottobre 2013 è mancato Paolo Morelli, meglio noto per essere la voce solista del complesso musicale Alunni del Sole. Ebbero molto successo circa una trentina di anni fa, ma nonostante ciò furono sottovalutati come artisti, ne è prova l’oblio degli anni successivi dalla scena musicale.

Paolo era l’anima del gruppo: uomo profondamente sensibile e geniale, era un poeta, una persona molto delicata che se n’è andata in punta di piedi, a 60 anni, per un attacco cardiaco mentre era in un’automobile parcheggiata, a Roma, ad aspettare l’inseparabile fratello Bruno, uscito dalla vettura per alcune commissioni. Questi lo ha trovato esanime poco più tardi e pensava che dormisse…

Non erano solo canzonette, le sue. E non lo dimentichiamo, per favore.

Qui un piccolo omaggio.

 

Angeli intorno a noi

Questa immagine l’ho messa nel mio blog, e sta pure sul mio desktop, per poterla avere sempre davanti a me e per ricordare. Ricordare che non sono sola, che c’è sempre un angelo al mio fianco, anzi una moltitudine di angeli, che circondano tutti noi e ci assistono 24 ore al giorno.

Gli angeli custodi, di cui celebriamo la festa il 2 ottobre, non sono una fantasia new age, ma una realtà concreta, fanno parte della nostra vita. Ahimè, sono ben pochi però quelli che ci pensano e fanno ricorso a loro, e così si perdono stupidamente i più grandi benefici! 🙂

Essi infatti sono stati creati proprio per il nostro aiuto, per assisterci in ogni momento della nostra vita, specialmente nelle difficoltà, quando non riusciamo a cavarci d’impiccio da soli e assai spesso veniamo sopraffatti dalla paura, dal timore di non farcela, dallo spettro della solitudine…

Ma quale solitudine, amici miei? Noi non siamo mai soli, ricordatevelo. 

Maria Amata

 

 

I potenti e amorevoli Aiutanti del Cielo

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san michele arcangelo

L’arcangelo Michele mi ha salvata un anno fa da un’aggressione violenta che avrebbe potuto costarmi la vita. Io l’ho invocato e lui è intervenuto all’istante, in maniera prodigiosa.

Michele è il Principe delle milizie celesti e nel mondo invisibile, quello che noi chiamiamo Cielo, ha una missione molto importante, guida infatti la Compagnia della Misericordia che ha il compito principale ed estremamente delicato dei “salvataggi”.

Raffaele è l’arcangelo della guarigione, il suo nome vuol dire “medicina di Dio” ed io chiedo sempre il suo sostegno non solo per me stessa ma anche e soprattutto per riuscire da parte mia a capire e ad aiutare le persone con problematiche di carattere psicosomatico che si rivolgono a me per consulenze.

Raffaele intercede per le questioni di salute e ci insegna ad affidarci all’Amore Incondizionato, il nostro Creatore, che è poi la fonte di ogni guarigione, poiché la guarigione prima ancora di toccare il corpo passa per il cuore, vale a dire il centro spirituale della nostra anima.

L’arcangelo Gabriele è la guida celeste degli scrittori, degli insegnanti e dei comunicatori perché è l’Angelo Messaggero, senza dubbio è anche la mia guida visto che scrivo, insegno e comunico. Gabriele è lo scriba celeste, ha annunciato la nascita di Giovanni Battista e di Gesù ed è presente anche nella tradizione islamica dove appare al Profeta Muhammad per rivelargli il Corano.

Questi potenti e amorevoli Arcangeli sempre vicini a noi e pronti ad aiutarci ogni volta che li invochiamo, li ricordiamo oggi 29 settembre che è la loro festa. Oggi ed ogni giorno, teniamoli sempre nel nostro cuore. Abbiamo molto da guadagnarci, amici miei. Buona festa dei santi Arcangeli!

Maria Amata

 

 

Le ferite dei non amati

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Le ferite dei non amati

di Maria Amata Di Lorenzo

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“Con ogni addio impari.
E impari che l’amore non è appoggiarsi a qualcuno
e la compagnia non è sicurezza.
E inizi a imparare che i baci non sono contratti
e i doni non sono promesse”.
(Jorge Louis Borges)

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«Non mi ama proprio nessuno…». «Mi è andata male pure questa volta…». «Si vede che era la persona sbagliata…». Che cosa significano frasi come queste? Quante volte le abbiamo sentite proferire dagli altri, e chissà quante volte le abbiamo dette noi, o – se non proprio dette – almeno qualche volta le abbiamo pensate nel segreto del nostro cuore.

Che cosa vogliono dire?

Sono il segno di una vecchia ferita mai rimarginata e per questo ancora dolorosa. Sono l’impronta di un bisogno d’amore che col passare degli anni e delle esperienze è però rimasto sempre inappagato.

Non trovare nessuno con cui dividere la vita, le emozioni, su cui riversare l’amore e da cui ricevere amore.

È una condizione comune a molti.

Molti di noi non si sentono compresi, ma abbandonati, soli pur non essendo mai veramente soli, non amati oppure amati male o troppo poco. Sentimenti che spesso hanno origini antiche: in un’esperienza affettiva non felice vissuta nell’infanzia, che si è radicata profondamente influenzando tutte le successive relazioni.

Pensiamo al caso di un bambino che durante la sua infanzia ha sempre visto i suoi genitori come persone distaccate e poco affettive, allora non ci possiamo sorprendere se crescendo e diventando un uomo cercherà una compagna con le stesse caratteristiche: fredda e ambivalente. Che non lo amerà come lui desidera essere amato, con tenerezza e passione e totalità di sentimenti.

Questo meccanismo in realtà non è un atteggiamento consapevole, ma la riattuazione di un modello di affettività appreso durante l’infanzia. Un meccanismo inconscio, che scava un solco sovente profondo dentro il cuore e genera molta sofferenza per gli anni a venire.

È da lì che allora dobbiamo partire, non c’è infatti alcuna “sfortuna” nel fatto che non si riesca a trovare nessuno che ci ami o che si venga sistematicamente abbandonati. Non è sfortuna se si finisce per non incontrare mai l’agognata anima gemella.

Possiamo dare la colpa al destino che mette sulla nostra strada persone “sbagliate”, ma la verità è un’altra. Noi attiriamo esattamente quelle persone che risvegliano dentro di noi le ferite emotive che si sono sedimentate nella nostra psiche a partire dai primi anni di vita.

Divenuti adulti ripercorriamo sempre lo stesso sentiero di sofferenza. Capite bene, allora, che la sfortuna non c’entra proprio niente con queste dinamiche dell’inconscio.

La ragione di ciò che noi viviamo come fallimento e come “vuoto” affettivo sta unicamente nel passato, in quel tempo della nostra prima infanzia in cui abbiamo vissuto la cosiddetta fase dell’attaccamento, una fase che va da zero a tre anni.

Anni davvero cruciali per la nostra crescita emotiva, come ci insegna John Bowlby. È lì infatti che si creano dei modelli e noi viviamo ogni cosa in modo “poroso”, assorbendo come spugne dal mondo circostante. Se in questi primi anni abbiamo avuto una madre con un comportamento evitante o ambivalente nei nostri confronti, o magari un padre assente, ecco che si sono creati allora i presupposti per la nascita di quella lunga serie di rapporti disfunzionali che poi vivremo da adulti con grande sofferenza emotiva e psichica (ossessioni amorose, relazioni con persone già impegnate oppure sfuggenti, innamoramenti a senso unico).

Dentro di noi, in una parte molto profonda di noi stessi, inaccessibile alla nostra coscienza, c’è stato un tempo in cui si sono prodotte delle ferite emotive, e queste ferite adesso attendono di essere comprese e risanate.

La posta in gioco, infatti, è molto alta: si tratta della nostra felicità affettiva. Far finta che esse non ci siano vanifica tutta la nostra esistenza.

La ferita dei non amati parte da molto lontano.

E in verità la ferita dei non amati parte da molto lontano.

Comincia da quel giorno – te lo ricordi quel giorno? – in cui tua madre ti dice che piangere è “roba da femminucce” e tu, anche se appartieni al genere femminile, non te lo puoi permettere: devi essere una dura, per diamine, e affrontare a muso duro la vita.

Niente debolezze, perciò, niente cedimenti, tu devi farti valere e farti strada nella vita, ed è per questo che lei ti ha allevato a suon di sberle e di sgridate invece che di carezze e di abbracci.

Quelle carezze e quegli abbracci ti mancheranno sempre.

Comincia da quella sera – te la ricordi quella sera? – in cui tuo padre non fa ritorno a casa e le ore passano torturandoti, ed è una vuota attesa, perché lui non torna e non tornerà, né quella sera né mai.

E tu non gli potrai mai più dire quello che sognavi di dirgli da un tempo infinito e non c’era mai il tempo, no, non c’era mai il modo, né il momento più adatto per farlo.

E adesso c’è una lastra di silenzio nella tua vita, che rimane per sempre incollata alla tua anima, e non basterà un amore, non basteranno una o dieci o cento donne che da adulto incontrerai per infrangere quel silenzio che ti è cresciuto giorno dopo giorno intorno al cuore.

Hai smesso di parlare, passi le giornate con le cuffie attaccate alle orecchie ad ascoltare musica, comunichi soltanto l’essenziale, e non ti aspetti più nulla dalla vita, solo una sequela di doveri e di rimpianti, e non sai cosa significhi la parola felicità.

I non amati – e molti di noi lo siamo o lo siamo stati – vivono sovente in una sorta di purgatorio esistenziale, dove si espia non si sa bene quale pena, con lo sguardo rivolto al passato, a cui si è ancora legati da pesanti catene.

Come spezzare questo carcere emotivo e psichico?

Il nostro passato, a furia di pensarci, di rimuginarci sopra anche mille volte, non ritorna, ed è un bene che non ritorni, perché in definitiva non esiste più, esistono soltanto le ombre che si proiettano sul nostro presente.

Dunque, rimaniamo legati a un’ombra?

Non sarebbe meglio andare verso la luce?

La luce è il nostro presente, è la vita di oggi che è l’unica casa da abitare.

Noi non possiamo restituire vita al passato, e neppure sarebbe giusto.

Dobbiamo comprendere le esperienze della nostra vita, anche le più dolorose, analizzarle fino in fondo e non avere paura di riportare in superficie gli eventi dolorosi che ci hanno fatto male, non dobbiamo seppellirli ma analizzarli, comprenderli e lasciarli andare.

Solo così ce ne possiamo veramente liberare, perdonando noi stessi per primi, che è la cosa più difficile da fare, e così infine recuperare, nuovamente intatta, la nostra facoltà di amare e soprattutto di essere amati, di ricevere amore e di riconoscerlo.

Uscire dal passato con il perdono

Molti si domandano se sia mai possibile uscire dalle spire del proprio passato. Sì, a patto di rompere il cerchio. E di scegliere il perdono.

Che non significa dover condonare o giustificare o approvare il dolore ricevuto, ma semplicemente lasciar andare, abbracciare la libertà.

Forse adesso sei molto arrabbiato con i tuoi genitori, per quello che loro non ti hanno saputo dare, per gli anni che hai vissuto male, per il tempo che non ritornerà più e tu lo senti chiaramente dentro di te, lo senti quasi con spasimo e con struggente malinconia, che gli anni migliori se ne sono andati via e con essi anche la vita che non hai potuto vivere nella pienezza della felicità “per colpa loro”.

Ma pensaci bene.

Tuo padre ormai non c’è più da molti anni, ed anche tua madre è morta oppure è molto anziana, è fragile come un fuscello nella sua vecchiaia un po’ penosa, con le sue idee fisse, sempre quelle. Che cosa mai potresti dirgli o dirle ora?

Di che cosa li potresti rimproverare?

Forse loro stessi hanno ricevuto delle profonde ferite nella loro vita, quando erano molto piccoli. In genere è così che succede.

Ci hai mai pensato?

Se è andata così, come avrebbero potuto dare a te quello che neppure loro avevano conosciuto? Come potevano agire in modo diverso se a loro volta non erano stati amati o erano stati amati poco o male, se l’amore vero non era mai entrato nella loro vita?

Pensaci, dunque, e perdona. Perdona e comprendi.

Perdona, e va’ avanti.

Nell’istante in cui chiuderai la porta sul tuo passato, perdonando tutte le persone che ti hanno fatto soffrire, non solo tuo padre e tua madre ma tutte le persone che hai amato soffrendo a causa loro, perdonando infine anche te stesso per aver permesso loro di farti soffrire, ti sentirai pronto a ricevere l’amore, che è già presente nella tua vita, solo che tu non lo conosci perché è ancora avvolto in quel cono d’ombra che da tanto tempo sta intorno al tuo cuore: lo apri e trovi la luce e il calore che ti fanno stare bene e di cui hai bisogno.

Lo apri e trovi tutto l’amore che era lì da sempre ad aspettarti.

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Dott.ssa Maria Amata Di Lorenzo

Counselor ad Approccio Umanistico Esistenziale • Life Coach e Formatore Psicobiologico del Benessere • Autrice di libri

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“Ho vissuto più di un addio”, il testamento di David Servan-Schreiber

 

Oggi vorrei parlarvi di un libro e di una persona. Il libro si intitola Ho vissuto più di un addio e la persona è il suo autore, David Servan-Schreiber.

Medico e ricercatore di fama internazionale, David all’età di 31 anni scopre di avere un tumore al cervello, che gli lascia pochi mesi da vivere. Non si arrende, lotta strenuamente, e continua a lavorare, a guarire e dare speranza a tanti pazienti ammalati. Dopo una lunga esperienza negli Stati Uniti, come condirettore del laboratorio clinico di Neuroscienze Cognitive presso l’Università di Pittsburgh, fa ritorno in Francia, ma nel 2010 la malattia si ripresenta, portandolo alla morte all’età di cinquant’anni, nel luglio 2011.

Ma non vi fermate alle apparenze, amici miei, non è affatto una storia triste quella che io oggi vi racconto. Al contrario, è la storia di una grande felicità e di un grande amore. Una vita bellissima. 

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Ho vissuto più di un addio:

il testamento di David Servan-Schreiber

di Maria Amata Di Lorenzo 

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Cosa significa avere trent’anni e un tumore al cervello che ti lascia poco tempo da vivere. Avere una vita, una carriera davanti, che all’improvviso si spezza di fronte al muro invalicabile della malattia. E tu invece quel muro lo vuoi valicare, anzi lo vuoi abbattere, con la cocciutaggine del tuo essere forte e volitivo, e strappare ancora giorni, forse anni, alla morte che ti incalza.

E ci riesci, lottando come un soldato che va in guerra ogni giorno senza stancarsi, e gli anni ritornano, fioriscono di progetti e di gioie, di figli e di libri, e si ammucchiano e diventano quasi venti. Venti anni da vivere strappati alla malasorte.

Il testamento

Venti anni che un giorno racchiudi in un libro e quel libro è il tuo testamento e si intitola On peut se dire au revoir plusieurs fois. E non è una storia inventata, un romanzo, ma una storia, una vita vera, la vita di David Servan-Schreiber.

Una vita, con il suo testamento finale, splendido e struggente, che tutti ora potete leggere, e conoscere, attraverso questo volume, Ho vissuto più di un addio, uscito in Italia con le edizioni Sperling & Kupfer.

Chi era David

Medico e ricercatore di fama internazionale, David era nato a Neuilly-sur-Seine il 21 aprile 1961. Figlio del notissimo giornalista (fondatore de L’Express), scrittore e uomo politico Jean-Jacques Servan-Schreiber, aveva studiato medicina all’ospedale Necker di Parigi, dove nel 1980 aveva aperto un laboratorio di microinformatica con i primi computer Apple II. Quindi, aveva proseguito la sua formazione medica in Quebec, dapprima alla Laval University e poi alla McGill University, dove si era specializzato in psichiatria.

Nel 1991 aveva conseguito un Ph.D. in intelligenza artificiale presso la Carnegie Mellon University, utilizzando le reti neurali per studiare i meccanismi neuronali alla base di patologie psichiatriche come la depressione e la schizofrenia.

Nel 1992, all’età di 31 anni, scoprì di avere un cancro al cervello e riuscì a guarire grazie a numerose cure (chirurgia, radioterapia e chemioterapia).

Ebbe poi una recidiva da cui guarì nel 2000.

Il ritorno in Francia e la morte

Dopo aver lavorato a lungo negli Stati Uniti, come condirettore del laboratorio clinico di Neuroscienze Cognitive presso l’Università di Pittsburgh, fece ritorno in Francia.

Nel 2010 purtroppo la malattia si ripresenta, e in una forma molto più aggressiva, un glioblastoma di IV grado che lo conduce in poco tempo alla morte, il 24 luglio 2011, all’età di cinquant’anni.

Presto o tardi, sarebbe tornato – diceva  lui – potevo ritardare la scadenza, guadagnare degli anni, ma conoscevo la prognosi. Questa ricaduta mi ha spinto a pormi le domande più serie, forse le più importanti, di tutta la mia vita.”

Nel perenne interrogarsi umano – che senso ha la vita, che senso ha la morte – si cela da sempre l’angoscia degli esseri viventi, quella domanda ultima che ci ronza continuamente nella testa come un insetto dentro un bicchiere rovesciato. Perché tutta la vita è una continua domanda di senso, che pochi però preferiscono affrontare a viso aperto, ed oggi noi viviamo talmente intossicati dalle parole e dai finti sentimenti che quando incontriamo una voce profonda e sincera ne restiamo sconcertati, prima, e poi catturati per sempre.

I libri di David

Ecco perché i libri di David Servan-Schreiber, i suoi due libri precedenti, “Guarire” e “Anticancro”, sono stati letti e tradotti in oltre un milione di copie in tutto il mondo, amatissimi dai suoi tanti ed appassionati lettori. Perché David aveva il pregio di porsi sempre con grande trasparenza davanti agli altri, di non nascondersi mai dietro inutili giri di parole.

Aveva una penna molto felice, David Servan-Schreiber, sapeva scrivere, raccontare, e soprattutto sapeva trasmettere non solo sapere, conoscenze scientifiche, ma riusciva anche ad esprimere – con tono sempre profondo e appassionatamente sincero – la propria interiorità.

Ho vissuto più di un addio

E così questo libro, Ho vissuto più di un addio, che è arrivato da poco nelle librerie italiane, è il suo testamento. Ma non c’è nulla di triste o disperato in quello che lui scrive, solo parole d’amore. Un grande amore per la vita.

Non c’è sconfitta, né rassegnazione in ciò che dice, ma pensiero dopo pensiero è come se la notte scesa a tradimento in fondo al cuore si aprisse a poco a poco lasciando entrare il chiarore delle stelle.

“Scoprirmi fragile, mortale, sofferente, spaventato – confessa David – mi ha aperto gli occhi sullo smisurato tesoro della vita e dell’amore. Tutte le mie priorità sono cambiate, modificando la tonalità emotiva della mia esistenza. Mi sono sentito, paradossalmente, molto più felice di prima”.

Perché di fronte al pensiero della fine ogni cosa appare inevitabilmente sotto una luce diversa.

E, riflessione dopo riflessione, David Servan-Schreiber ci mostra come persino la prova estrema della morte possa dare più ricchezza alla vita. E come ogni cosa che facciamo, e tutto ciò che doniamo, ci farà restare per sempre nel cuore di chi ci ama ed amiamo.

Una lieta e appassionata speranza

È un libro che, paradossalmente, pur parlando della malattia e della morte, ci trasmette un grande amore per la vita, una lieta e appassionata speranza.

Una scrittura palpitante, sincera, attraverso cui ci sembra quasi di poter sentire la voce stessa di David che dice, con la fiducia incrollabile che era propria del suo carattere generoso e solare: “Qualsiasi cosa succeda, ho la ferma speranza che questo addio non sarà l’ultimo…”

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Dott.ssa Maria Amata Di Lorenzo

Counselor ad Approccio Umanistico Esistenziale • Life Coach e Formatore Psicobiologico del Benessere • Autrice di libri

 

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Corso Bovio

Poco fa mi sono trovata a pensare che domani è il 9 luglio ed è l’anniversario della scomparsa di Corso Bovio, indimenticato maestro di diritto e informazione, e anche di vita. Una morte, la sua, che mi suscita sgomento e incredulità ancora oggi, come il primo giorno, e che mi induce a una serie di pensieri.

Che cosa c’è nel cuore dell’uomo?

Che cosa c’è dentro di noi quando gli altri rimangono fuori, fuori della porta dei sorrisi e dei saluti cordiali, un po’ stereotipati, della faccia allegra che ci dipingiamo ogni giorno per andare nel mondo, incontro all’ignoto.

È un mistero. Il cuore dell’uomo è un abisso. Come si può spiegare altrimenti quello che accade?

Sono già nove anni, nove anni dalla morte di Corso Bovio, mi riesce difficile dire “suicidio”, perché una parte di me non ci vuole credere, non ci crede assolutamente…

Io ho conosciuto Corso Bovio negli anni Novanta, a Urbino, dove appena laureata frequentavo la scuola di giornalismo. Lui era il mio insegnante.

Sono passati ormai molti anni, ma io ricordo perfettamente, lo ricordo come se fosse ieri, tutte le sue parole, e i suoi sorrisi, e gli sguardi che erano così intelligenti. Sì, era il mio insegnante preferito, perché sapeva come entrare – in punta di piedi – nel cuore degli altri.

Aveva un grande senso dell’umorismo, ci faceva anche divertire a lezione, non si prendeva sul serio, pur essendo una persona serissima.

Era un vulcano di idee, di parole. Era una persona di grande valore. Era. Adesso bisogna usare questo verbo imperfetto: era.

Ma basta un colpo di pistola per spazzare via tutto?

Basta archiviare tutto come un suicidio, forse per un raptus, forse per chissà, e andare avanti nel caldo dell’estate, a parlar di tempo e di stagioni, di lavoro e di canzoni, senza fermarsi a pensare un poco?

Pensare alla vita, per esempio, a che cos’è la vita, al senso che le si è dato fino ad oggi e che, da domani, le si vorrà dare.

Pensare alla fragilità della condizione umana, alla precarietà di tutto, e c’è una roccia a cui aggrapparsi? C’è qualcosa di solido che non muta, che resta lì, su cui mettere le nostre impronte fragili e trarne sicurezza?

Abbiamo la consistenza delle foglie, dice Roberto Vecchioni in una sua canzone, eppure coltiviamo dentro di noi l’orgoglio smisurato di essere uomini.

Fino al muro che si para davanti e non puoi scantonare più, fare finta che non c’è, che forse non c’è mai stato.

Ma c’è stato sempre, e tu lo sai.

Te ne accorgi solo ora, però, proprio all’ultimo secondo.

Allora capisci che sei soltanto un uomo. E che dentro di te brucia una ferita antica.

Allora comprendi il senso di quei versi di Montale che dicono: Tutte le cose portano scritto: più in là…

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Dott.ssa Maria Amata Di Lorenzo

Counselor ad Approccio Umanistico Esistenziale • Life Coach e Formatore Psicobiologico del Benessere • Autrice di libri 

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Gesualdo Bufalino: scrivere per resistere ai venti contrari del mondo

Gesualdo Bufalino: scrivere per resistere ai venti contrari del mondo

di Maria Amata Di Lorenzo

© all rights reserved

 

In alto a sinistra, sul foglio, un’incisione riproduce un mare in tempesta, cavalloni alti fino al cielo, attraversato quest’ultimo da nuvole basse e dense; all’orizzonte una nave, un vecchio bastimento, che il vento di procella ha già inclinato su un fianco, sta affondando, ma in mezzo alle onde ecco apparire una mano che, in un gesto di estrema resistenza, solleva da sotto le acque un libretto con le pagine aperte, ancora tutte bianche…

La frase più sotto, all’interno della sua lettera, mi dice nella calligrafia nervosa e svolazzante che gli era propria: “Guardi l’incisione stampata al sommo di questa lettera. Anche lei, come ogni naufrago (tutti lo siamo), sollevi finché è possibile, il suo libretto sopra le onde…

Il sacerdozio della parola

Scrivere per resistere ai venti contrari del mondo, scrivere per scongiurare il presente ormai minacciato dall’afasia.

Lo scrittore siciliano Gesualdo Bufalino credeva ancora, nonostante tutto, nella scrittura, nel sacerdozio della parola, nel suo potere salvifico. Come pochi. “In lui”, scrisse Renato Minore su “Il Messaggero” all’indomani della sua scomparsa, avvenuta il 14 giugno 1996, “c’era una dedizione sacerdotale alla scrittura, unica fonte legittima per conoscere l’inconoscibilità del mondo”.

Non a caso aveva posto l’immagine del mare in tempesta e della mano che regge un libro fra i flutti sul frontespizio della sua carta da lettera: un monito, e al tempo stesso un invito a sperare. La traccia di una improbabile, eppure necessaria, salvezza.

Chi era Gesualdo Bufalino

Gesualdo Bufalino era nato a Comiso, in provincia di Ragusa, nel 1920. Insegnante di liceo per tutta la vita, esordisce in letteratura poco più che sessantenne, nel 1981, con il romanzo “Diceria dell’untore” (Sellerio), scoperto da Leonardo Sciascia e presto portato alla ribalta nazionale come il caso letterario degli anni Ottanta.

Raccontato in prima persona, in una lingua articolatissima, fra elegia e pathos, tutto racchiuso e lavorato dentro l’ossessione della malattia (evidente metafora della vita), narra la storia di un amore sui generis sbocciato in un sanatorio della Conca d’Oro, in Sicilia, fra personaggi appassionati e dolenti che la morte, per un verso o per l’altro, finirà per ghermire.

Il successo raggiunto in età avanzata non cambia il coltissimo professore, lettore onnivoro, finissimo traduttore dal francese, dal temperamento timido e schivo, ingenuo e disincantato al tempo stesso come ogni siciliano che si rispetti.

Legatissimo alla città natale, aveva chiuso volontariamente il proprio orizzonte “fra due zolle” per poter così viaggiare da fermo, nei territori sconfinati della sua immaginazione barocca, nella realtà degli universi cartacei, zeppi di esistenze “vicarie”, impalpabili e vive più della stessa realtà.

Un solo mutamento aveva registrato la sua esistenza dopo l’exploit letterario: nel 1981, l’anno in cui uscì “Diceria dell’untore”, vincendo il Campiello e assicurandosi i favori del pubblico e della critica, Bufalino sposò Giovanna Leggio, che erstata sua allieva al liceo.

La fama improvvisa aveva finito per spezzare il cerchio antico della solitudine e forzare così il blocco apparentemente irriducibile della sua misoginia.

Al primo fortunato romanzo erano seguite altre prove narrative, come “Museo d’ombre” (ancora per Sellerio, nel 1982) e poi, dopo il passaggio a Bompiani, opere quali “L’uomo invaso”, “Le menzogne della notte”, passando per i versi di “L’amaro miele” (Einaudi, 1982) e per i saggi, notevolissimi, fra cui sono da ricordare “La luce e il lutto”, “Il tempo in posa” (dedicati alla “sua” Sicilia, di cui è stato profondo conoscitore come pochi, in grado di decifrarne l’indecifrabile “sicilitudine” nel solco di Sciascia).

L’ultima prova narrativa, poco prima della morte, è stata “Tommaso e il fotografo cieco“, lucida e intelligente allegoria (venata di pessimismo) dell’Italia dei nostri giorni.

La vita che tradisce tutti i sogni

La vita che tradisce tutti i sogni. Il tempo che la memoria non redime. Gesualdo Bufalino non faceva mistero di sentirsi un “intruso” nell’odierna civiltà dei computer, lui che non era neppure capace di cambiare il nastro della sua Olivetti 35, peraltro usata soltanto per trascrivere “in bella” quanto veniva vergando sui fogli di carta di ogni risma, una biro rossa e una nera, nella poltrona accanto alla finestra.

Scriveva e riscriveva, tutto a mano, un’infinità di volte, mai contento, mai pago del suo lavoro.

Sacerdote della scrittura, la sua perfezione era maniacale, la scelta accurata delle parole (quelle che insieme poi facevano la cifra irripetibile della sua lingua densa, allusiva, sedimentata, sapiente) era il frutto di un processo mentale sorvegliatissimo.

Metodico e appartato, le sue giornate erano scandite da rituali pressoché ferrei: al mattino, appena sveglio, accendeva la radio per ascoltare i notiziari, a volume alto perché le voci gli giungessero in ogni angolo della casa in cui si muoveva; poi a un certo punto la radio taceva, lui si immergeva nelle scartoffie: progetti di libri, articoli, lettere (tantissime, da tutt’Italia) a cui rispondere; poi c’erano le letture, sterminate; e le passeggiate lungo il Corso, il circolo con gli amici, la vecchia madre Maria, ultranovantenne, a cui pensare (era arrivato persino a strapparsi i bottoni delle camicie per poterla tenere, amorevolmente, occupata).

E le visite alla moglie Giovanna, poco fuori Vittoria, dove risiedeva da qualche anno dopo essere stata colpita da un ictus cerebrale. Tornava proprio da una visita fatta alla moglie la sera del 14 giugno 1996: un banale incidente automobilistico metteva fine alla sua esistenza, a 76 anni.

Non era mai voluto andare via dalla sua terra, da quella remota, polverosa provincia della Sicilia “babba”, in cui la vita poteva essere ancora vissuta senza affanni, a misura d’uomo, in sintonia con il creato, consapevole che al lavoro dell’anima occorrono due cose soltanto: solitudine e silenzio.

Viaggiatore senza bagaglio, ha oltrepassato quel giorno il muro fasciato d’ombra, fino in fondo al mistero, aspettando di sentire la voce, finalmente, di Colui che sempre tace.

© Maria Amata Di Lorenzo – all rights reserved

pubblicato su “Il nostro tempo” (Torino) – settembre 1997 – tutti i diritti riservati

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MARIA AMATA DI LORENZO

Maria Amata Di Lorenzo è una counselor a approccio umanistico esistenziale, life coach e formatore psicobiologico del benessere, autrice di libri, articoli, saggi, testi per il teatro e il cinema. Le sue opere fino ad oggi sono state diffuse in otto lingue. Il suo blog “Il mondo di Maria Amata” è attualmente disponibile nel web in italiano, inglese, francese e spagnolo.

Ha iniziato giovanissima a pubblicare racconti, poesie e saggi, vincendo con i suoi testi diversi concorsi letterari nazionali. Il suo primo libro, che ebbe splendide recensioni, ottenne il prezioso incoraggiamento di Gesualdo Bufalino, molto importante per lei per andare avanti e credere nel valore della sua scrittura. Tra le sue opere il romanzo “Non lasciarmi andare via”, una storia di donne, di generazioni a confronto, sullo sfondo di un’isola bella e perduta: la Sicilia. Molto apprezzato dai lettori italiani, il romanzo è stato pubblicato in lingua inglese in tredici Paesi nel mondo.

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