Haruki Murakami: le parole creano ponti

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Haruki Murakami: le parole creano ponti 

di Maria Amata Di Lorenzo

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“Shimamoto, ci rivedremo ancora?”
“Forse” disse lei. Sulle sue labbra apparve un lieve sorriso, come un fumo sottile che si leva in una tranquilla giornata senza vento. “Forse.”

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Haruki Murakami mi riconcilia col mondo.

Ogni volta che prendo in mano un suo libro, come al solito letto e riletto tante volte, mi riprometto di andare avanti solo per due o tre pagine e poi invece sono lì a divorarlo per ore, e mi sembra di non averlo letto mai, e non mangio, non bevo, e non vado neppure al bagno… ma, soprattutto, mi viene una gran voglia di scrivere, mi accende dentro il motore della scrittura, e le parole si affollano tutte assieme, vogliono uscire, avere corpo e sostanza, diventare storie.

Perché le parole che lui scrive creano ponti, su cui passano le emozioni, i dolori condivisi e i pensieri, una geografia di sentimenti, impalpabile e universale.

Oggi ho riletto “A sud del confine, a ovest del sole“.

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Hajime aveva vissuto in un universo abitato solo da lui: figlio unico quando, nel Giappone degli anni Cinquanta, era rarissimo non avere fratelli o sorelle, aveva fatto della propria eccezionalità una fortezza in cui nascondersi, un modo per zittire quella sensazione costante di non essere mai lì dove si vorrebbe veramente. Invece un giorno scopre che la solitudine è solo un’abitudine, non un destino: lo capisce quando, a dodici anni, stringe la mano di Shimamoto, una compagna di classe sola quanto lui, forse di più: a distinguerla non c’è solo la condizione di figlia unica, ma anche il suo incedere zoppicante, come se in quel passo faticoso e incerto ci fosse tutta la sua difficoltà a essere una creatura di questo mondo.

Quando capisci che non sei destinato alla solitudine, che il tuo posto nel mondo è solo là dove è lei, capisci anche un’altra cosa: che sei innamorato. Ma Hajime se ne rende conto troppo tardi – è uno di quegli insegnamenti che si imparano solo con l’esperienza – quando ormai la vita l’ha separato da lei. Come il dolore di un arto fantasma, come una leggera zoppia esistenziale, Hajime diventerà uomo e accumulerà amori, esperienze, dolori, errori, ma sempre con la consapevolezza che la vita, la vita vera, non è quella che sta dissipando, ma quell’altra, quella che sarebbe potuta essere con Shimamoto, quella in un altrove indefinito, a sud del confine, a ovest del sole.

“Le illusioni di un tempo non mi avrebbero più aiutato, non avrebbero più creato sogni per me. Non rimaneva che il vuoto, quel semplice vuoto che mi aveva accompagnato per anni e al quale avevo cercato di adattarmi. Ero tornato al punto di partenza, pensai, e dovevo abituarmici. Adesso toccava a me creare sogni per gli altri, sarebbe stato questo il mio nuovo compito. Non conoscevo il potere di questi sogni, ma se la mia vita aveva un significato, era quello di continuare con tutte le mie forze quest’opera. Forse”.

È una storia che afferra il cuore, e che soprattutto fa riflettere.

Se ne esce molto cambiati, perché ciascuno di noi ha avuto un’infanzia e dei sogni, dei sentimenti e delle aspettative che non si sono realizzate. E sono lì, in un angolo oscuro della nostra anima, e ne portiamo le ferite, e dove un tempo c’erano delle ferite adesso ci sono delle cicatrici, che ogni tanto sanguinano.

 

 

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CHI SONO

Mi chiamo Maria Amata Di Lorenzo: scrivo, insegno, aiuto le anime sensibili ad esprimere se stesse nella vita.

Ho scritto testi radiofonici e teatrali e pubblicato libri diffusi fino ad oggi in otto lingue; ho lavorato per più di vent’anni come giornalista e come autrice e consulente editoriale, e ho diretto corsi di scrittura creativa. Contemporaneamente ho studiato per divenire una professionista della relazione d’aiuto, specializzandomi in counseling umanistico esistenziale, terapie naturali, formazione e life coaching a indirizzo psicobiologico.

Aiuto le persone “ad aiutarsi” e per questo mi considero una coltivatrice di esistenze felici.

Aiuto infatti le persone a scoprire e a mettere in pratica il loro potenziale creativo e la saggezza interiore per la loro crescita personale e il benessere, la guarigione e l’autorealizzazione. Se desideri una consulenza con me puoi scrivere a: dottoressa.amata@gmail.com

Perché scriviamo? Per sapere che non siamo soli

perché scriviamo

Perché scriviamo? Per sapere che non siamo soli

di MARIA AMATA DI LORENZO

 

Il grande scrittore di lingua inglese Clive S. Lewis diceva: “Leggiamo per sapere che non siamo soli“.

Ma io aggiungo che noi scriviamo per il medesimo motivo. Scriviamo per sapere che non siamo soli.

Scriviamo per comunicare qualcosa che da personale può assurgere a valore universale se trova negli altri un terreno condiviso.

Così come leggere non è un lusso ma una necessità, scrivere è la stessa cosa, è una necessità esistenziale, anche se non si diventerà mai degli scrittori a tempo pieno, se nella vita si prenderanno altre strade, se si farà un altro mestiere.

Quante volte magari ti è capitato questo: ti sei sentito arrabbiato o triste e allora per sfogarti hai preso carta e penna, scrivendo di getto tutto quello che provavi, e poi alla fine hai sentito come un senso di leggerezza, come se ti fossi liberato di un peso…

Tutto questo è meraviglioso, non ti pare? Ma avviene perché la scrittura nasce dalla nostra interiorità.

L’aspetto più importante della scrittura è proprio questo: scrivere può aiutarci a guarire le ferite del cuore.

Ma cosa c’è prima della scrittura?

Prima della scrittura c’è l’ascolto, lo sguardo, il pensiero. Bisogna allenarsi a queste tre cose, praticamente ogni giorno, come farebbe un atleta.

Che significa?

Significa che ogni giorno bisogna prestare attenzione al mondo che ci circonda, farne oggetto della nostra osservazione, prima, e della nostra riflessione, poi.

La scrittura non nasce nel momento in cui ti siedi a un tavolo e accendi il computer. La scrittura nasce prima, nella trama di ogni giorno, nelle ore trascorse a fare altro, magari il tuo lavoro, o i mestieri di casa, il tempo passato – ma non perso – ad accudire i tuoi familiari, a fare la spesa al supermercato, a passeggiare in un viale, a chiacchierare con un’amica che non vedevi da molto tempo.

Quindi, da oggi in poi, se non l’hai fatto mai oppure l’hai fatto in maniera discontinua, senza pensarci troppo, abituati a sviluppare attenzione verso il mondo che ti sta intorno.

Osservare, ascoltare, e poi annotare: pensieri e riflessioni. Come? Su un taccuino che ti abituerai ad avere sempre con te, scrivendo a mano, perché il pensiero sulla carta fluisce più lentamente ed è in grado di andare più in profondità rispetto alla velocità, pur comoda, di una tastiera di pc.

La prima cosa che dovrai fare, dunque, è proprio di sviluppare questa particolare attitudine.

All’inizio dovrai prestarci un po’ di attenzione, poi invece ti diventerà familiare – come inspirare ed espirare – e sarà la condizione essenziale perché tu possa aprirti al processo creativo della scrittura.

L’ho detto: noi scriviamo per sapere che non siamo soli. Scriviamo per comunicare qualcosa. Qualcosa che gli altri possano condividere.

Scrivere allora è, in un certo senso, necessario. Per me lo è sempre stato, sicuramente. E nel corso degli anni ne acquisto consapevolezza ogni giorno di più.

Ed oggi ho la gioia di condividere con te questa piccola anticipazione: è uscito il mio nuovo libro: Venite, vi porto di là.

È un libro di racconti. Sono “sette racconti per anime sensibili“.

Ci sei anche tu fra queste anime sensibili?

Allora ricevi l’anteprima gratuita del libro.

Un ebook illustrato a colori (in formato pdf) arriverà nella tua casella di posta come mio regalo del cuore per te.

 

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Settembre, il tempo dei nuovi inizi

Settembre, il tempo dei nuovi inizi

di Maria Amata Di Lorenzo

 

Con il mese di agosto che se ne va, anche l’estate irrimediabilmente si allontana… C’è un’indefinibile malinconia, ed anche un’indefinibile dolcezza, in questa stagione che tramonta, non ti pare?

Non ti sembra di sentirti come se fossi sulla soglia di un nuovo inizio?

Comincia il nuovo anno sociale ed il primo di settembre è una specie di primo dell’anno. Tutto riprende, tutto riparte. Ed è tutto un fiorire di idee e di progetti, tutto un mettere a punto splendidi nuovi propositi.

Tutto può succedere. Perché tutto si rimette in moto. Idee, sogni, desideri. In questa terza parte dell’anno ogni cosa riluce di novità e noi possiamo farla accadere.

Qualcosa che si attende

Questo mese di settembre che comincia è senza ombra di dubbio “il mese dei nuovi inizi”, quasi fosse una prova generale del primo dell’anno. Succede infatti che tornando dalle ferie e riprendendo il lavoro di ogni giorno, le nostre occupazioni abituali, ci si senta come sospesi su qualcosa che si attende con un misto di speranza e di sorpresa.

È il passo lento di settembre, che ci invita a riportare al centro le cose che per noi sono importanti, i nostri sogni, i progetti del nostro cuore. E che spesso usa lo strumento, sempre infallibile, dell’insoddisfazione per metterci queste cose sotto gli occhi, altrimenti noi andremmo avanti, avanti e sempre avanti, con il pilota automatico, senza capire nulla, e senza accorgerci neppure della nostra insoddisfazione, oppure provando ad anestetizzarla con false gioie, con falsi riempitivi che non ci nutrono davvero “dentro”, dove noi abbiamo più bisogno di essere nutriti.

A settembre, come succede anche ai primi di gennaio, si è presi da una grande euforia, da un voler cominciare tante cose ma poi il rischio è di non portarne veramente a termine nessuna. Perché? Perché accade così spesso che i bei propositi e i progetti del primo di settembre naufraghino esattamente come quelli del primo dell’anno?

Perché sono troppi. Perché sono esagerati. Perché sono irrealistici.

Come puoi pensare di fare in un mese quello che non hai mai fatto per tanti anni? Se fai così, parti di sicuro col piede sbagliato. Come fare allora per ripartire col piede giusto?

Inizia da una cosa, una soltanto. E non abbandonarla, non stufarti, non mollarla, finché non l’hai realizzata compiutamente, soltanto allora volgiti a un altro progetto messo in cantiere, quello che è il numero due della tua lista di proponimenti.

Il cassetto dei tuoi sogni

Che cosa tieni nascosto nel cassetto dei tuoi sogni? Che progetto o programma vorresti realizzare fin da subito in questo mese di settembre?

Le nuove abitudini sono la chiave del cambiamento.

Ma le abitudini sono difficili da cambiare, come è difficile acquisire nuovi stili di vita. Un nuovo modus vivendi, infatti, non lo realizzi dalla sera alla mattina. Occorre costanza, ripetizione.

Non è necessario però per te fare dei grandi sconvolgimenti, potresti non essere in grado di modificare in modo profondo e radicale la tua esistenza e ciò potrebbe causarti molto dolore, stallo e frustrazione.

Basta che tu cominci a introdurre una cosa, una cosa soltanto.

 

settembre secondo littleword

 

Un segreto nascosto in fondo alla tua anima

Basta che tu cominci a introdurre una cosa, una cosa soltanto, che magari volevi fare da mesi, se non addirittura da anni, e ti è mancato sempre il tempo, il coraggio, e la forza di volontà per dire: “Bene, adesso io la incomincio, adesso la faccio!”

Che cos’è questa cosa? Solo tu lo puoi sapere.

Questa piccola e bella novità che dà gioia al tuo cuore è un segreto nascosto in fondo alla tua anima.

Potrebbe essere imparare a suonare uno strumento musicale, oppure a dipingere, o magari decidere di spegnere la TV la sera per poterti dedicare alla lettura di qualche buon libro, che nutra il tuo spirito e la tua fantasia.

Potrebbe essere il cominciare ad adottare uno stile di vita più sano: mangiare meno e meglio, dormire 7-8 ore di fila, fare attività fisica all’aria aperta.

Potrebbe essere l’avvicinarti a rigeneranti pratiche spirituali come la meditazione e la preghiera, a cui ti potrai accostare gradualmente, un poco alla volta, specie se non l’hai fatto mai in vita tua e senti al riguardo un certo impaccio. Presto però ne assaporerai i benefici.

Non è mai troppo tardi

Cambiare le cose in modo creativo introducendo qualche novità può farci molto bene, lo sapevi? Questo processo di sperimentazione è rigenerante per la nostra psiche.

E lo sai? Non è mai troppo tardi per poter fare ciò che ci piace e che ci rende felici.

Inizia da una cosa, una soltanto.

A partire da adesso e per tutto l’autunno, in vista del nuovo anno che verrà, devi capire quali sono i tuoi obiettivi ed i passi giusti da compiere.

Devi capire:

  • cosa iniziare
  • cosa rivedere
  • cosa potenziare
  • cosa eliminare.

Questo è molto importante.

Pianifica allora la tua ripresa passo passo e non cedere alla pigrizia, allo strascico di fine estate che ancora ti vorrebbe immerso nel bel dolce-far-niente, ma concediti nuovi inizi, dentro e fuori.

 

iniziate dall'amore non vi è cosa più grande

 

Un viaggio nel profondo di te stesso

Apri il tuo cuore a nuove cose: sai già in che direzione vorresti andare? Se non conosci la vera, reale direzione del tuo cuore nessun vento ti sarà mai favorevole.

Ma il cuore purtroppo, lo sai anche tu, non è mai veramente libero di volare negli spazi della sua fantasia, tante volte invece è oppresso da mille fatiche, paure, costrizioni.

Non sempre, infatti, siamo pronti per ricevere quello che desideriamo, ed è per questo che ci è necessario lavorare su noi stessi.

Questo lavoro interiore, che è abbastanza difficile da portare avanti da soli, privi di accompagnamento, favorisce un grande e benefico rilascio emozionale, che coincide con una presa di coscienza e di autoconsapevolezza che porta con sé, non di rado, il bisogno di allontanarsi da persone o da situazioni che non sono più in linea con i valori profondi del nostro essere.

Un viaggio nel profondo di noi stessi è forse il regalo più bello che possiamo farci, per non sprofondare nella noia, nell’inquietudine e nella fatica della nostra esistenza quotidiana e per ritornare ad avere fiducia nel futuro.

Dice un proverbio arabo: “Lancia il tuo cuore davanti a te, e corri a raggiungerlo“.

Ecco, io ti auguro proprio questo. Ti auguro una buona ripartenza e il coraggio di vivere la vita che il tuo cuore veramente desidera.

 

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CHI SONO

Mi chiamo Maria Amata Di Lorenzo: scrivo, insegno, aiuto le anime sensibili ad esprimere se stesse nella vita.

Ho scritto testi radiofonici e teatrali e pubblicato libri diffusi fino ad oggi in otto lingue; ho lavorato per più di vent’anni come giornalista e come autrice e consulente editoriale, e ho diretto corsi di scrittura creativa. Contemporaneamente ho studiato per divenire una professionista della relazione d’aiuto, specializzandomi in counseling umanistico esistenziale, terapie naturali, formazione e life coaching a indirizzo psicobiologico.

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Scrivere per stare meglio

scrivere per stare meglio

Scrivere per stare meglio

di MARIA AMATA DI LORENZO

 

La scrittura  è sempre stata per me un modo di conoscermi, ed anche un modo di prendermi cura di me stessa.

Qualcosa di vitale, come mangiare e come respirare, che non ha nulla a che vedere con la pubblicazione.

Pubblicare e scrivere, infatti, sono due cose molto differenti.

La seconda, scrivere, dà in definitiva molta più soddisfazione della prima, è una soddisfazione di tipo interiore, molto intima, che rimane e che appaga molto di più che vedere una pila dei propri libri in bella mostra nelle librerie. Questa infatti è una soddisfazione di breve respiro, che dura solo un attimo e poi passa. La scrittura, invece, è qualcosa che resta.

Molte persone che conosco, le quali vorrebbero scrivere ma non lo fanno, il più delle volte per mancanza di tempo, dicono che ritagliarsi un momento per scrivere è una specie di miraggio, una cosa quasi impossibile, considerata la loro fitta agenda di impegni.

Sembra a conti fatti un lusso, che non tutti possono permettersi nel turbinio della vita moderna. Ma ne siamo sicuri?

E se scrivere invece non fosse un lusso ma una necessità?

Se invece fosse un modo semplice, eloquente, persino necessario per raggiungere la pienezza emotiva, spirituale e psichica? Per sintetizzare pensieri e sentimenti, e capire come essi agiscano sugli eventi della nostra vita e viceversa?

Se scrivere fosse invece una funzione umana importante e servisse a mantenere e a migliorare la nostra salute psichica e fisica, allo stesso modo in cui lo fanno il cibo sano, l’aria pulita, il sonno, l’esercizio fisico e tutte le altre pratiche di benessere spirituale?

 

“Uscire dalla fossa”

La scrittrice americana Alice Walker, autrice del famoso romanzo Il colore viola (da cui alcuni anni fa è stato tratto un film di grande successo), ha detto che scrivere è “una questione di necessità, e che si scriva per salvare la propria vita è la pura verità; finora per me la scrittura è stata una scala davvero salda per uscire dalla fossa”.

Immagine molto forte, questa della “fossa”, però rende assai bene l’idea. È una metafora potente. Vuol dire che se c’è una fossa, c’è anche una “scala” che rappresenta una via di uscita, sicura e affidabile: questa scala è la scrittura. Noi dobbiamo usarla per raggiungere la libertà e la salvezza.

Scriviamo allora per fare luce dentro di noi, per imparare a stare meglio. Ne trarremo un gran beneficio, te lo assicuro.

Come ho già scritto in questo post, noi scriviamo per sapere che non siamo soli. Scriviamo per comunicare qualcosa. Qualcosa che gli altri possano condividere. Scrivere allora è, in questo senso, necessario.

Lo è sempre stato per me, te lo confesso, e lo sarà sempre.

Ed oggi ho la gioia di condividere con te l’uscita del mio nuovo libro: Venite, vi porto di là.

È un libro di racconti. Sono “sette racconti per anime sensibili“.

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Aiuto le persone “ad aiutarsi” e per questo mi considero una coltivatrice di esistenze felici.

Aiuto infatti le persone a scoprire e a mettere in pratica il loro potenziale creativo e la saggezza interiore per la loro crescita personale e il benessere, la guarigione e l’autorealizzazione. Se desideri una consulenza con me puoi scrivere a: dottoressa.amata@gmail.com


 

 

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La sfortuna in amore non esiste

La sfortuna in amore non esiste - post

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di Maria Amata Di Lorenzo

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Chissà quante volte abbiamo sentito dire un frase come questa: “Sono sfortunato in amore, non trovo mai nessuno che mi voglia bene veramente!”

E gli anni intanto passano.

E mentre gli altri, quelli “fortunati”, si costruiscono una vita, con una casa, dei figli, una famiglia, si resta da soli, e sempre più malinconici, anno dopo anno, con un desiderio di felicità rimasto nel cuore, e mai appagato.

Vi confesso che qualche volta l’ho pensato anch’io, e anche io ho dato la colpa alla sfortuna se non incontravo la mia “anima gemella”.

Ma studiando psicologia si impara che il locus of control esterno è un approccio sbagliato alla vita.

Attribuire la “colpa” di quel che ci accade a qualcosa che è fuori di noi, questo vuol dire il “locus of control esterno”, qualcosa che non possiamo controllare e con cui non possiamo farci niente, come può essere una fantomatica Dea Fortuna, che – si sa – è bendata nell’immaginario collettivo, vuol dire una cosa sola: la vita non è tua, e tu hai delegato ad altri  il tuo potere personale, non lo possiedi, sei in una condizione di debolezza.

 

la sfortuna in amore non esiste

«Non mi ama proprio nessuno…»

 

«Mi è andata male pure questa volta, si vede che era la persona sbagliata…».

Che cosa significano pensieri come questi?

Quante volte l’abbiamo sentito proferire dalla bocca dagli altri, e chissà quante volte l’abbiamo detto pure noi, o – se non proprio detto – l’abbiamo pensato almeno qualche volta nel segreto del nostro cuore.

Che cosa vogliono dire?

Questi pensieri sono il segno evidente di un’antica ferita mai rimarginata, e per questo ancora dolorosa. Sono l’impronta di un bisogno d’amore che col passare degli anni è rimasto sempre inevaso.

Non avere nessuno con cui dividere la vita, le emozioni, su cui riversare l’amore e da cui ricevere amore. È una condizione comune a molti.

Molti di noi non si sentono compresi, ma abbandonati, soli pur non essendo mai veramente soli, non amati oppure amati male o troppo poco.

Sentimenti che spesso hanno origini antiche: in un’esperienza affettiva non felice vissuta nell’infanzia, che si è radicata profondamente influenzando tutte le successive relazioni.

Le ferite dei non amati partono da molto lontano e hanno radici profonde.

Sono l’impronta di un bisogno affettivo, di nutrimento e di accudimento, che con il passare degli anni e malgrado le esperienze vissute è però rimasto sempre inappagato.

La ragione di ciò che noi viviamo come fallimento e come “vuoto” affettivo sta solo nel passato, in quel tempo della nostra prima infanzia in cui abbiamo vissuto la cosiddetta fase dell’attaccamento, una fase che va da zero a tre anni.

Anni davvero cruciali per la nostra crescita emotiva, come ci insegna John Bowlby. È lì infatti che si creano dei modelli e noi viviamo ogni cosa in modo “poroso”, assorbendo come spugne dal mondo circostante.

Se in questi primi anni abbiamo avuto una madre con un comportamento evitante o
ambivalente nei nostri confronti, o magari un padre assente, ecco che si sono creati allora i
presupposti per la nascita di quella lunga serie di rapporti disfunzionali che poi vivremo da adulti con grande sofferenza emotiva e psichica: ossessioni amorose, relazioni con persone già impegnate oppure sfuggenti, innamoramenti a senso unico.

Dentro di noi, in una parte molto profonda di noi stessi, inaccessibile alla nostra coscienza, c’è stato un tempo in cui si sono prodotte delle ferite emotive, e quelle ferite adesso attendono di essere comprese e risanate.

La posta in gioco, infatti, è molto alta: si tratta della nostra felicità affettiva.

Far finta che esse non ci siano vanifica tutta la nostra esistenza.

Pensiamo al caso di un bambino che durante la sua infanzia ha sempre visto i suoi genitori come persone distaccate e poco affettive.

Non ci possiamo sorprendere allora se quel bambino crescendo e diventando uomo cercherà una compagna con le stesse caratteristiche: fredda e ambivalente. Che non lo amerà come lui desidera essere amato, con tenerezza e passione e totalità di sentimenti.

Questo meccanismo in realtà non è un atteggiamento consapevole, ma la riattuazione di un modello di affettività appreso durante l’infanzia.

Un meccanismo inconscio, che scava un solco sovente profondo dentro il cuore e genera molta sofferenza per gli anni a venire.

È da lì che allora dobbiamo partire. È necessario prendere consapevolezza, ed anche fare un profondo lavoro interiore, per disinnescare questo meccanismo inconscio che perpetua uno stato di solitudine affettiva.

Il primo atto è la consapevolezza, il secondo è il perdono.

Forse adesso sei molto arrabbiato con i tuoi genitori, e provi del risentimento per quello che loro non ti hanno saputo dare, per gli anni che hai vissuto male, per il tempo che non ritornerà più e tu lo senti chiaramente dentro di te, lo senti quasi con spasimo e con struggente malinconia, che gli anni migliori se ne sono andati via e con essi anche la vita che non hai potuto vivere nella pienezza della felicità “per colpa loro”.

Ma pensaci bene.

Tuo padre ormai non c’è più da molti anni, ed anche tua madre è morta oppure è molto anziana, è fragile come un fuscello nella sua vecchiaia un po’ penosa, con le sue idee fisse, sempre quelle. Che cosa mai potresti dirgli o dirle ora?

Di che cosa li potresti rimproverare?

Forse loro stessi hanno ricevuto delle profonde ferite nella loro vita, quando erano molto piccoli. In genere è così che succede. Ci hai mai pensato?

Se è andata così, come avrebbero potuto dare a te quello che neppure loro avevano conosciuto? Come potevano agire in modo diverso se a loro volta non erano stati amati o erano stati amati poco o male, se l’amore vero non era mai entrato nella loro vita?

Pensaci, dunque, e perdona. Perdona e comprendi.

È necessario spezzare la catena di dolore che ci lega al passato ed uscire dal carcere emotivo e psichico in cui il rifiuto e l’abbandono un giorno ci hanno rinchiuso, per poter vivere una vita che sia degna di essere vissuta. Sotto il segno dell’amore, quello vero.

E nell’istante in cui tu chiuderai la porta sul tuo passato, perdonando tutte le persone che ti hanno fatto soffrire, non solo tuo padre e tua madre ma tutte le persone che hai amato soffrendo a causa loro, perdonando infine anche te stesso per aver permesso loro di farti soffrire, ti sentirai pronto a ricevere l’amore.

Che è già presente nella tua vita, solo che tu non lo conosci ancora e non lo vedi, non riesci  a vederlo perché è avvolto da quel doloroso cono d’ombra che da troppo tempo sta intorno al tuo cuore. Lo apri e trovi la luce e il calore che ti fanno stare bene e di cui hai bisogno.

Lo apri e trovi tutto l’amore che era lì da sempre ad aspettarti.

***

E voi, avete vissuto o state vivendo al momento presente una situazione simile?

Scrivetelo qui sotto nei commenti, o se lo preferite contattatemi in privato.

 

 


CHI SONO

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Ho scritto testi radiofonici e teatrali e pubblicato libri diffusi fino ad oggi in otto lingue; ho lavorato per più di vent’anni come giornalista e come autrice e consulente editoriale, e ho diretto corsi di scrittura creativa. Contemporaneamente ho studiato per divenire una professionista della relazione d’aiuto, specializzandomi in counseling umanistico esistenziale, terapie naturali, formazione e life coaching a indirizzo psicobiologico.

Aiuto le persone “ad aiutarsi” e per questo mi considero una coltivatrice di esistenze felici.

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Le emozioni negative ci fanno ammalare

le emozioni negative ci fanno ammalare

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di Maria Amata Di Lorenzo

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Le emozioni negative ci fanno ammalare.

Non soltanto “dentro”, nella nostra dimensione interiore, vale a dire psichica, ma ci fanno ammalare anche “fuori”, nel nostro corpo fisico, traducendosi molto spesso in una malattia organica.

Perché la psiche e il corpo sono legati tra loro, e non esiste un benessere che sia solo emotivo oppure fisico. Vanno a braccetto, e dobbiamo prendercene cura con le dovute attenzioni.

Vi presento una storia emblematica.

 

emozioni negative - Denise

emozioni negative

Da bambina, Denise cambiò spesso casa a causa della dipendenza del padre dal gioco d’azzardo. La famiglia veniva continuamente sradicata per sfuggire ai creditori. Non c’erano mai abbastanza soldi né cibo, e quasi ogni giorno Denise e i suoi fratelli andavano a scuola affamati.

Quando Denise aveva vent’anni, il suo fidanzato la picchiò e lei riportò lesioni multiple che però nascose alla famiglia e agli amici.

Una mattina si svegliò e scoprì che riusciva a stento a camminare. Era talmente sfinita che riuscì a mala pena a telefonare per chiedere aiuto.

Alla fine il medico le diagnosticò una grave forma di anemia.

Dopo aver parlato con lei, ci rendemmo conto che aveva toccato il fondo a livello sia fisico sia emotivo.

Ciò che desiderava ardentemente era il sostegno della sua famiglia, ma non lo aveva. E dal momento che non lo aveva mai avuto, non sapeva dove cercarlo.

Denise percepiva il mondo come un posto pericoloso e solitario, e non era in grado di fidarsi nemmeno dei suoi amici più intimi.

Era molto solidale e comprensiva con amici e familiari, una di quelle persone a cui la gente si rivolgeva per parlare dei propri problemi. Tuttavia, era talmente sensibile alle esigenze degli altri che tendeva ad assorbire il dolore emotivo e fisico di chi le stava intorno.

Siccome lo aveva fatto per anni senza una valvola di sfogo per le sue stesse paure, il suo corpo iniziò a reagire allo stress.

Denise era emotivamente e fisicamente anemica, perciò era importante identificare sia le “perdite” energetiche che quelle ematologiche. Una lettura medica intuitiva ci aiutò a individuare le aree in cui stava disperdendo eccessivamente la sua energia vitale, ovvero la relazione malsana con il fidanzato e con la famiglia.

Il passo successivo fu individuare le “perdite” nel corpo. Dovevamo capire quale fosse la causa della perdita dei globuli rossi che la rendeva anemica.

Dissi a Denise di andare dal suo medico per farsi prescrivere la conta completa delle cellule ematiche (CBC). Questo esame consiste nell’analisi di tutte le componenti del sangue, e ci avrebbe aiutato a trovare la causa della sua malattia.

Molti medici cercano di curare l’anemia semplicemente prescrivendo ai pazienti un integratore di ferro, quale ne sia la causa. Tuttavia, trascurare la ragione sottostante l’anemia può portare all’insorgenza di problemi più gravi:

1. Perdita dei globuli rossi: potrebbe essere il risultato di un trauma (Denise era stata picchiata dal fidanzato, non sappiamo quanto gravemente), di un’ulcera gastrica, di cicli mestruali molto abbondanti, della presenza di sangue nelle urine o di lesioni interne.

2. Produzione insufficiente di globuli rossi: può dipendere da una carenza di ferro (ecco perché di solito i medici lo prescrivono), da fattori ereditari compresa la talassemia, dall’uso di alcol e droghe, da malattie croniche come l’ipotiroidismo, da una ridotta produzione di ormoni da parte delle ghiandole surrenali, dall’epatite cronica o da una carenza di B12 e acido folico.

3. Distruzione dei globuli rossi: può dipendere da un ingrossamento della milza, dal lupus, dagli effetti collaterali di farmaci come la penicillina o il sulfonamide, dalla mononucleosi o da altre infezioni virali.

Soffermandosi solo sull’età di Denise (non ancora in menopausa), la maggior parte delle persone avrebbe dedotto che l’anemia fosse una conseguenza di cicli mestruali abbondanti. Se questo fosse stato vero, la cura di ferro sarebbe stata un toccasana per lei. Tuttavia, analizzando i risultati del suo test CBC, notammo che il numero di globuli rossi immaturi (chiamati reticolociti) presenti nel sangue era esiguo. Ciò significava che non stava producendo sufficienti globuli rossi.

Carenza di ferro, perdite ematiche e cicli mestruali abbondanti non erano il problema. Osservando la dimensione dei suoi globuli rossi (quelli di Denise erano più grandi della norma), il suo medico ipotizzò che avesse una malattia molto rara chiamata anemia macrocitica, causata da una dieta a basso contenuto di vitamina B12 e da una ridotta capacità di assorbirla, a causa di stress di lunga durata e dell’uso di antiacidi.

Verificammo i nostri sospetti eseguendo un altro esame del sangue per misurare la quantità di B12 e scoprimmo che avevamo ragione.

Grazie alle cure di un infermiere specializzato, Denise fece regolarmente iniezioni di questa vitamina finché i suoi livelli non si normalizzarono.

Iniziò ad assumere un complesso multivitaminico B e si sottopose regolarmente a esami del sangue per monitorare i livelli di B12 e assicurarsi che la stesse assorbendo.

Per eliminare l’ostacolo all’assorbimento, indirizzai Denise da un agopunturista ed erborista cinese affinché trattasse l’ansia e l’acidità di stomaco.

Oltre al counseling di coppia per lavorare sui fattori di stress nel rapporto con il fidanzato, Denise iniziò anche ad assumere una miscela di erbe contenente rhizoma Atractylodis macrocephalae, Radix Codonopsis pilosulae e altre erbe troppo numerose per essere elencate in questa sede.

Denise iniziò anche a lavorare con le affermazioni per favorire la salute generale del sangue (“Sono la gioia della vita che si esprime e riceve in perfetta armonia. Idee nuove e gioiose circolano liberamente dentro di me”); per contrastare l’anemia (“È sicuro per me provare gioia in ogni area della vita. Amo la vita”) e l’affaticamento (“Sono entusiasta della vita e sono piena di energia ed entusiasmo”).

Lavorare per cambiare modo di pensare l’ha aiutata a riportare la gioia nella sua vita, a rilasciare le paure e a rendersi conto del suo valore.

Nel giro di sei mesi Denise guarì dall’anemia.

 

emozioni negative

 

Questa storia, che ho tratto dal libro Guarisci te stesso di Louise Hay e Mona Lisa Schulz (My Life, 2013 – tutti i diritti riservati), è una storia davvero emblematica, e ci fa capire la forza – benevola oppure distruttiva – che hanno le emozioni, quanto possono farci del male le emozioni negative, e come i sentimenti siano la parte più importante della nostra vita, nonostante oggi si viva all’insegna del “ma chi se ne importa“.

Però poi a un certo punto è il corpo che si mette a parlare, e lo fa attraverso una malattia, per ricordarci che abbiamo un cuore, e che quel cuore va ascoltato, non è semplicemente un muscolo che pompa sangue e ci mantiene in vita, ma è la nostra stessa vita, che ci parla con la lingua delle emozioni e dei sentimenti.

E voi, avete vissuto o state vivendo al momento presente una situazione che è simile  a quella di Denise?

Scrivetelo qui sotto nei commenti, oppure se lo preferite contattatemi in privato.

 

emozioni negative

 

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volto di Amata

CHI SONO

Mi chiamo Maria Amata Di Lorenzo: scrivo, insegno, aiuto le anime sensibili ad esprimere se stesse nella vita.

Ho scritto testi radiofonici e teatrali e pubblicato libri diffusi fino ad oggi in otto lingue; ho lavorato per più di vent’anni come giornalista e come autrice e consulente editoriale, e ho diretto corsi di scrittura creativa. Contemporaneamente ho studiato per divenire una professionista della relazione d’aiuto, specializzandomi in counseling umanistico esistenziale, terapie naturali, formazione e life coaching a indirizzo psicobiologico.

Aiuto le persone “ad aiutarsi” e per questo mi considero una coltivatrice di esistenze felici.

Aiuto infatti le persone a scoprire e a mettere in pratica il loro potenziale creativo e la saggezza interiore per la loro crescita personale e il benessere, la guarigione e l’autorealizzazione. Se desideri una consulenza con me puoi scrivere a: dottoressa.amata@gmail.com


 

“Ho vissuto più di un addio”, il testamento di David Servan-Schreiber

il testamento di David Servan-Schreiber

 

Oggi vorrei parlarvi di un libro e di una persona. Il libro si intitola Ho vissuto più di un addio e la persona è il suo autore, David Servan-Schreiber.

Medico e ricercatore di fama internazionale, David all’età di 31 anni scopre di avere un tumore al cervello, che gli lascia pochi mesi da vivere. Non si arrende, lotta strenuamente, e continua a lavorare, a guarire e dare speranza a tanti pazienti ammalati. Dopo una lunga esperienza negli Stati Uniti, come condirettore del laboratorio clinico di Neuroscienze Cognitive presso l’Università di Pittsburgh, fa ritorno in Francia, ma nel 2010 la malattia si ripresenta, portandolo alla morte all’età di cinquant’anni, nel luglio 2011.

Ma non vi fermate alle apparenze, amici miei, non è affatto una storia triste quella che io oggi vi racconto. Al contrario, è la storia di una grande felicità e di un grande amore. Una vita bellissima. 

*

di Maria Amata Di Lorenzo

*

Cosa significa avere trent’anni e un tumore al cervello che ti lascia poco tempo da vivere. Avere una vita, una carriera davanti, che all’improvviso si spezza di fronte al muro invalicabile della malattia. E tu invece quel muro lo vuoi valicare, anzi lo vuoi abbattere, con la cocciutaggine del tuo essere forte e volitivo, e strappare ancora giorni, forse anni, alla morte che ti incalza.

E ci riesci, lottando come un soldato che va in guerra ogni giorno senza stancarsi, e gli anni ritornano, fioriscono di progetti e di gioie, di figli e di libri, e si ammucchiano e diventano quasi venti. Venti anni da vivere strappati alla malasorte.

Il testamento

Venti anni che un giorno racchiudi in un libro e quel libro è il tuo testamento e si intitola On peut se dire au revoir plusieurs fois. E non è una storia inventata, un romanzo, ma una storia, una vita vera, la vita di David Servan-Schreiber.

Una vita, con il suo testamento finale, splendido e struggente, che tutti ora potete leggere, e conoscere, attraverso questo volume, Ho vissuto più di un addio, uscito in Italia con le edizioni Sperling & Kupfer.

Chi era David

Medico e ricercatore di fama internazionale, David era nato a Neuilly-sur-Seine il 21 aprile 1961. Figlio del notissimo giornalista (fondatore de L’Express), scrittore e uomo politico Jean-Jacques Servan-Schreiber, aveva studiato medicina all’ospedale Necker di Parigi, dove nel 1980 aveva aperto un laboratorio di microinformatica con i primi computer Apple II. Quindi, aveva proseguito la sua formazione medica in Quebec, dapprima alla Laval University e poi alla McGill University, dove si era specializzato in psichiatria.

Nel 1991 aveva conseguito un Ph.D. in intelligenza artificiale presso la Carnegie Mellon University, utilizzando le reti neurali per studiare i meccanismi neuronali alla base di patologie psichiatriche come la depressione e la schizofrenia.

Nel 1992, all’età di 31 anni, scoprì di avere un cancro al cervello e riuscì a guarire grazie a numerose cure (chirurgia, radioterapia e chemioterapia).

Ebbe poi una recidiva da cui guarì nel 2000.

Il ritorno in Francia e la morte

Dopo aver lavorato a lungo negli Stati Uniti, come condirettore del laboratorio clinico di Neuroscienze Cognitive presso l’Università di Pittsburgh, fece ritorno in Francia.

Nel 2010 purtroppo la malattia si ripresenta, e in una forma molto più aggressiva, un glioblastoma di IV grado che lo conduce in poco tempo alla morte, il 24 luglio 2011, all’età di cinquant’anni.

Presto o tardi, sarebbe tornato – diceva  lui – potevo ritardare la scadenza, guadagnare degli anni, ma conoscevo la prognosi. Questa ricaduta mi ha spinto a pormi le domande più serie, forse le più importanti, di tutta la mia vita.”

Nel perenne interrogarsi umano – che senso ha la vita, che senso ha la morte – si cela da sempre l’angoscia degli esseri viventi, quella domanda ultima che ci ronza continuamente nella testa come un insetto dentro un bicchiere rovesciato. Perché tutta la vita è una continua domanda di senso, che pochi però preferiscono affrontare a viso aperto, ed oggi noi viviamo talmente intossicati dalle parole e dai finti sentimenti che quando incontriamo una voce profonda e sincera ne restiamo sconcertati, prima, e poi catturati per sempre.

I libri di David

Ecco perché i libri di David Servan-Schreiber, i suoi due libri precedenti, “Guarire” e “Anticancro”, sono stati letti e tradotti in oltre un milione di copie in tutto il mondo, amatissimi dai suoi tanti ed appassionati lettori. Perché David aveva il pregio di porsi sempre con grande trasparenza davanti agli altri, di non nascondersi mai dietro inutili giri di parole.

Aveva una penna molto felice, David Servan-Schreiber, sapeva scrivere, raccontare, e soprattutto sapeva trasmettere non solo sapere, conoscenze scientifiche, ma riusciva anche ad esprimere – con tono sempre profondo e appassionatamente sincero – la propria interiorità.

Ho vissuto più di un addio

E così questo libro, Ho vissuto più di un addio, che è arrivato da poco nelle librerie italiane, è il suo testamento. Ma non c’è nulla di triste o disperato in quello che lui scrive, solo parole d’amore. Un grande amore per la vita.

Non c’è sconfitta, né rassegnazione in ciò che dice, ma pensiero dopo pensiero è come se la notte scesa a tradimento in fondo al cuore si aprisse a poco a poco lasciando entrare il chiarore delle stelle.

“Scoprirmi fragile, mortale, sofferente, spaventato – confessa David – mi ha aperto gli occhi sullo smisurato tesoro della vita e dell’amore. Tutte le mie priorità sono cambiate, modificando la tonalità emotiva della mia esistenza. Mi sono sentito, paradossalmente, molto più felice di prima”.

Perché di fronte al pensiero della fine ogni cosa appare inevitabilmente sotto una luce diversa.

E, riflessione dopo riflessione, David Servan-Schreiber ci mostra come persino la prova estrema della morte possa dare più ricchezza alla vita. E come ogni cosa che facciamo, e tutto ciò che doniamo, ci farà restare per sempre nel cuore di chi ci ama ed amiamo.

Una lieta e appassionata speranza

È un libro che, paradossalmente, pur parlando della malattia e della morte, ci trasmette un grande amore per la vita, una lieta e appassionata speranza.

Una scrittura palpitante, sincera, attraverso cui ci sembra quasi di poter sentire la voce stessa di David che dice, con la fiducia incrollabile che era propria del suo carattere generoso e solare: “Qualsiasi cosa succeda, ho la ferma speranza che questo addio non sarà l’ultimo…”

 

*

 


CHI SONO

Mi chiamo Maria Amata Di Lorenzo: scrivo, insegno, aiuto le anime sensibili ad esprimere se stesse nella vita.

Ho scritto testi radiofonici e teatrali e pubblicato libri diffusi fino ad oggi in otto lingue; ho lavorato per più di vent’anni come giornalista e come autrice e consulente editoriale, e ho diretto corsi di scrittura creativa. Contemporaneamente ho studiato per divenire una professionista della relazione d’aiuto, specializzandomi in counseling umanistico esistenziale, terapie naturali, formazione e life coaching a indirizzo psicobiologico.

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Mai ‘na gioia

mai na gioia

Mai ‘na gioia

di MARIA AMATA DI LORENZO

 

Abito da alcuni anni nel gelido e profondo nord, ma quando ancora vivevo a Roma, la mia città, mi capitò un giorno – mentre camminavo lungo una strada assolata – di essere attratta da una scritta che compariva sul muro di cinta di un palazzo.

Era in stampatello, a lettere cubitali, e diceva: MAI ‘NA GIOIA.

Rimasi a guardarla per un po’, meravigliata di trovare scritto su un muro un concetto che avevo già sentito alcune volte pronunciare da persone sfiduciate al culmine della loro tristezza esistenziale: mai ‘na gioia... ed era sottinteso il seguito di quel pensiero: “nella mia vita non c’è stato mai un giorno felice“.

Ma chi era che aveva scritto quel pensiero sul muro? Impossibile saperlo.

E perché lo aveva fatto? Per effetto della sua profonda tristezza, che tracimava in scontento, e che doveva essere condivisa con quante più persone possibili, con dei passanti sconosciuti…

Un atto di coraggio, di rivolta? Anche, ma soprattutto un atto di consapevolezza.

Una cosa molto buona, tanto più buona, miei cari amici, del finto ottimismo che trasuda da tante bacheche dei social network e dalle riviste patinate che si vendono in edicola.

La consapevolezza è una cosa molto buona perché ci permette di ri-costruire, di rifondare la nostra vita. Ad occhi aperti.

Perciò noi dobbiamo ricercarla attivamente, ponendo insieme e facendo dialogare il pessimismo dell’intelligenza con l’ottimismo della volontà.

La dobbiamo ricercare, mettendo da parte la girandola frenetica dei nostri impegni quotidiani.

Non la possiamo trovare, infatti, nel caos delle nostre giornate zeppe di impegni di casa e di lavoro, e poi di diversivi ricercati per non pensare e non far caso al vuoto che ci cresce dentro.

Noi quel vuoto lo dobbiamo conoscere, e lo dobbiamo ascoltare.

La consapevolezza è il primo passo per uscire dalla nebbia dello scontento, è un processo interiore che ci mette davanti alla realtà nuda e cruda perché solo
in questo modo noi la possiamo cambiare.

Non per lamentarci, non per autocommiserarci, ma per dare un nome preciso a quello scontento e per liberarcene con opportuni salutari cambiamenti.

Fare chiarezza è il primo passo. Fermarsi. Prendersi un po’ di tempo, noi da soli in una stanza, magari con una penna e un foglio in mano.

Sarà un momento di svolta.

Sarà un momento di svolta, amici miei, perché non sarà più sterile lamentela che ci frigge il cuore ma nuova consapevolezza, che giunge a ondate dentro di noi e ci dona un cielo limpido e sereno: la nostra mente centrata e collegata al sentire del nostro cuore.

Solo da lì possiamo ripartire.

 

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La scrittura come medicina

scrittura come medicina

La scrittura come medicina

di MARIA AMATA DI LORENZO

 

Da diversi anni a questa parte ricevo frequentemente delle richieste di questo tipo: che cosa si deve fare per pubblicare un libro?

Me lo chiedono assai spesso delle persone che non hanno nulla a che fare col mestiere di scrivere e col mondo editoriale. E se io domando a ciascuno di loro: perché vuoi farlo? perché vuoi pubblicare il tuo libro? La risposta invariabilmente è: perché voglio raccontare la mia vita, mi sono successe tante cose, difficili, dolorose, incredibili, e voglio dirle attraverso un libro.

Comprendo perfettamente questo tipo di molla interiore che muove un simile desiderio, però il concetto di fondo è sbagliato.

Si scrive innanzitutto per sé, non in vista di una pubblicazione. Non si decide a tavolino di diventare uno scrittore, una scrittrice: si è posseduti dalla scrittura, non il contrario.

E c’è una cosa ancora più importante: la scrittura ha una funzione terapeutica, è una catarsi, si libera il cuore, la mente, si riflette sul proprio passato e lo si comprende, dopo aver scritto ci si sente più leggeri, felici come dopo una corsa a perdifiato sulla sabbia bagnata del mare…

È una cosa che perciò consiglio a tutti quanti, a te per primo che mi stai leggendo: prendi un quaderno e una penna e comincia.

È meglio scrivere a mano piuttosto che al computer perché il pensiero sulla carta fluisce lentamente, con più nitidezza e profondità.

Lo faccio anche io, tutti i giorni, e le cose che scrivo le tengo per me, mica le faccio leggere agli editori, esse sono soltanto mie, sono cose che mi aiutano a vivere e a capire la vita con i suoi misteri e le sue complessità.

La scrittura, infatti, opera a un livello molto profondo di chiarificazione interiore. È una medicina molto efficace per il nostro spirito.

 

 

Come scrivo in questo post, mettere sulla carta i propri pensieri e le proprie emozioni dà una grande soddisfazione, un appagamento di tipo interiore, molto intimo, che resta a lungo nelle profondità del nostro cuore.

Poi a volte succede, come nel mio caso, di voler condividere con gli altri quanto si è scritto ed allora nascono i libri che vengono dati alle stampe. Come la mia ultima opera, che fra qualche giorno uscirà in tutte le librerie Amazon. È un libro di racconti: Venite, vi porto di là. Il sottotitolo dice che sono “sette racconti per anime sensibili”.

Ci sei anche tu fra queste anime sensibili?

Allora prenota l’anteprima gratuita del libro.

Un ebook illustrato a colori (in formato pdf) arriverà nella tua casella di posta come mio regalo del cuore per te.

 

Compila il form qui sotto

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Non è un gioco, ma la tua vita

 

DI Maria Amata Di Lorenzo

 

Una delle cose più belle della vita è che si può sempre ricominciare. Si può sempre riprendere il cammino. E non importa quanti anni hai, e che cosa nel frattempo ti è successo nella vita, quale disastro, quale cataclisma. Tu hai le carte, tutte, nella tua mano. Solo che non è un gioco, ma la tua vita.

Invece mi capita di sentire spesso: mah, questo non è possibile, oramai… non credo proprio che si possa fare, ormai è tardi, e poi io, io nella vita sono sfortunato!

L’hai sentita anche tu la storiella della “sfortuna”?

Io ci sono cresciuta con questa storiella, fin da bambina, me l’hanno data da mangiare e da bere a pranzo e a cena, fino a che, da adulta, ho capito alla fine, e finalmente, che la sfortuna non esiste, e che il potere è tutto nelle nostre mani.

La vita è nelle nostre mani, e pensare invece che sia la fortuna o la sfortuna a muovere gli scacchi della nostra esistenza significa rinunciare al nostro potere personale.

Per darlo in mano a chi? A qualcosa di “esterno”, a una specie di dea bendata, mutevole e capricciosa, su cui non abbiamo nessun ascendente, nessun controllo, nessun potere.

Questo forse non lo sai ma significa deresponsabilizzarsi.

Significa rinunciare alla vita, in definitiva. La vita si ripiega in un angolo, si demanda il proprio potere di cambiare le cose ad altri: la propria moglie o marito, la mamma, il capo-ufficio, il biglietto – che si spera sempre vincente – della lotteria, rinunciando ad agire in prima persona, tanto c’è sempre la fortuna/sfortuna a decidere per noi.

Questo è un modo di ragionare, purtroppo, molto diffuso.

Forse anche a te hanno insegnato le stesse cose, forse le hai sentite ripetere continuamente intorno a te, dai tuoi familiari, dai tuoi amici, nel tuo ambiente di lavoro, nei programmi televisivi.

E l’hai pensato, e hai incorporato e rafforzato questo pensiero dentro di te ogni volta che un affare nella tua vita è andato storto, una storia di soldi, di lavoro. O l’amore, che non hai mai avuto o che hai perduto, un giorno, al tavolo di una bizzarra roulette. Come una partita di scacchi andata male, dove tu hai perso e sei tornato a casa con un senso atroce di sconfitta nel petto.

 

 

Era sfortuna quella? Era il destino “cinico e baro”?

Prova a vedere le cose da un altro punto di vista. Questo è un discorso che mette in campo il concetto di responsabilità.

E la responsabilità ha una sorta di sorella gemella: si chiama consapevolezza.

Tutte e due insieme costruiscono un essere umano adulto, cioè maturo, non più bambino, non più impaurito dal fato, dalla fortuna/sfortuna girovaga e mutevole.

Quando si riflette sulla propria vita, quando a poco a poco si acquista consapevolezza e ci si assume per intero la responsabilità, allora le cose cambiano.

Si aprono porte là dove prima c’erano solo muri, e belli alti.

Si può ricominciare.

Anche a quaranta, cinquanta, sessanta e più anni. Perché il tempo non esiste, lo abbiamo inventato noi. Esiste solo la nostra volontà.

Ti auguro di possedere, con luminosa forza e con immensa certezza, questa volontà.

E se ti fa piacere, commenta questo post con i tuoi pensieri su questa pagina.

Dimmi che cosa ti trattiene dall’essere la migliore versione di te stesso. E se è la paura, tu non l’ascoltare. Fai il primo passo.

Fidati, solo il primo passo conta.

 


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