Se tu sei il vento che mi scompiglia i capelli…

Se tu sei il vento che mi scompiglia i capelli…

Un ricordo di Alda Merini

© MARIA AMATA DI LORENZO – ALL RIGHTS RESERVED

*

Moriva il primo novembre 2009 a Milano la poetessa Alda Merini. Voce poetica tra le più intense del Novecento italiano, ci ha lasciato splendidi versi di carattere spirituale, muovendo dall’esperienza che aveva segnato fortemente la sua vita, vale a dire la lunga permanenza in manicomio, oltre dieci anni, che furono per lei l’incubatoio di tanti dolori, e di tanti orrori, che l’arte, insieme alla fede, seppe trasfigurare in versi di rara bellezza, rimasti a noi in dono per sempre.

Sì, perché la Merini aveva una fortissima fede, dai toni quasi mistici, che mai le venne meno, nonostante le tribolazioni della sua vita, e che anzi è stata il collante di tutto il suo cammino esistenziale.

Una fede che le ha ispirato bellissimi versi dedicati a Cristo e ai santi, come pure a Maria, cui dedicò tante pagine della sua produzione ed in particolare un libro, Magnificat. Un incontro con Maria, uscito nel 2002 per l’editore Frassinelli.

“Maria, / ci sono dei venti / che ardono e gemono in noi, / e dividono / le nostre intime parti / in tanti flagelli / e ci rompono le ossa / e sono le tentazioni, / i progetti sbagliati, / le orme indisciplinate, / i feretri dei morti / che secondo noi / non hanno resurrezione. / Quanto è immodesto l’uomo / che pensa che l’inverno congeli tutto / e non spera nella primavera. / L’uomo beve il proprio odio / come un buon vino, / e più odia e più si sente ebbro, / e più si sente ebbro / più abbandona / le rive della tua giovinezza.”

Come restare indifferenti davanti a versi così sinceri e profondi?

Quando il cielo baciò la terra nacque Maria. / Che vuol dire la semplice, / la buona, la colma di grazia. / Maria è il respiro dell’anima, / è l’ultimo soffio dell’uomo. / Maria discende in noi, / è come l’acqua che si diffonde / in tutte le membra e le anima, / e da carne inerte che siamo noi / diventiamo viva potenza”.

Versi semplici, e al tempo stesso molto intensi. “Sei la povertà e la ricchezza – scrive ancora la poetessa rivolgendosi alla Madre di Dio – , / il sogno e la contraddizione, / la volontà di Dio e la volontà dell’uomo, / che tu educhi alla contemplazione. / Il dolore è la tua casa, è la casa del mondo, / eppure tu sei la regina degli angeli, / la regina nostra, la regina di tutti i tempi”.

 

Nascere “folle”

Alda Merini vide la luce a Milano il 21 marzo 1931. Della sua nascita diceva: “Sono nata il ventuno a primavera / ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta…”

Aveva iniziato a comporre le prime liriche già all’età di quindici anni e non ne aveva neppure venti quando Giacinto Spagnoletti pubblicò nell’antologia “Poesia italiana contemporanea 1909-1949” le sue due liriche “Il gobbo” e “Luce”.

Nel ’51, queste liriche insieme ad altre due vengono incluse da Vanni Scheiwiller nel volume “Poetesse del Novecento”, su consiglio di Eugenio Montale e Maria Luisa Spaziani.

Si prefigurava già un grande ed insolito talento. In questi primi versi, seppur giovanili ed acerbi, si intuiscono i motivi ricorrenti della sua poesia, quell’intreccio di temi mistici e sensuali, di luce e di ombra, amalgamati da una concentrazione stilistica potente, che nell’arco degli anni lascerà spazio a un dettato più immediato e intuitivo.

Nel 1953 la poetessa sposò Ettore Carniti, da cui avrà le figlie Emanuela, Flavia, Simona e Barbara. Lo stesso anno del matrimonio esce la sua prima raccolta poetica, La presenza di Orfeo, seguita nel ’55 da Paura di Dio Nozze romane.

Ma dopo la silloge Tu sei Pietro, pubblicata nel 1961 dall’editore Scheiwiller, seguì un silenzio lunghissimo, quasi vent’anni, la maggior parte dei quali la Merini li trascorse nell’ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano (“Per me è stato un miracolo di Dio essere uscita viva da lì. Ho visto morire tanti ragazzi…”).

Nel 1979 il lungo silenzio editoriale è spezzato dalla stesura di quell’opera che tutti considerano il capolavoro della Merini, la raccolta intitolata La Terra Santa, che nel ’93 vince il prestigioso Premio Librex Montale. Sono liriche di un’intensità molto potente, dove la realtà lascia il posto all’idea del reale, sublimata e deformata dal delirio della follia. “Le più belle poesie”, dice la poetessa dei Navigli, – “si scrivono sopra le pietre / coi ginocchi piagati / e le menti aguzzate dal mistero”.

La Terra Santa segna l’inizio di una poetica nuova, impregnata della devastante esperienza manicomiale (“il manicomio è il monte Sinai, / maledetto, su cui tu ricevi / le tavole di una legge / agli uomini sconosciuta”), ma il suo valore all’inizio non venne recepito dal mondo editoriale. La prima proposta di stampa dell’opera, infatti, fu accolta da un’indifferenza assoluta. Solo Paola Mauri accettò di pubblicare trenta liriche, scelte su un dattiloscritto di oltre un centinaio di testi composti dalla Merini durante l’internamento, e lo fece nell’82 sul n.4 della rivista «Il cavallo di Troia».

Due anni più tardi Scheiwiller riprese quelle trenta liriche e, con l’aggiunta di altre dieci, diede alle stampe la prima edizione de La Terra Santa, decretando di fatto la fine dell’ostracismo editoriale verso l’artista milanese.

Mistero di misericordia

Quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita”, diceva sovente la poetessa, con la lucidità e la sincerità che le erano proprie.

Tornata a vivere, nella seconda metà degli anni Ottanta, nella sua amatissima Milano, dopo una parentesi di alcuni anni a Taranto, la Merini ricominciò a scrivere con assiduità, alternando testi in versi e in prosa, dentro una casa piena di libri, quadri e fotografie, in Ripa di Porta Ticinese, sulle rive del “suo” Naviglio.

Questi sono per lei anni molto fecondi, dove si contano sempre maggiori pubblicazioni ed interventi pubblici, e in cui le vengono assegnati diversi premi letterari come pure una laurea honoris causa dall’Università di Messina.

Escono Delirio amoroso (1989), Ipotenusa d’amore (1992) e il volume in prosa La pazza della porta accanto (1993).

Nel ’95 viene data alle stampe la raccolta Ballate non pagate e nel ’96 le viene assegnato il Premio Viareggio per la Poesia. Lo stesso anno la Merini viene proposta per il Premio Nobel per la Letteratura dall’Academie française.

Del ’97 è la raccolta La volpe e il sipario, che è forse la più alta dimostrazione del suo originale stile poetico: una poesia che nasce dall’emozione, sull’onda del pensiero che si fa man mano sempre più astratto e simbolico. E poi, nel 2002, esce per Frassinelli quel bellissimo libro che è Magnificat. Un incontro con Maria, dove la Merini evoca la Vergine Madre indagandone soprattutto l’aspetto umano e femminile, opera che, nel settembre dello stesso anno, le fa vincere il Premio Dessì per la Poesia.

In questi versi la Madre di Dio ci viene presentata come una giovinetta, rivisitata soprattutto nella sua interiorità, nel suo smarrimento, nel suo materno stupore.

Sigillo della cristianità e al tempo stesso icona di amore e di fede, Maria introduce al mistero della grande misericordia di Dio: “Se Tu sei la mia mano, / il mio dito, / la mia voce, / se Tu sei il vento / che mi scompiglia i capelli, / se Tu sei la mia adolescenza / io ho il diritto di servirti / e il dovere, / perché l’adolescenza / non ha mai chiesto nulla / alle sue stagioni. / Tu mi hai presa / perché io non ero una donna / ma solo una bambina. / E le bambine si accolgono / e si avvolgono di mistero. / Tu mi hai resa donna, Signore, / e la donna è soltanto / un pugno di dolore. / Ma questo pugno / io non lo batterò / verso il mio petto,/ lo allargherò verso di Te / come una mano / che chiede misericordia”.

© Maria Amata Di Lorenzo – all rights reserved

 

***

Il mio Truffaut

 

L’ambiguità dell’amore. E il rispetto della timidezza. La vocazione alla fuga. Il conflitto tra innocenza ed esperienza. E il senso doloroso della vita che passa…

In una parola: il cinema di François Truffaut.

Avevo 11 anni quando vidi per la prima volta “I 400 colpi” e me ne innamorai.

Antoine Doinel che arriva, adolescente inquieto, davanti al mare è una sequenza che mi si è incisa in modo indelebile nel cuore…

 

 

***

16 ottobre 1943

*

“Qui, nel segreto della mia dimora, scava la voce

della memoria, nel fragore del Tevere cresce la pietà,

viva dal 16 ottobre 1943. Quando il mio piede innocente

fu bagnato dal sangue dei giusti di Israele.

Quando gli empi urlavano, sfondavano le porte coi fucili…”

*

Come poter dimenticare?

All’alba del 16 ottobre 1943 i nazisti fecero irruzione nel ghetto di Roma e deportarono circa duemila ebrei.

Destinazione: i campi di sterminio.

Ad assistere a questa scena c’era il poeta Elio Fiore, che allora aveva otto anni e abitava, lui cristiano, vicino al ghetto, nel quartiere di Trastevere.

E lo racconterà tante volte quel “ratto sacrilego”, come lui lo chiamava, in centinaia e centinaia di versi.

Versi semplici e terribili come quelli che sopra riporto.

Tra i deportati verso le camere a gas, mi diceva Elio ogni volta ripensando a quel drammatico giorno, c’erano duecento bambini.

E nessuno rivide mai più il sole di Roma.

Maria Amata

***

Grazie Paolo

 

 

“Ci vorrà del tempo / ma io so già che ti ritroverò…”

Riuscite a immaginare un’affermazione più bella di questa? Così piena di speranza e di amore?

È in questo modo, con queste parole, che io voglio ricordare il poeta-cantautore Paolo Morelli che ci ha lasciato 5 anni fa. È accaduto a Roma il 9 ottobre 2013, un attacco cardiaco se l’è portato via.

Ma ci resta la sua voce, impressa nei dischi, ci resta il suo ricordo, vivo nella memoria. Ci restano anche i suoi dipinti, perché Paolo non solo cantava e componeva canzoni, ma amava anche esprimere la sua anima attraverso i pennelli. Artista a tutto tondo, con un talento indiscusso. Una sensibilità fuori dal comune che gli ha dettato musiche e testi bellissimi.

Io ho amato tante sue canzoni. Le amo ancora, e mi piace ascoltarle a occhi chiusi, lasciandomi trasportare dalle emozioni. In quelle canzoni io mi sento a casa, perché – voi lo sapete – sono una persona inguaribilmente romantica.

Il mondo di Paolo Morelli parla la mia stessa lingua.

E allora voglio ricordarlo con quella che, tra tutte le canzoni di Paolo, è la mia canzone del cuore, da sempre.

Nessuna lacrima oggi e domani, è quello che mi riprometto, ma tanta commozione, questo sì, è inevitabile. Ed una umana, molto umana nostalgia.

Grazie Paolo.

*

Omaggio alla poesia di Paolo Morelli

Il 9 ottobre 2013 è mancato Paolo Morelli, meglio noto per essere la voce solista del complesso musicale Alunni del Sole. Ebbero molto successo circa una trentina di anni fa, ma nonostante ciò furono sottovalutati come artisti, ne è prova l’oblio degli anni successivi dalla scena musicale.

Paolo era l’anima del gruppo: uomo profondamente sensibile e geniale, era un poeta, una persona molto delicata che se n’è andata in punta di piedi, a 60 anni, per un attacco cardiaco mentre era in un’automobile parcheggiata, a Roma, ad aspettare l’inseparabile fratello Bruno, uscito dalla vettura per alcune commissioni. Questi lo ha trovato esanime poco più tardi e pensava che dormisse…

Non erano solo canzonette, le sue. E non lo dimentichiamo, per favore.

Qui un piccolo omaggio.

 

Pierluigi Cappello

Si è spento un anno fa, all’alba di domenica 1° ottobre 2017, nella sua casa di Cassacco, in Friuli. Il poeta Pierluigi Cappello era molto conosciuto e molto amato.

Ognuno di noi viene nel mondo con un progetto, con una missione da compiere, e se penso a Pierluigi io penso “missione compiuta”.

Perché ha portato luce nel mondo, perché ci ha insegnato cose terribili e meravigliose, perché la sua esistenza, per tanti versi così svantaggiata, l’ha vissuta tutta, e senza limiti, con adesione piena e incondizionata. Gliene saremo sempre grati.

Mi sono chiesta tante volte il significato della sua vita, il significato del suo destino. Quella vita interrotta dallo schianto in moto all’età di 17 anni, quel destino di membra immobili e inferme in un essere tutt’altro che malato e fermo, acceso di rara sensibilità che diventava subito poesia, e che viaggiava alla velocità della luce e raggiungeva il mondo.

Un anno fa Pierluigi ha iniziato un altro capitolo della sua vita, una vita in cui ora potrà correre davvero…

Ciao Pier, non è possibile dimenticarti. 

La casa profuma già di autunno

10636013_694885257271921_3080542977001578297_n

*

La casa profuma già di autunno. E una volta ancora siamo impreparati, senza pullover né sciarpe.

Nuvole inattese dal mattino oscurano le colline. Dobbiamo sbrigarci a fare un po’ di provviste, perché tra poco arrivano i venti sbraitanti.

I vapori della cucina occupano il primo posto nel silenzio del corridoio.

A uno a uno chiudono i locali sul mare. Sul molo bagnato pacchetti di sigarette vuoti, recipienti di plastica, giornali e i gatti randagi affamati che guardano l’orologio della dogana privo di lancette.

Domande dimenticate cigolano di nuovo come banderuole arrugginite sui tetti di case abbandonate, i cui proprietari sono morti di tisi anni fa senza lasciare eredi.

Ma tu, a dispetto della pioggia e dei venti, insisti sotto la tua lampada, su questa sedia dura, per lasciare qualcosa a chi verrà dopo – almeno due versi, scritti con la mano della pioggia, che indichino tremanti sempre, sempre, in direzione del sole…

Ghiannis Ritsos

Andrea Longega, il pudore dei sentimenti

Ho scoperto questo poeta nella tarda primavera del 2013.

Non ne avevo mai sentito parlare fino ad allora, fino a quando cioè apparve questo articolo, il 30 aprile 2013, sul “Corriere della Sera”.

Un articolo che annunciava il suo ultimo lavoro letterario: “Caterina (come le cóe dei cardelini)” pubblicato dalle Edizioni L’Obliquo.

Caterina è una cameriera che lavora in un albergo di Venezia ed è suo lo sguardo che fotografa la realtà della vita quotidiana e la racconta nei versi di questa raccolta, scritta – come tutte le altre – in dialetto veneziano.

Un punto di vista inusuale, ed una lingua molto feriale, di uso comune quasi, però al tempo stesso intensamente lirica.

Per me fu una autentica rivelazione.

Cominciai allora a leggere le altre poesie di Andrea Longega, a cercarle sul web, a scoprire tutto quello che si diceva di lui.

Andrea Longega è nato a Venezia nel 1967 e vive a Murano, dove credo che faccia l’insegnante.

Di lui amo molte poesie, ma ad occupare un posto molto particolare nel mio cuore sono quelle dedicate alla madre morta.

Quelle hanno scavato un solco profondo dentro di me e in quel solco io trovo una specie di consolazione, quella che nasce da una fratellanza di pensieri, di emozioni, di dolori taciuti, vissuti intimamente e mai rivelati.

Quello che in una parola sola potrei definire così: il pudore dei sentimenti.

Vi presento alcune di queste poesie:

*

Forse da picolo
i me tirava su par el còlo
invense che par sóto i scagi
forse xe sta tuto quel umido
le matine presto a pescar
gambe e brassi
a mògie nei ghèbi

ma me so messo a girar
de nòte par l’isola
(sóra i ponti me fermo
un poco a vardar)

«ti farà la fine
de un can senza parón»
me ga dito un pèr de volte
mia mama a oci bassi
prima de star mal.

Forse da piccolo | mi tiravan su tenendomi per il collo | invece che per sotto le ascelle | forse è stato tutto quell’umido | le mattine presto a pescare | gambe e braccia | immerse nei canali || ma mi sono messo a girare | di notte per l’isola | (sopra i ponti mi fermo | un poco a guardare) || «farai la fine | di un cane senza padrone» | mi ha detto mia mamma | un paio di volte a occhi bassi | prima di star male.

*
*

Te vardo venir vanti
to marìo a brasso
sul pavimento lustro de linoleum
la vestaglia grigia
i cavéi mèzi
senza tinta.
A ogni porta
ti buti l’ocio dentro
fin quando ti te inacorzi de mi
in fondo al coridoio
e ti me ridi
come par strada.

Ti guardo venire avanti | tuo marito a braccio | sul pavimento lucido di linoleum | la vestaglia grigia | i capelli per metà | senza tinta. | Ad ogni porta | guardi dentro | fino a quando ti accorgi di me | in fondo al corridoio | e mi sorridi | come per strada.

*
*

Ti che par telefono ti sigavi
desso ti me disi ciao amore
co un filo de vóse.

Tu che al telefono gridavi | adesso mi dici ciao amore | con un filo di voce.

*

Gavé mai visto
i oseléti quando mor
che la testina tuta piume
no ghe sta più su?

Avete mai visto | gli uccellini quando muoiono | che la testina tutta piume | non gli sta più su?

 

*

31 dicembre 2007
31 dicembre 2008

Ma serviva andar a Roma
par ricordar quel giorno
el mondo fermo
intorno a le spale de mio papà
a na tòla za spareciada
e desso un ano dopo
a Palasso Barberini
l’ora precisa
davanti a Giuditta che taglia
la testa a Oloferne
la pretesa falsa
de un stesso stòrzerse
de l’ànema.

Ma serviva andare a Roma | per ricordare quel giorno | il mondo fermo | intorno alle spalle di mio padre | ad una tavola già sparecchiata | e adesso un anno dopo | a Palazzo Barberini | l’ora precisa | davanti a Giuditta che taglia | la testa a Oloferne | la pretesa falsa | di uno stesso torcersi | dell’anima.

*

Roma Termini/Venezia S. Lucia

Dopo tuti queli sanpierini
che me incaéna i oci
finalmente tornar
al respiro largo dei maségni!

Dopo tutti quei sampietrini | che mi incatenano gli occhi | tornare finalmente | al respiro largo dei masegni!

© Andrea Longega – all rights reserved

***

***

 

“Ho vissuto più di un addio”, il testamento di David Servan-Schreiber

 

Oggi vorrei parlarvi di un libro e di una persona. Il libro si intitola Ho vissuto più di un addio e la persona è il suo autore, David Servan-Schreiber.

Medico e ricercatore di fama internazionale, David all’età di 31 anni scopre di avere un tumore al cervello, che gli lascia pochi mesi da vivere. Non si arrende, lotta strenuamente, e continua a lavorare, a guarire e dare speranza a tanti pazienti ammalati. Dopo una lunga esperienza negli Stati Uniti, come condirettore del laboratorio clinico di Neuroscienze Cognitive presso l’Università di Pittsburgh, fa ritorno in Francia, ma nel 2010 la malattia si ripresenta, portandolo alla morte all’età di cinquant’anni, nel luglio 2011.

Ma non vi fermate alle apparenze, amici miei, non è affatto una storia triste quella che io oggi vi racconto. Al contrario, è la storia di una grande felicità e di un grande amore. Una vita bellissima. 

*

Ho vissuto più di un addio:

il testamento di David Servan-Schreiber

di Maria Amata Di Lorenzo 

*

Cosa significa avere trent’anni e un tumore al cervello che ti lascia poco tempo da vivere. Avere una vita, una carriera davanti, che all’improvviso si spezza di fronte al muro invalicabile della malattia. E tu invece quel muro lo vuoi valicare, anzi lo vuoi abbattere, con la cocciutaggine del tuo essere forte e volitivo, e strappare ancora giorni, forse anni, alla morte che ti incalza.

E ci riesci, lottando come un soldato che va in guerra ogni giorno senza stancarsi, e gli anni ritornano, fioriscono di progetti e di gioie, di figli e di libri, e si ammucchiano e diventano quasi venti. Venti anni da vivere strappati alla malasorte.

Il testamento

Venti anni che un giorno racchiudi in un libro e quel libro è il tuo testamento e si intitola On peut se dire au revoir plusieurs fois. E non è una storia inventata, un romanzo, ma una storia, una vita vera, la vita di David Servan-Schreiber.

Una vita, con il suo testamento finale, splendido e struggente, che tutti ora potete leggere, e conoscere, attraverso questo volume, Ho vissuto più di un addio, uscito in Italia con le edizioni Sperling & Kupfer.

Chi era David

Medico e ricercatore di fama internazionale, David era nato a Neuilly-sur-Seine il 21 aprile 1961. Figlio del notissimo giornalista (fondatore de L’Express), scrittore e uomo politico Jean-Jacques Servan-Schreiber, aveva studiato medicina all’ospedale Necker di Parigi, dove nel 1980 aveva aperto un laboratorio di microinformatica con i primi computer Apple II. Quindi, aveva proseguito la sua formazione medica in Quebec, dapprima alla Laval University e poi alla McGill University, dove si era specializzato in psichiatria.

Nel 1991 aveva conseguito un Ph.D. in intelligenza artificiale presso la Carnegie Mellon University, utilizzando le reti neurali per studiare i meccanismi neuronali alla base di patologie psichiatriche come la depressione e la schizofrenia.

Nel 1992, all’età di 31 anni, scoprì di avere un cancro al cervello e riuscì a guarire grazie a numerose cure (chirurgia, radioterapia e chemioterapia).

Ebbe poi una recidiva da cui guarì nel 2000.

Il ritorno in Francia e la morte

Dopo aver lavorato a lungo negli Stati Uniti, come condirettore del laboratorio clinico di Neuroscienze Cognitive presso l’Università di Pittsburgh, fece ritorno in Francia.

Nel 2010 purtroppo la malattia si ripresenta, e in una forma molto più aggressiva, un glioblastoma di IV grado che lo conduce in poco tempo alla morte, il 24 luglio 2011, all’età di cinquant’anni.

Presto o tardi, sarebbe tornato – diceva  lui – potevo ritardare la scadenza, guadagnare degli anni, ma conoscevo la prognosi. Questa ricaduta mi ha spinto a pormi le domande più serie, forse le più importanti, di tutta la mia vita.”

Nel perenne interrogarsi umano – che senso ha la vita, che senso ha la morte – si cela da sempre l’angoscia degli esseri viventi, quella domanda ultima che ci ronza continuamente nella testa come un insetto dentro un bicchiere rovesciato. Perché tutta la vita è una continua domanda di senso, che pochi però preferiscono affrontare a viso aperto, ed oggi noi viviamo talmente intossicati dalle parole e dai finti sentimenti che quando incontriamo una voce profonda e sincera ne restiamo sconcertati, prima, e poi catturati per sempre.

I libri di David

Ecco perché i libri di David Servan-Schreiber, i suoi due libri precedenti, “Guarire” e “Anticancro”, sono stati letti e tradotti in oltre un milione di copie in tutto il mondo, amatissimi dai suoi tanti ed appassionati lettori. Perché David aveva il pregio di porsi sempre con grande trasparenza davanti agli altri, di non nascondersi mai dietro inutili giri di parole.

Aveva una penna molto felice, David Servan-Schreiber, sapeva scrivere, raccontare, e soprattutto sapeva trasmettere non solo sapere, conoscenze scientifiche, ma riusciva anche ad esprimere – con tono sempre profondo e appassionatamente sincero – la propria interiorità.

Ho vissuto più di un addio

E così questo libro, Ho vissuto più di un addio, che è arrivato da poco nelle librerie italiane, è il suo testamento. Ma non c’è nulla di triste o disperato in quello che lui scrive, solo parole d’amore. Un grande amore per la vita.

Non c’è sconfitta, né rassegnazione in ciò che dice, ma pensiero dopo pensiero è come se la notte scesa a tradimento in fondo al cuore si aprisse a poco a poco lasciando entrare il chiarore delle stelle.

“Scoprirmi fragile, mortale, sofferente, spaventato – confessa David – mi ha aperto gli occhi sullo smisurato tesoro della vita e dell’amore. Tutte le mie priorità sono cambiate, modificando la tonalità emotiva della mia esistenza. Mi sono sentito, paradossalmente, molto più felice di prima”.

Perché di fronte al pensiero della fine ogni cosa appare inevitabilmente sotto una luce diversa.

E, riflessione dopo riflessione, David Servan-Schreiber ci mostra come persino la prova estrema della morte possa dare più ricchezza alla vita. E come ogni cosa che facciamo, e tutto ciò che doniamo, ci farà restare per sempre nel cuore di chi ci ama ed amiamo.

Una lieta e appassionata speranza

È un libro che, paradossalmente, pur parlando della malattia e della morte, ci trasmette un grande amore per la vita, una lieta e appassionata speranza.

Una scrittura palpitante, sincera, attraverso cui ci sembra quasi di poter sentire la voce stessa di David che dice, con la fiducia incrollabile che era propria del suo carattere generoso e solare: “Qualsiasi cosa succeda, ho la ferma speranza che questo addio non sarà l’ultimo…”

*

Dott.ssa Maria Amata Di Lorenzo

Counselor ad Approccio Umanistico Esistenziale • Life Coach e Formatore Psicobiologico del Benessere • Autrice di libri

 

**